Putin e la nave dei filosofi

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«…del trascendente che è solo trascendente non si può nemmeno parlare, perché il discorso lo rende già immanente in una specie di relazione. […] non si può parlare nemmeno dell’immanente che è solo immanente, perché si può parlare solo di ciò che in qualche modo, secondo un certo rapporto, esce dai confini di colui che parla, si isola da lui e gli si contrappone, diventa cioè trascendente»
(Pavel A. Florenskij, Il significato dell’idealismo)

moskauUna notte di settembre del 1922 salpò da San Pietroburgo, Pietrogrado al tempo, un mercantile tedesco diretto verso destinazione ignota nel Baltico e che, in un saggio del 2002 (1), Mikhail Glavatskij definì la “Nave dei filosofi”. Esso trasportava storici, letterati, filosofi ed altri intellettuali del tempo, accusati di avere pensieri e sentimenti contrari al comunismo sovietico ed all’ideologia marxista. Tra quegli esiliati, figuravano anche il filosofo Nikolaj O. Losskij e quel Nikolaj A. Berdjaev che sarebbe divenuto uno dei filosofi di riferimento di una parte dell’intellighenzia russa post-sovietica.

Nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, emersero in territorio russo una serie di intellettuali di elevato spessore spirituale e con una visione del mondo sostanzialmente tradizionale, che con l’avvento del bolscevismo vennero emarginati e le cui idee, in patria, vennero maggiormente rivalutate dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991. Pensiamo, ad esempio, a Soloviev, Berdjaev, Losskij e Florenskij.

Vi era tuttavia, lontano dal territorio russo e da altri paesi comunisti, chi tentava di far valere l’importanza di tali filosofi russi, e di altri autori quali Tolstoj, Dostoevskij, Bulgakov e Solženicyn. Autori che avrebbero potuto essere di supporto anche per la popolazione occidentale, oramai intrisa di relativismo e materialismo. Tra questi, in Italia, l’associazione Russia Cristiana ha svolto un ruolo importante sin dalla fine degli anni ’50 facendo conoscere, in particolare dagli anni ’60, il samizdat, ossia la letteratura clandestina russa contraria al regime comunista ed ai dogmi marxisti, sulla scia di Sintaksis, la prima rivista del samizdat sovietico, pubblicata in patria nel ’59 dal moscovita Alexandr Ginzburg.

Uno dei suoi fondatori, l’oramai plurinovantenne padre Romano Scalfi, supporta da decenni una visione della Russia ortodossa come Tradizione vivente cristiana, non pienamente sintonica con la modernizzazione attuata in ambito cattolico. Con la stessa tenacia con la quale Pio Filippani Ronconi evidenziò la Tradizione vivente nell’ortodossia e nel pensiero russo.

L’importanza che la visione platonica, neoplatonica ed hegeliana hanno avuto per quei filosofi russi della seconda metà dell’800 ed inizio del ‘900, ne sottolinea implicitamente l’idealismo e quindi la visione tradizionale e metafisica.

ai-miei-figliConnaturata all’uomo vi è la doppia natura fisica e metafisica, natura che da sempre ha portato due visioni diverse del mondo, razionalmente definite e definibili, forse, solo a partire dalla sofistica antica e dall’idealismo platonico. Idealismo che Aristotele tentò di “concretizzare”, di portare pienamente a terra e renderlo immanente. Il concetto di trascendenza immanente, come idea logicamente espressa e trasmissibile, ha inizio probabilmente con Aristotele. Da sempre, la storia umana terrestre è stata un alternarsi, a seconda dei tempi e dei luoghi, di approcci “fisici”, metafisici o metafisico-fisici (trascendenza immanente) alla realtà. Le “tradizioni” culturali sono “fisiche”, i principi della Tradizione sono invece metafisici, o metafisico-fisici allorché vengano applicati.

In ambito religioso, che l’ortodossia segua antiche tradizioni, e non si sia piegata alla modernità, risulta palese a chiunque partecipi ad una liturgia bizantina e la contrapponga a quella latina modernizzata: l’intensità spirituale ne è animicamente palpabile. La liturgia bizantina è rimasta pressoché immutata dai tempi di San Basilio Magno e San Giovanni Crisostomo, vissuti nel IV-V sec.. Un qualsiasi paragone con il decadimento della liturgia cattolica, in particolare a seguito del modernismo adottato nel Concilio Vaticano II, ci pare, oggettivamente, imbarazzante.

