Quinto Aurelio Simmaco in difesa della Tradizione

laltare-della-vittoriaSecondo libro edito dalle neonate e già benemerite edizioni Arya di Genova, ripropone la famosa Relatio tertia del princeps senatus Quinto Aurelio Simmaco curata da Renato del Ponte per la “Collana Studi Pagani” de il Basilisco nel 1986. Dalla precedente edizione differisce, oltre alla revisione e aggiornamento dei testi e della bibliografia, per la pubblicazione in appendice di quattro lettere di Simmaco tratte dal nono libro dell’epistolario e una ricca scelta d’immagini – commentate – relative ai Simmaci ovvero inerenti al culto romano di Victoria. Last but not least chiude il volume un interessante scritto di G. V. Sannazzari: Vica Pota, Studio preliminare sul culto della Vittoria in Roma antica.[1]

La scelta del “nuovo” titolo è coerente con il contenuto della relazione senatoriale. “Grande è l’amore per la Tradizione”[2] in quest’affermazione è racchiusa l’essenza della posizione religiosa e politica del Console Quinto Aurelio Simmaco “l’oratore” (considerato dai contemporanei persino superiore allo stesso Cicerone)[3] e di una delle principali linee di tendenza, quella conservatrice-tradizionalista, caratterizzanti i pagani nella Roma del IV secolo. In effetti, escludendo opere più voluminose quali i Saturnalia di Macrobio, quale scritto è il più indicato per rappresentare la società pagana in quella triste epoca che vide legalizzato il sopraffare della religione monoteista e intollerante, organizzata in quella chiesa che con i suoi massimi esponenti in quel tempo realizzò la laicizzazione della res publica – per poi sopraffarla – con tutte le conseguenze che ha determinato?

Dittico di Simmaco-Nicomaco, che mette in relazione le famiglie di Aurelio Simmaco e Virio Nicomaco Flaviano
Dittico di Simmaco-Nicomaco, che mette in relazione le famiglie di Aurelio Simmaco e Virio Nicomaco Flaviano

I problemi posti sono sostanzialmente giuridici: “Noi rivendichiamo pertanto lo stato giuridico dei culti religiosi, che per lungo tempo fu utile alla cosa pubblica”[4]; in effetti, dall’ambiguo Costantino[5] in poi, benché gli imperatori – escluso, naturalmente, Giuliano – fossero cristiani, i culti tradizionali e i relativi sacrifici continuarono a mantenersi a spese dello Stato e gli stessi principi cristiani continuarono a rivestire la suprema carica della religione pubblica romana: il Pontificato Massimo. Sotto la particolare influenza del vescovo Ambrogio il giovane Graziano soppresse tra i titoli imperiali quello di pontifex maximus[6] (senza assumerne nel contempo altra nella religione professata)[7]; privò le vestali e i collegi sacerdotali delle immunità e delle sovvenzioni pubbliche e ne confiscò i beni; fece nuovamente rimuovere l’altare della Vittoria dalla Curia Julia sede del Senato di Roma operando così la laicizzazione dello Stato[8].

“Per i pagani questi provvedimenti erano privi di senso, in quanto per loro la res publica non avrebbe potuto sostenersi senza il cultus deorum, garante la pax deorum, vale a dire la protezione divina sulle sorti dell’Impero. Era come se venisse unilateralmente infranto un antico patto giuridico: quello che, a partire da Romolo e Numa, era stato stipulato fra res publica Romanorum e potenze divine, col fine ultimo della tutela e conservazione della comunità dei Romani. Abolire il finanziamento pubblico ai culti tradizionali era rompere quell’antico contratto: ecco perché non potevano esistere culti, che non avessero pubblica sanzione e finanziamento.”

