Quella scomoda verità che nessuno osa dire a proposito di immigrazione e di razzismo

All’armi siam razzisti?

Da un po’ di tempo questo sembra essere divenuto il leit-motiv delle tavole rotonde politicamente corrette del Bel Paese, sull’onda emozionale di alcuni fatti di cronaca che hanno suscitato un vero e proprio rigurgito di cattiva coscienza e di buone intenzioni da parte un po’ di tutti, compreso il Vaticano e passando, tra l’altro, per l’onorevole Fini.

Eppure c’è una scomoda verità di cui nessuno parla e che tutti fanno finta di non sapere, che vizia a monte ogni discussione su immigrazione e razzismo e inquina i termini del dibattito, in buona o in cattiva fede che sia.

Fermo restando che i Paesi del Nord della Terra hanno una precisa responsabilità nei confronti delle disastrose condizioni economiche in cui versano i Paesi del Sud, e che una giusta politica mondiale avrebbe dovuto puntare a una più equa ripartizione dei beni esistenti, resta il fatto che il problema del crescente, ulteriore immiserimento dei Paesi del Sud non si risolve accettando il trasferimento di masse di decine e centinaia di milioni di persone verso quelli del Nord. Ciò costituisce la morte di ogni speranza di ripresa nei paesi del Sud, abbandonati dalla loro unica, attuale risorsa: la popolazione giovanile; e crea problemi giganteschi e insolubili nei Paesi del Nord, impossibilitati ad accogliere una immigrazione di proporzioni bibliche.

Anzi, se è vero che la chiarezza e la verità devono fondarsi sull’uso delle parole adeguate, nemmeno di migrazione dobbiamo parlare, ma di autentica invasione.

Si dirà, da parte dei soliti ambienti politicamente corretti, che questo termine è eccessivo; che crea allarmismi ingiustificati; e che, infine, sa di razzismo. Ebbene, lasciamo pure che dicano e guardiamo ai fatti.

Invasione è l’ingresso di uno o più popoli nel territorio di un altro Stato, senza che questo possa opporsi a tale movimento.

E che altro è quella che si sta verificando da una trentina d’anni, nei Paesi del Nord, se non una invasione metodica e capillare? Davanti alle carrette del mare stracariche di sventurati esseri umani, che rischiano la vita pur di sbarcare sulle nostre spiagge, nessuna efficace resistenza è possibile: in nome dell’umanità, costoro non solo non vengono respinti, ma, al contrario, vengono aiutati e sistemati a terra; salvo poi procedere a un’espulsione del tutto teorica di quanti non hanno il diritto legale di domandare asilo politico. In pratica, rimangono quasi tutti; e quelli che sono accompagnati alla frontiera, ritornano. Ritornano; e, se fermati, ci riprovano: due, tre, dieci volte; finché passano. Ogni volta che vengono fermati, esibiscono documenti falsi o danno nomi diversi, tanto che è difficile capire che si tratta, sovente, delle stesse persone.

Ricordiamo il caso di una nave carica di clandestini asiatici che, giunta in vista delle coste australiane, venne allontanata con la forza dalla Marina militare di quel Paese. Da noi, le navi, le barche o i gommoni dei clandestini sbarcano si può dire ogni giorno il loro carico di disperati, magari sotto lo sguardo perplesso dei bagnanti: è uno spettacolo ormai familiare.

Questo, per quanto riguarda i clandestini; che, in quanto tali, contribuiscono in larghissima misura all’aumento vertiginoso della criminalità: dal traffico della droga, a quello della prostituzione, fino ai furti in villa e alla violenza privata. Nelle carceri del Nord Italia, il 60% dei detenuti è costituito da immigrati extracomunitari; in alcune zone del Veneto la percentuale sale all’80%. Pagano, ovviamente, i contribuenti, cioè noi; senza contare l’ulteriore allungamento dei tempi della giustizia penale, oberata da migliaia e migliaia di procedimenti in corso.

Per quanto riguarda gli immigrati regolari, bisogna dire che il loro aumento incontrollato (o controllato sulla base di parametri assurdi) sta letteralmente alterando l’assetto demografico del nostro Paese. In alcune zone del Nord Italia, gli immigrati costituiscono l’8o il 100% della popolazione. E il fatto che percentuali analoghe si registrino in Francia, Germania o Gran Bretagna non ci tranquillizza: anzi, il caso della rivolta nelle periferie francesi abitate dagli immigrati maghrebini ci mette in ulteriore allarme.

