Quando Evola dialogava con i cattolici

Nel commentare la quarta edizione del saggio evoliano Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, di cui una nuovissima edizione critica è appena uscita per le Edizioni Mediterranee di Roma (pp. 184, euro 17,50), non si può non sottolineare come esso rappresenti una delle prove più convincenti di Julius Evola, intellettuale non accademico ma multidisciplinare più o meno come Oswald Spengler, da qualche tempo studiatissimo anche dagli studiosi delle Università italiane. E pertanto questa nuova edizione di Maschera e volto è arricchita da saggi firmati da Gianfranco de Turris, Hans Thomas Hakl, Stefano Arcella e da chi scrive.

Cominciamo col dire che in quest’opera – uscito in prima edizione nel 1932 – Evola si muove con agio non all’interno dei circuiti più noti nei quali lo spiritualismo accede a un proprio sapere ufficiale, bensì all’interno del circuito alternativo, ove gran parte della cultura rifiutata dalla teologia del mondo cattolico stava rialzando la testa a cavallo nei primi decenni del Novecento.

Per dirla con un celebre motto, Maschera e volto rappresenta la “negazione di una negazione”. La confutazione di un intero modo di accedere al trascendente (spiritismo, teosofismo, eccetera), a sua volta ribelle e al sistema positivistico-scientista, e a un modo di intendere la cultura sette- ottocentesco. In un gioco che Evola conduce per buona parte con le armi della sociologia o dell’antropologia più che con quelle della filosofia (almeno per come i suoi lettori dei primi anni Trenta erano stati abituati ad accoglierlo), fanno capolino qua e là due ospiti che hanno bussato alla sua porta abbastanza di recente. Renè Guénon, ad esempio, che proprio filosofo non è, e la stessa religione nata dalla vita e dalla resur rezione di Gesù Cristo (ovviamente non è che Evola si cristianizzò, ma semplicemente instaurò un dialogo e una interlocuzione anche con la religione dei Vangeli). D’altronde, se i rapporti fra Evola e Guénon sono certamente noti e studiati, un po’ meno forse quelli fra Evola e il cristianesimo secondo le indicazioni di Maschera e volto.

Il libro, nove capitoli nel 1932, dieci nel ’49 e undici nel ’971 rappresenta una storia lunga quarant’anni, se non di più. Ufficialmente il testo nasce in un periodo nel quale lo studioso tradizionalista – ed ex artista dadaista – era preso da talune difficoltà di orientazione politica e culturale. Il tema dello spiritualismo tuttavia interessava Evola sin dagli anni ‘20. Alcuni capitoli della prima edizione infatti erano già stati scritti e inseriti in pubblicazioni diverse, altri come quello sul cattolicesimo sembravano invece di nuova fattura.

In genere è difficile sintetizzare un libro in una sola frase ma per Maschera e volto ci si può provare: il sovrasensibile è un pericolo, più che una tentazione esso valga dunque come semplice conoscenza. È questo forse un commento appropriato per un volume che non ha mai fatto parlare di sé quanto invece avrebbe meritato. Evola indaga infatti i diversi pericoli dello spiritualismo contemporaneo, ma invero anche le poche qualità delle diverse vie al sovrasensibile. Così psicanalisi, teosofismo, antroposofia, neo-misticismo ed altre vie spiritualistiche – tornate prepotentemente di moda in Occidente prima nel post-68 e negli anni Novanta con la vulgata New Age ed ecologista – vengono setacciati con strumenti di raffinata esegesi (forse a oggi, per questo settore specifico, ineguagliati), al fine di chiarire la relazione che i primi e le seconde intessono con il sovrannaturale.

Ovviamente nel corso di quarant’anni il libro è stato sottoposto ad alcuni necessari aggiornamenti; non tanto fra la prima e la seconda delle tre edizioni quanto invece fra la seconda e la terza. Il “balzo in avanti” fatto da Evola fra il ’49 e il ’71 è certamente più significativo di quello fra il ’32 e il ’49. E nella terza edizione compaiono ad esempio alcuni riferimenti alla contestazione (e dunque alla nuova ventata di spiritualità, successiva al boom economico e alla controcultura degli anni Sessanta), e perfino un nuovo capitolo dedicato al satanismo.