“Senza un riconoscimento pubblico, giuridicamente valido, i culti rientravano nella sfera privata, ma la res publica perdeva la sua anima, diveniva un’entità desacralizzata priva di luce e riferimento superiore, con conseguenze gravissime facilmente immaginabili: la caduta della stessa res publica, abbandonata a se stessa da quelle divinità che l’avevano sostenuta per undici secoli e mezzo”.[9]

A ciò cercò di opporsi il Senato inviando una prima ambasceria guidata da Simmaco alla corte in Milano per il ristabilimento dello status quo, ma a causa della scorretta iniziativa dei vescovi di Milano e Roma e di alcuni cortigiani la delegazione non fu nemmeno ricevuta.

Una nuova occasione si presentò col nuovo imperatore Valentiniano II.

I tempi sembrarono più favorevoli, Simmaco viene ricevuto e la sua relazione, il cui testo è qui riproposto, viene apprezzata dai consiglieri dell’imperatore, sia cristiani sia pagani, per la giustezza delle argomentazioni riportate.

Il Senato vedrà bloccate le sue richieste per il doppio rapido intervento di Ambrogio presso il giovane imperatore[10]: le esplicite minacce di scomunica, dai possibili effetti dirompenti sul piano politico per una corte debole[11] sortirono il loro effetto[12].

Dopo pochi anni gli imperatori cristiani succubi dei loro vescovi (Ambrogio rivendicò a sé il diritto di giudicare e assolvere anche capi di Stato; Teodosio si sottomise a ciò e il vescovo milanese si fece pagare caro il suo perdono) imposero leggi sempre più intolleranti[13]. “Ma i templi non si chiusero, i collegi sacerdotali non si sciolsero: di lì a poco la rivolta di Eugenio ed Argobaste sopraggiungeva a determinare il crollo del sistema teodosiano in Occidente.”

“Fra il 392 e il 394 torna in Senato, per l’ultima volta, l’ara Victoriae, i contributi ai collegi sono restaurati, i cembali della Grande Madre risuonano ancora per le vie di Roma. Ma è un sogno di breve durata…”.[14]

La relazione di Simmaco era caratterizzata, come la vita e le opere del suo autore, dal naturale rispetto delle altrui fedi (caratteristica tolleranza pagana). Quella di Simmaco è “la fedeltà ad una linea di conservazione intransigente, e coerente in tutte le sue manifestazioni, del mos maiorum indigeno, di quella corrente latina e italica che, dal mondo indistinto e pur luminoso delle origini di rex Saturnus, si snoda nel percorso di tutta la storia di Roma sino alle sue estreme manifestazioni ufficiali”.[15]

Da ricordare anche l’importanza avuta dal circolo simmachiano per la trasmissione del pensiero dell’antichità sino ai giorni nostri: “senza Simmaco non vi sarebbe stato un Boezio e senza Boezio forse Dante non sarebbe stato tale e il mondo della classicità latina sarebbe poco più che un muto residuo archeologico e non quella realtà che per molti ancora vive di luce propria”.[16]

***

QUINTO AURELIO SIMMACO, In difesa della Tradizione, Edizioni Arya, Genova 2008, pp. 96, € 16,00 (a cura di Renato Del Ponte).

Recensione originariamente pubblicata in “Arthos”, a. VII, n.s., n° 16, 2008, pp. 88-90.

Note


[1] Rivisitazione di quello apparso in “Arthos“, 30, 1986, pp. 226-232.

[2] Symm., Relatio III, 4.

[3] Cfr. PRUDENZIO, Contra Symmachum, I, 633.

[4] Symm., Rel. III, 3.

[5] Su Costantino e la sua politica religiosa cfr. P. P. Onida, Il divieto dei sacrifici di animali nella legislazione di Costantino. Una interpretazione sistematica, in AA. VV., Poteri religiosi e istituzioni: il culto di San Costantino imperatore tra Oriente e Occidente, a cura di F. Sini e P. P. Onida, Torino 2003, pp. 73-169.  V. anche M. E. Migliori, Haruspices e mos maiorum, “Vie della Tradizione”, 145, gen.-apr. 2007, pp. 22-29; I. Ramelli, Cultura e religione etrusca nel mondo romano, La cultura etrusca dalla fine dell’indipendenza, Alessandria 2005 (rist.).