Si tratta di persone giunte nel giro di pochissimi anni e provenienti dai Paesi più diversi, portatrici di culture, usanze e religioni fra loro diversissime. Persone che non sempre sono disposte a rispettare le leggi, le usanze e le tradizioni del Paese che le ospita; che, al contrario, non di rado vorrebbero imporre le proprie; e che, in ogni modo, più che di assimilarsi, nutrono la segreta speranza di poter assimilare noi. Un poco alla volta, con la forza del numero.

I politici che parlano di facile e rapida integrazione, non sanno quello che dicono. I responsabili del mancato attentato terroristico all’aeroporto di Londra erano tutti immigrati della terza generazione, e quasi tutti erano inseriti discretamente nella società inglese, anche in posti rilevanti dal punto di vista economico-sociale. Forse non avevano visto che una sola volta i Paesi d’origine dei loro nonni; ma tanto era bastato per rinfocolare in loro l’odio per l’Occidente. Non che nutrire sentimenti di gratitudine per il Paese che li ospitava fin dalla nascita, avrebbero voluto vederlo distrutto.

Certo, gli immigrati non sono tutti così; ci mancherebbe. Ve ne sono molti seri, onesti, laboriosi e rispettosi delle leggi. Però, e questo è il punto, hanno verificato con mano e compreso il segreto che costituisce la grande debolezza dei Paesi ospitanti: che non esiste alcuna seria volontà di porre un freno all’invasione, e sia pure all’invasione pacifica. Specialmente gli immigrati di religione islamica e di provenienza nordafricana vengono in Europa, e soprattutto in Italia, con la ferma intenzione di non integrarsi, di non assimilarsi, ma semmai, un poco alla volta, con la forza del numero e dei petrodollari degli sceicchi sauditi e kuwaitiani, di convertire noi.

Essi, inoltre, conoscono un secondo segreto, che hanno scoperto vivendo nel nostro Paese: che la nostra cultura dell’accoglienza ci impedisce di dare torto al povero, a quello che sembra il più debole, anche se il suo torto è, invece, palese; che noi abbiamo il terrore di essere considerati, o di considerarci noi stessi, dei razzisti. Perciò sanno di poter tirare la corda oltre il limite di ogni ragionevole sopportazione, perché ben difficilmente noi reagiremmo con durezza: la nostra cultura ce lo impedisce.

Le radici della nostra cultura sono, essenzialmente, due: il cristianesimo e il socialismo: l’una e l’altra sono basate su principi di solidarietà, di condivisione e di benevolenza. L’una e l’altra ci fanno sentire cattivi ed egoisti se pretendiamo anche dai più svantaggiati il rispetto delle regole; per cui tendiamo a giustificarli, sempre e comunque, e a dare, piuttosto, torto a noi stessi. Se a ciò si aggiunge la debolezza del sentimento nazionale italiano, ne risulta un quadro in cui l’immigrato sa di potersi permettere comportamenti che i nostri nonni e bisnonni, quando erano loro ad emigrare verso le miniere di carbone del Belgio o verso le fazendas del Brasile, mai e poi mai avrebbero osato assumere, consapevoli di essere degli ospiti assunti «in prova» (e ad eccezione, ovviamente dei malavitosi che, però, gettavano il discredito su tutti gli altri).

Ora, è bene dire con la massima chiarezza che pretendere dagli immigrati il rispetto di tutte le regole, comprese quelle non scritte, ma che fanno parte integrante della nostra tradizione (ad esempio, la nostra idea della laicità dello Stato, oppure il modo di vestire o di comportarsi delle nostre donne), nonché nutrire il timore che un aumento ulteriore della loro consistenza numerica arrechi una alterazione permanente della fisionomia materiale e spirituale della nostra nazione, con effetti a dir poco problematici, non sono affatto una manifestazioni di razzismo.

Il razzismo è un atteggiamento di disprezzo nei confronti degli altri popoli e delle altre culture. Il popolo italiano non è mai stato razzista e non crediamolo lo sia diventato adesso (benché singoli individui possano certamente esserlo). Ma qui non si tratta di questo. Qui si tratta di stabilire se tutti i cittadini residenti nel nostro territorio debbano avere gli stessi diritti e gli stessi doveri, oppure no; e se sia giusto, oppure no, preoccuparsi di preservare il valore della nostra identità culturale e spirituale.

