Razza in agonia

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Massimo Scaligero (Veroli, 17 settembre 1906 – Roma, 26 gennaio 1980)

Essendosi compiuto un anno dalla presa di posizione politicamente e giuridicamente razzista, si può constatare che la comprensione di questo problema ha dischiuso nuovi orizzonti alla cultura. Ma un libro come questo di Asvero Gravelli, Razza in Agonia (Ed. “Nuova Europa” – Roma) è il segno di una maturità mentale che ha origine in esperienze dello spirito anteriore a quelle eventualmente motivate dal complesso dei provvedimenti istituiti or è un anno.

Sul tema razzista, dunque, si comincia a leggere in Italia qualche libro seriamente e culturalmente organizzato: è un ottimo sintomo, questo, in quanto se il Regime con l’instaurare la sua legge etico-politica ha subito iniziato una complessa azione razziale, di carattere demografico, assistenziale, educativo, occorre tuttavia riconoscere che si trova all’iniziale stato di formazione una vera e propria “coscienza” razzista, una sensibilità che in tal senso penetri lo stesso mondo della cultura e dia direzione a discipline come la storiografia, la filosofia della civiltà, la sociologia documentaria. Noi stessi più di una volta abbiamo insistito sul concetto di universalità che deve ravvisarsi alla base di un razzismo “romano”, nel senso storico-spirituale del termine: si tratta di una idea il cui compito di conversione in atto consiste soprattutto nella difesa di un bene prezioso dell’uomo: l’elemento etnico primordiale, quel nucleo vitale immutevole sia nella “razza” che nelle “sottorazze”, che va destato e coltivato acciocché si esprima compiutamente in tutte le possibilità di manifestazione del mondo corporeo: bene prezioso che, nel mondo borghese, razionalizzato, livellato, contaminato dal virus democratico, dal pathos edonistico, dalla irrazionalità animalesca, necessariamente si deforma, si inaridisce e perisce.

Si tratta di un motivo fondamentale della questione razzista, ancora compreso da pochi: onde, scorrendo le pagine di questo volume di Asvero Gravelli, abbiamo constatato che egli, occupandosi di un simile tema, ha infine avuto il coraggio di andare di là dai modi di pensare consueti, che sembravano aver costituito un vero e proprio limite a indagini del genere.

L’analisi della vicenda della razza e di quella della civiltà si compenetrano in questo libro, non tanto attraverso un’interpretazione d’indole personale, quanto attraverso una documentazione che, a fine di venire contenuta entro una misura di assoluta obiettività, è stata prevalentemente attinta da saggi, testi e studi americani, fra quelli più autorevoli e quelli più efficaci in quanto conformi al dato di fatto cronistico immediato. L’unica citazione di fonte non americana è Il Popolo d’Italia. Asvero Gravelli, conseguente alla originaria posizione ideale antieuropea e a quella culturale che si ritrova in libri come Verso l’internazionale fascista e Panfascismo, ha affrontato il problema della cosiddetta “razza americana”, impossessandosi di una materia il cui interesse è, per lo meno, di un’attualità rara e di un realismo impressionante, offrendoci una sorta di cronistoria precisa, statistica, lucidamente inquadrata, dei diversi aspetti del male profondo di quella razza, tanto giovane eppure già così guasta.

Attraverso la serrata impostazione di dati essenziali, viventi, s’intuisce il processo intimo della involuzione etnica che è collaterale all’inquinamento morale e politico: si scopre come il socialismo, mantenendo le forme, il nome, gli schemi delle argomentazioni e tutto il frasario di Marx, abbia ridotto la sua negazione della società a scopi generalmente non confessabili, la cui indole è essenzialmente materialistica e connessa ai maggiori motivi della decadenza profonda di quel mondo moderno cui oggi il Fascismo si oppone come “credo”, forza, virtù di rinnovazione. Tale adeguazione è più o meno eversiva, irrazionale, a seconda che più o meno i capi del movimento – al servizio dell’internazionale massonico-giudaica – abbiano bisogno della società borghese e, approfittando della forza che loro concede l’organizzazione occulta, ambiscano a un posto in quella. Ne derivano un tale caos di costumi e un tale affiorare di quel che di più animalesco si nasconde nell’individuo umano, che la vita viene circoscritta entro un ambito i cui valori-limite sono l’adulterio, l’aborto, il banditismo su vasta scala, l’omertà dei diversi ceti delinquenziali, il vizio, la svirilizzazione della razza.

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Da “Il Resto del Carlino”, data imprecisata, anno 1939-XVII.

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Massimo Scaligero (Veroli, 17 settembre 1906 – Roma, 26 gennaio 1980), è stato un esoterista italiano. Formatosi agli studi umanistici, li integrò con una conoscenza logico-matematica e filosofica, e con una pratica empirica della fisica. Attraverso studi ed esperienze personali individuò le linee direttive di una realtà originaria del pensiero per dimostrare l'inanità discorsiva della dialettica. Studioso di Nietzsche, di Stirner e di Steiner, approdò attraverso lo Yoga e lo studio delle Dottrine Orientali ad una sintesi personale che gli diede modo di riconoscere in Occidente il senso riposto dell'Ermetismo e il filone aureo di un insegnamento perenne, riconducente alla “Fraternitas” dei Rosacroce. Fu fra i maggiori prosecutori delle idee di Rudolf Steiner e contribuì a far conoscere e diffondere in Italia la Scienza dello Spirito. Sino al 1978 fu direttore responsabile della rivista East and West, organo dell'Istituto per il Medio ed Estremo Oriente (IsMEO – dal 1996 IsIAO: Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente), fondato dal filosofo Giovanni Gentile e dall'orientalista Giuseppe Tucci.

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