[6] E’ noto chi in seguito e ancora oggi utilizza abusivamente tale qualifica.

[7] Ben diversamente erano andate le cose nella parte orientale dell’Impero. Cfr. R. del Ponte, Altera Roma. I riti di fondazione di Costantinopoli secondo il Diritto Sacro Romano, in Id., La città degli Dei, La tradizione di Roma e la sua continuità, Genova 2003, pp. 141-152.

[8] Cfr. R. del Ponte, Simmaco e i suoi tempi, saggio introduttivo all’ed. recensita, pp. 24-26 e F. Canfora, Simmaco e Ambrogio o di un’antica controversia sulla tolleranza e sull’intolleranza, Bari 1970, p. 11.

[9] R. del Ponte, Simmaco…, cit., pp. 26.

[10] Cfr. Ambr. Ep. 17 e 18.

[11] Il vescovo disponeva anche di una grande massa di manovra: “la Chiesa (…) che ha cura dei poveri, li iscrive in appositi ruoli nell’ambito di ciascuna sua circoscrizione, di ciascuna diocesi, provvede a fornir loro regolarmente il minimo necessario per il loro sostentamento, esigendo per contro ch’essi siano docili, sottomessi, sobri nei modi, contenti del proprio stato, presenti in gran numero alle cerimoonie religiose, ascoltatori assidui delle prediche domenicali, pronti a sostenere in ogni controversia o pubblico contrasto il proprio vescovo (F. Canfora, op. cit., p. 103).

[12] Strumentali erano le altre affermazioni di Ambrogio; p. e. non era vero che Graziano avesse semplicemente inteso stabilire una condizione di parità giuridica dei culti religiosi tollerati, perché in realtà non aveva toccato i diritti patrimoniali ed ereditari della chiesa (Cfr. R. del Ponte, Simmaco…, p. 25, n. 33). Lo stesso Ambrogio “di ricchissima famiglia, con case a Roma e possedimenti estesi in Africa e altrove, non esita, appena consacrato vescovo, a donare, secondo attesta il suo segretario e biografo Paolino, tutti i suoi beni mobili e immobili alla Chiesa, ma con la riserva che a goderne l’usufrutto, vita natural durante, sia la sorella Marcellina; sì che, in realtà, la rendita di tante ville e terreni resta a entrambi assicurata – all’una come usufruttuaria, all’altro come fratello dell’usufruttuaria o come vescovo – per la durata che a tutti e due, privi quali sono di discendenza (e privo anche di discendenza l’altro loro fratello Satiro), solo necessita”op. cit., pp. 101-102, n. 120). Ogni ulteriore commento è superfluo. (F. Canfora, op. cit., pp. 101-102, n. 120). Ogni ulteriore commento è superfluo.

[13] A proposito di “intolleranza” vedasi ora: R. del Ponte, Una questione antica e sempre attuale: “tolleranza” e libertà religiosa da Simmaco ad oggi, la validità dell’esempio romano, “Arthos“, n. s., 15, 2007, pp. 117-123.

[14] R. del Ponte, Simmaco…, pp.28-29.

[15] Idem, pp. 21-22.

[16] Idem, p. 29.

Segui Mario Enzo Migliori:

Nato a Prato nel 1953. Collabora alle seguenti riviste di studi storici e tradizionali: Arthos; La Cittadella; Vie della Tradizione; ha collaborato a Convivium ed a Mos Maiorum. Socio della Società Pratese di Storia Patria; dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri e del Centro Camuno di Studi Preistorici. E' stato tra i Fondatori del Gruppo Archeologico Carmignanese.

Una Risposta

Lascia una risposta