Ma sul tappeto c’è anche un’altra questione scomoda, della quale non si sente mai parlare pubblicamente, anche se molti di noi – crediamo – intuiscono essere la questione veramente centrale di tutto il dibattito pro o contro l’immigrazione.

Si tratta di questo: se ogni popolo ha il diritto di preservare la propria identità culturale e spirituale, questo deve valere, evidentemente, anche al di là e al di fuori dei confini politici che stabiliscono la sovranità dei singoli Stati. Di conseguenza, gli immigrati – in teoria – sarebbero nel loro pieno diritto nel rifiutare l’integrazione, se con ciò si intende la rinuncia sostanziale alla propria identità e l’assunzione di una identità diversa.

Ma, allora, bisogna avere anche il coraggio di riconoscere che:

1) Se tutti i gruppi etnici immigrati in Italia e in Europa adottassero questa filosofia, si creerebbe il caos. Ciascuno, per fare solo un esempio, vorrebbe santificare pienamente le proprie festività religiose; e le fabbriche, i negozi, le scuole, i trasporti, rimarrebbero paralizzati sette giorni su sette e dodici mesi all’anno. Oppure nelle scuole, per fare un altro esempio, gli studenti figli di immigrati potrebbero rifiutarsi di parlare e scrivere in italiano, in nome della difesa della propria lingua. E si badi che a questi assurdi ci stiamo già avvicinando, magari per quel malinteso senso di rispetto dell’altro di cui parlavamo prima: come quando delle maestre rinunciano a far cantare ai bambini della scuola elementare le canzoni di Natale, o a costruire il presepio, per non «offendere» (che parola male adoperata!) i sentimenti religiosi dei loro alunni di altra religione.

2) Se tutte le comunità nazionali degli immigrati si arroccassero a difesa del loro diritto di conservare le proprie usanze, anche il più blando tentativo di far rispettare regole comuni potrebbe essere percepito come una forma di violenza xenofoba e dar luogo a reazioni fisiche. Allora, una multa a un furgone per sosta vietata potrebbe scatenare la rabbia di un’intera comunità, con tanto di bandiere al vento (ricordate il caso dei Cinesi di Milano?) e, magari, autorizzare l’intromissione diplomatica del loro governo. E cose succederebbe se le forze di pubblica sicurezza, in ottemperanza a quanto stabilito dalle leggi, chiedessero a una donna islamica di levarsi il burkha per farsi riconoscere, come qualunque altro cittadino?

3) D’altra parte, proprio perché è giusto che ogni comunità nazionale possa conservare i propri usi e le proprie tradizioni, bisogna avere la coerenza di riconoscere che la migrazione massiccia di enormi masse di persone da un luogo all’altro della Terra, con i ritmi e le dimensioni che sta assumendo oggi il fenomeno, non può essere la soluzione dei problemi economico-sociali: né del bisogno di avere un reddito dell’una parte, né della necessità di importare forza-lavoro dell’altra. La ricerca di una soluzione, semmai, passa attraverso un profondo ripensamento del modello economico sviluppista; una radicale riforma della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale; una totale cancellazione del debito estero dei Paesi del Sud; una politica di investimenti produttivi e di prestiti a tasso agevolato da parte dei Paesi del Nord; nonché su una politica volta a incentivare il graduale ritorno in patria degli immigrati già stabilitisi in Europa, creando nuove opportunità di lavoro nei loro Paesi e consentendo il ricongiungimento delle loro famiglie nel proprio contesto socio-culturale.

Dire queste cose non è affatto una manifestazione di razzismo: razzismo alla rovescia è la pretesa di ignorare la realtà dei problemi, facendo leva su un ricatto morale, affinché non se ne possa parlare apertamente. E, intanto, i problemi si aggravano.

Chi ha la possibilità di conoscere direttamente le numerose attività di accoglienza presenti nel nostro Paese – ad esempio, le sedi diocesane della Caritas -, sa che i problemi di cui abbiamo parlato esistono. Sa che esiste un certo modo, aggressivo e prepotente, di porsi di fronte alla società e alle stesse strutture di accoglienze, da parte di certi immigrati. Sa che, da parte di altri, vi è una scarsa disponibilità al sacrificio e al lavoro, e una attesa passiva di soluzioni al problema del mantenimento di sé stessi e della propria famiglia.

