Quella strana sintesi tra comunismo e nazione

Ernst Niekisch (25 maggio 1889 - 23 maggio 1967).
Ernst Niekisch (25 maggio 1889 – 23 maggio 1967).

Ci sono zone d’ombra, nella storia, che non vengono usualmente raccontate; forse per via della difficoltà di etichettarle, di inserirle in schemi preconcetti che facilitino, per i fruitori di tale codice (le masse), la comprensione della realtà come mito: la realtà della lotta metafisica del ventesimo secolo, la lotta del Bene (antifascismo nelle sue varie forme, anche se i comunisti, e specialmente gli stalinisti, erano parzialmente deprecabili) contro il Male (sulfureo nazismo con zoccoli, coda e forcone in mano).

Coloro che, per un motivo o per l’altro, sono usciti dalla seconda guerra mondiale facendo parte dello schieramento dei vincitori, più di ogni altra cosa hanno demonizzato la “questione nazionale”: insomma, va bene intonare l’inno per darsi una spolverata di patriottismo, ma senza esagerare. La libera circolazione di merci e persone, che poi sempre di merci si tratta, non può essere ostacolata.

Tra i vincitori, specialmente le sinistre avversano oggi più che mai le idee di patria e nazione in ogni loro forma. E non è una novità, a dire il vero. Eppure c’è stato un tempo, nel ribollente calderone ideologico e rivoluzionario della Repubblica di Weimar, in cui qualcuno tentò l’ardita impresa di coniugare seriamente comunismo e nazione.

Un libro di recente uscita – Nazionalbolscevismo – Uomini, Storie, Idee di Marco Bagozzi, Noctua Edizioni – racconta questo eretico percorso sconosciuto ai più. Dalle ipotesi degli intellettuali “rivoluzionari conservatori” sulla natura “nazionale” della rivoluzione bolscevica, agli autori di punta dell’anzidetta corrente ideologica: specialmente Ernst Niekisch ed i fratelli Ernst e Friedrich Georg Jünger, che collaborarono assiduamente alla rivista “Wiederstand” (Resistenza) dello stesso Niekisch. Quest’ultimo nacque politicamente come socialista; fu affascinato dalla rivoluzione russa, lesse Marx e ben presto si iscrisse all’SPD (Partito Socialdemocratico Tedesco).

Scrive Bagozzi che “Niekisch ammirava dell’Unione Sovietica tutto ciò che gli intellettuali marxisti aborrivano: la volontà di produrre e difendere la Patria, la fortificazione eroica dello Stato, l’atteggiamento guerriero e aristocratico delle classi dirigenti”. Tema fondamentale nella sua produzione intellettuale è anche la polemica anti-occidentale ed anti-latina (in realtà singolarmente simile a quella “latina” controriformistica ed avversa all’Europa liberale e “moderna” di Curzio Malaparte), in nome della quale auspicherà sempre un’alleanza con l’“asiatica” e “barbara” Unione Sovietica; grazie ad essa la Germania avrebbe dovuto ritrovare le proprie radici, nel segno di un “bolscevismo prussiano”, e realizzare un blocco geopolitico radicalmente contrapposto al mondo occidentale, capitalista, liberale e borghese-individualista.

Per aver scritto il pamphlet anti-hitleriano Hitler, una fatalità tedesca e per la sua attività politica nel 1939 fu condannato all’ergastolo, e liberato solo alla fine della guerra; in seguitò aderì alla DDR, distaccandosene successivamente.

Interessanti sono anche gli stralci dei fratelli Jünger riportati dalla rivista di Niekisch.

Friedrich Georg teorizzò, sulle pagine di “Wiederstand”, uno Stato che doveva essere “la quintessenza del potere massimo, assoluto e trasformato in un organismo, la cui crescita e il cui rafforzamento giustificano qualunque criterio, anche il più violento, il più crudele”. Sosteneva inoltre la necessità di “distruggere ogni forma politica di capitalismo” ed edificare il “socialismo tedesco”, “spezzando il potere del denaro”.

Il più celebre fratello Ernst, dal canto suo, così descriveva il futuro Stato: “Nazionale. Sociale. Militare. E sarà articolato in forma autoritaria”. Egli vide i “nuovi nazionalisti” come rivoluzionari “sani, veri e spietati nemici dei borghesi”. Da ricordare, in questo contesto, è inoltre la sua famosa frase: “Dinanzi alla figura dell’operaio non c’è posto per il borghese”, dall’importante testo del 1932 intitolato proprio L’operaio, il quale fa il paio con il breve scritto La mobilitazione totale.

In Nazionalbolscevismo – Uomini, Storie, Idee sono tracciate inoltre le storie di altri intellettuali minori della corrente in questione: Paetel, Winning, Lass, Boysen; e raccontate le esperienze “nazionalbolsceviche” delle fazioni comunista e nazista tedesche, quali i nazional-comunisti amburghesi Wolffheim e Laufenberg, i fratelli Strasser e le SA. Un libro consigliato a chi vuole esplorare le possibilità recondite della storia, e le sue “zona d’ombra”.

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