In precedenza Evola aveva anche tentato di estendere le proprie critiche a categorie non propriamente spiritualisti, forse nel tentativo di fare del suo libro una sorta di saggio di modi e dottrine della contemporaneità. Ciò grazie a un capitolo – l’ottavo – inserito con l’edizione del ‘49. In esso l’argomento trattato – primitivismo, ossessi e superuomo nietzscheano – era tutt’altro che spiritualista. Ma dopo le vie che si dischiudono dinanzi ad un deficit di trascendenza, con l’edizione del 1971 Evola torna ad esplorare l’argomento principale del volume. E lo fa riallacciandosi a quanto aveva scritto in precedenza a proposito delle cosiddette forze “infere”. All’alba dei Settanta Evola parla esplicitamente di Satana, satanismo e gruppi satanici, introducendoli però ovviamente conon me un fenomeno alla moda. Nella seconda parte del medesimo capitolo, invece, Evola dedica alcune pagine anche ad Aleister Crowley. Il pensatore tradizionalista, comunque, distingue tra il “mago” britannico e gli atteggiamenti scevri da significati “alti” (e per nulla a carattere iniziatico) dei giovani contemporanei.

Ovvio è d’altra parte che le pratiche del “mago” britannico (dati anche certi esisti disperati), non potessero essere genericamente rivolte a tutti, senza distinzione alcuna. Credo che il capitolo che Evola dedichi al cristianesimo, insieme a quello sulla psicanalisi (peraltro l’opinione di Evola su Sigmund Freud e gli altri psicanalisti non è per nulla scontata), sia il più interessante di tutti. E immagino pure che il primo dei due continuerà a far discutere a lungo. Oltretutto per chi non ha mai letto Maschera e volto certe espressioni non proprio di condanna rivolte esplicitamente da Evola alla confessione cristiana saranno una vera sorpresa. Chi si aspetterebbe mai da un testo evoliano frasi del tipo: «Una sincera conversione al cattolicesimo, per i molti, significherebbe un progresso »? Per i pochi invece le cose potrebbero andare in modo molto diverso, soprattutto perché essi dovrebbero essere in grado di capire che la religione, in sé e per sé presa, basata cioè su una cosa chiamata fede, è tutt’altro che una semplice forma di spiritualità.

La questione è molto complessa, e ovviamente è necessaria andare alla lettura attenta del saggio e di tutte le appendici.
Qui però è doveroso affermare in modo chiaro quanto segue: rispetto all’Evola giovane, l’Evola anziano del ’71 ha assottigliato qua e là, non parlo specificamente del capitolo sul cattolicesimo, le molte citazioni “cristiane” all’interno di Maschera e volto, forse rendendosi conto di aver “esagerato” nelle prime due edizioni (si potrebbero citare anche alcuni dati storici per corroborare la tesi di un Evola più sfiduciato verso il cristianesimo di fronte a certi esiti della crisi postconciliare), tuttavia l’insieme delle opinioni espresse da Evola e delle sue particolari convinzioni che il cattolicesimo contenesse potenzialità positive in merito alla sua idea di tradizione, lascia davvero pochi dubbi: il problema cristiano riguarda e la forma (quella specificamente religiosa) e il contenuto (sul quale rimando ovviamente alla lettura del libro), ma alla luce di tutto questo parlare di un Evola anticristiano proprio non si può.

È ovvio poi che nel suo classico stile il pensatore romano intendesse separare il cattolicesimo prima dai cattolici e poi da… se stesso. Evola dedica l’ultimo vero capitolo di Maschera e volto, prima della parte destinata alle conclusioni, alla “magia superiore”. Nulla a che vedere né con le palle di vetro né coi poteri dei supereroi dei fumetti. E nulla a che vedere col vero spiritualismo ma stavolta in una direzione positiva. Insomma le pratiche rituali (o meglio le scuole migliori che in vario modo fanno uso di esse: in particolare quelle di George I. Gurdjieff e Gustav Meyrink), rappresentano per il filosofo della tradizione una sorta di “terza via”. Dopo lo scientismo e lo spiritualismo sembra questa la via verso il sovrannaturale nel ’900. Una strada difficile da percorrere, un sentiero colmo di pericoli del quale Evola offre al lettore varie ma caute indicazioni.

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Tratto dal Secolo d’Italia di sabato 25 ottobre 2008.

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Marco Iacona, dottore di ricerca in “Pensiero politico e istituzioni nelle società mediterranee”, scrive tra l’altro per il bimestrale “Nuova storia contemporanea”, il quotidiano “Secolo d’Italia”, il trimestrale “La Destra delle libertà” e il semestrale “Letteratura-tradizione”. Per il “Secolo d’Italia” nel 2006 ha pubblicato una storia del Msi in dodici puntate. Ha curato saggi per le Edizioni di Ar e per Controcorrente edizioni. Per Solfanelli ha pubblicato: 1968. Le origini della contestazione globale (2008).

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