Sa, infine, che dietro richieste in sé perfettamente legittime, come quelle di appositi spazi da dedicare alla preghiera secondo il proprio credo, si nasconde, spesso, un preciso disegno politico, volto a creare posizioni di forza in vista di una complessiva rinegoziazione dei rapporti, per così dire, di forza, in seno al Paese ospitante.

Perché, diversamente – tanto per fare un esempio – insistere nella richiesta di costruire una moschea nel capoluogo di una provincia dove la presenza islamica è, sì, numerosa, ma non lo è, appunto, nel capoluogo stesso, se non per dare il massimo della visibilità politica a quella religione, magari con il generoso sostegno finanziario degli sceicchi del petrolio?

Tuttavia, ci dicono i nostri politici e i nostri economisti, e ce lo ripetono da due o tre decenni, come se fossimo degli scolari un po’ testoni, noi abbiamo bisogno di manodopera straniera, altrimenti la nostra economia si fermerebbe.

Ma è proprio vero? Che vadano a dirlo a un laureato della provincia di Catanzaro o di Reggio Calabria, dove la disoccupazione giovanile è alle stelle; e vedremo che cosa gli risponderà.

E poi: è la nostra economia che ha bisogno di quel tipo di manodopera – poco qualificata, e dunque a basso costo; specialmente se impiegata in nero – o ne ha bisogno un certo tipo di borghesia imprenditoriale, che vuole sempre giocare sul sicuro, realizzando il massimo del profitto con il minimo dei rischi e dei costi?

E che cosa ne pensano i piccoli commercianti, i piccoli artigiani – un barbiere di paese, per esempio, o il gestore di un negozietto di frutta e verdura -, schiacciati dalle tasse e dai costi astronomici della distribuzione, costretti a veder andarsene i clienti l’uno dopo l’altro e, infine, a chiudere la loro modesta attività in proprio, sopraffatti dalla concorrenza inesorabile dei grandi magazzini e dai centri commerciali, che si servono largamente di manodopera straniera a basso costo?

C’è un ultimo problema – e non dei meno spinosi – da affrontare, quando si vuol parlare a cuore aperto di tali questioni, rischiando il linciaggio morale o, quanto meno, il boicottaggio dell’ambiente culturale politicamente corretto.

Intendiamo alludere alla condotta di una parte del mondo politico, la quale, invece di farsi responsabilmente interprete del disagio della popolazione italiana, e specialmente delle classi più umili, di fronte al peggioramento della qualità complessiva della vita dovuto al gigantesco afflusso di immigrati, ne istigano e ne cavalcano i sentimenti più viscerali e irrazionali, strumentalizzando quel disagio per un pugno di voti e lanciando slogan incivili e brutali, che sa benissimo di non poter tradurre in pratica, a fini meschinamente propagandistici.

Quando un uomo politico indossa davanti alle telecamere una maglietta contenente frasi e disegni insultanti nei confronti dell’Islam, o quando un vicesindaco afferma, parlando della richiesta di un luogo di culto da parte degli immigrati di religione islamica: «Che se ne vadano a pregare nel deserto!», quei signori sanno molto bene di fare e dire delle cose non soltanto stupide e razziste, ma anche irrealizzabili.

Ecco, è proprio questo fatto – che la classe politica italiana, se non tace omertosamente sulla portata dei problemi relativi all’immigrazione, ne parla in maniera sguaiata e irresponsabile, per puro calcolo elettorale, che spinge tante persone per bene a tacere e a rassegnarsi, pur vedendo che l’attuale politica ci conduce al disastro: per non fare il gioco di simili individui, per non essere accomunate ad essi nell’accusa – meritata, questa volta – di razzismo.

E anche questo è un ricatto al quale bisogna trovare la forza civile di reagire.

È un ricatto non poter criticare le scelte dei nostri politici che, nel giro di un paio di generazioni, renderanno l’Italia (e l’Europa) completamente sommerse dalla pacifica invasione degli immigrati, i quali diventeranno maggioranza e muteranno radicalmente la fisionomia materiale e spirituale del nostro continente; ed è una forma di ricatto (o di auto-ricatto) anche il tacere per non essere accomunati a dei personaggi cinici e incolti, che si servono degli umori xenofobi – oggi ancora latenti – per farsene una piattaforma elettorale, sia a livello amministrativo che politico.

Sia chiaro, dunque, che non vogliamo avere niente a che fare con quel genere di personaggi: la loro battaglia non è la nostra, le loro parole d’ordine non ci appartengono.

Noi siamo per il rispetto, la tolleranza e la collaborazione fra tutti i popoli, fra tutte le culture e fra tutte le religioni.

Questo, però, non significa che dobbiamo restare a guardare mentre l’Italia e l’Europa vengono colonizzate e si avviano a perdere, per sempre, la loro identità.

No, su questo non siamo d’accordo, perché riteniamo che ogni cultura nazionale sia una forma di ricchezza per il mondo intero; e che, pertanto, ogni cultura nazionale (e regionale) merita di essere difesa e sostenuta, merita di sopravvivere.

Non ci piacerebbe un mondo omologato, dove tutti bevono Coca-Cola e masticano chewin-gum.

E neppure – sia detto con il massimo rispetto per una religione diversa dalla nostra – un mondo dove tutti si genuflettono cinque volte al giorno per pregare Allah e onorare il suo profeta Mohammed; e dove le donne, magari, devono indossare il burkha, o almeno lo chador.

E non perché ci sia qualcosa di male, in sé, nel fatto di indossare il burkha o lo chador (checché ne dicano i nostri liberaldemocratici politicamente corretti), ma perché ciò non fa parte della nostra tradizione; e non vorremmo che, un domani, ci venisse imposto, quando fossimo diventati – e, seguitando di questo passo, lo saremo presto – minoranza nel nostro stesso Paese.

Oppure bisogna pensare che la tolleranza funziona solo a senso unico, serve solo a tutelare gli ultimi arrivati; e non deve valere per coloro che, in un certo luogo, sono sempre vissuti, da decine e decine di generazioni?

* * *

Tratto, col gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

Segui Francesco Lamendola:

Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

3 Risposte

  1. Silvano Flavio Pagus
    | Rispondi

    Nell' articolo si legge: <<Il razzismo è un atteggiamento di disprezzo nei confronti degli altri popoli e delle altre culture>>. Xenofobia semmai…A chi ha letto il De Gobineau o Evola non può sembrar lo stesso, semmai questo è razzismo in stile hollywoodiano, in realtà al di là dei pareri personali il razzismo mira a sottolineare le differenze affinchè queste siano sinonimo di distinzione tradizionale delle singole civiltà, seppur nelle proprie specificità.

  2. Paolo
    | Rispondi

    Si, ma teniamo separati il "razzismo dello spirito" di Evola dal volgare razzismo materialista di marca illuminista.

  3. Lotzen
    | Rispondi

    Grazie, Francesco. Un aspetto che tu non hai sottolineato affatto, consiste nel diritto che gli stranieri, soprattutto i cinesi, sentono di avere, nel mettere al mondo i loro figli qui da noi. Se un cinese ha il diritto di mettere al mondo quanti figli vuole, nel giro di poche generazioni, conoscendo la prolificità degli asiatici, saremmo pieni di China-town, qui in Italia. Una proposta elementare di legge, dovrebbe contemplare il controllo delle nascite degli immigrati. Purtroppo, entrare in una discussione come questa, significherebbe sentirsi subito affibbiare insulti come "eugenetista", "malthusiano", ecc. Eppure, senza essere affatto un eugenetista, io sostengo il diritto della donna italiana a mettere al mondo quanti figli vuole, qui in Italia, ma non credo che una femmina straniera abbia questo diritto, perchè se no, faremmo l' eugenetica al contrario. Se, ad esempio, le femmine tedesche, non mettono al mondo figli, in Germania, io credo che nessuna femmina straniera abbia il diritto, in Germania, di figliare indiscriminatamente. Se il padrone di casa fa certe cose, anche l' immigrato deve farle. E' intollerabile che, se le femmine italiane decidono di avere solo un figlio a testa, (o poco più), arrivino qui femmine straniere che ci sommergano coi loro figli. Evola , e De Gobineau sostengono che sia importante capire, in senso costruttivo, le varie differenze tra una razza e l' altra, per poterle poi usare su un piano o pedagogico, o economico, o sociale.

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