D’altra parte, è da annotare che l’illuminismo europeo, nonostante le aperture all’Europa di Pietro il Grande ed al supporto, successivamente, del pensiero illuminista da parte di Caterina II, la quale pure comprò la biblioteca di Diderot, non ha mai definitivamente attecchito in Russia. Basti pensare che la stessa Caterina II, che favorì il pensiero illuminista, fece successivamente arrestare Nikolaj I. Novikov, forse il massimo esponente dell’illuminismo russo del tempo, colpevole di aver aderito alla massoneria. Fu questo un classico esempio dell’ambivalente rapporto che la Russia ha sempre avuto con l’Europa, e così fu anche con il pensiero illuminista europeo. Da sempre, nella visione russa, si contrappongono periodi in cui domina la visione europeista, quella patriottica o quella euroasiatica. Conseguenza logica della posizione geografica, immensa terra tra Europa ed Asia, dato oggettivo che rimane dominante al di là delle personali preferenze per l’una o l’altra soluzione geopolitica, alternantesi nel tempo, soprattutto sulla base di interessi economici. Tanto che, dovesse l’Europa divenire un “quarto mondo”, e l’Asia arricchirsi sempre più, non dovremmo sorprenderci della nascita di una eventuale prospettiva puramente asiatica nel pensiero russo.

eurasia-vladimir-putin-e-la-grande-politicaRiprendendo la spinta idealista di filosofi quali Soloviev, Berdjaev ed Ilyin, e rinforzando la collaborazione tra Chiesa ortodossa e Governo, Putin ed i suoi collaboratori stanno riuscendo nell’intento di creare un’aura di etica attorno alle loro parole ed azioni, aura che viene ulteriormente supportata dal senso di rispetto dell’indipendenza degli Stati sovrani e del diritto internazionale, che si contrappone in modo evidente all’atteggiamento opposto americano. È oramai risaputo, nonostante dei media non propriamente allineati con la realtà dei fatti, che la stragrande maggioranza dei Paesi del mondo, tanto le popolazioni quanto i governi, abbiano una simpatia per l’atteggiamento russo mostrato negli ultimi anni, nella scena internazionale. Tutto ciò avviene mentre all’interno della Federazione Russa buona parte della cultura ufficiale, modernizzata anch’essa, non pare cogliere l’importanza di tale spinta idealista.

L’idealismo, contrapposto al positivismo, con lo sviluppo degli Stati moderni e laici ottocenteschi, di stampo illuminista, è venuto sempre meno. La separazione tra etica e politica, tra metafisica e “fisica” del governo, ed una connessa confusione tra forma di Stato e forma di governo (2), hanno portato al graduale sganciamento del pensiero occidentale dalla luce delle Idee. Sul territorio russo, ciò avvenne in modo meno marcato, anche grazie al fatto che l’Impero zarista rimase in vita fino al 1917: al di là di singoli casi specifici e contingenti, le famiglie reali hanno sempre avuto un atteggiamento, per ovvi motivi, anti-illuministico e tradizionale.

Vi è inoltre un ulteriore motivo, ancora più antico e radicato, che ha contribuito alla continua trasmissione, anche in periodo comunista, di vene sotterranee tradizionali in determinati circoli di intellettuali russi. Non si deve sottovalutare, infatti, la continuità della filosofia greca, attraverso la sintesi plotiniana, nel pensiero bizantino. Questa trasmissione continuata di un pensiero filosofico “spirituale”, con radici metafisiche, non è sostanzialmente mai venuta meno in ambito ortodosso.

È in questo quadro d’insieme che bisogna valutare quel gesto di Putin, divenuto mediatico qualche anno fa, quando sul Washington Post venne diffusa la notizia che Putin avesse inviato in dono ai governatori regionali una trilogia di libri che includeva: Filosofia della diseguaglianza di Berdjaev, Giustificazione del Bene di Soloviev e I nostri compiti di Ilyin. Governatori regionali, tra l’altro, che dal 2004, dopo la strage di Beslan, non vengono più eletti: da allora, dopo un primo termine presidenziale filo-democratico, Vladimir Vladimirovič si è allontanato sempre più dalle posizioni politiche occidentali, venendo sempre meno la sua fiducia nelle istituzioni democratiche. Ancor più alla luce delle rivoluzioni colorate in Georgia nel 2003 ed in Ucraina nel 2004 e dell’adesione di Paesi baltici all’Unione Europea ed alla NATO. Tutto ciò convinse lui ed il suo entourage ad avvicinarsi maggiormente, chiedendone il supporto, alla Chiesa ortodossa, al fine di “raddrizzare” una popolazione ancora eticamente svuotata dal comunismo storico sovietico.

È con il ritorno di Putin alla presidenza, nel 2012, che l’approccio conservatore e tradizionale del Governo russo diviene ancora più marcato. Una presa di distanza ancora maggiore dalla decadenza etica europea, allontanatasi dalle radici cristiane, e la definizione di una “Via Russa”: in ambito religioso, ben ancorata alla Chiesa ortodossa e di apertura alle altre tradizioni religiose, apertura che risale già, in realtà, al primo periodo post-sovietico; in ambito geopolitico, un atteggiamento pratico di equilibrio tra interessi diversi, euroasiatico con europei ed asiatici e patriottico in patria.

la-passione-dell-eurasiaTra gli autori più citati da Putin, dal 2005 in particolare, vanno ricordati i già menzionati Ivan Ilyin e Nikolaj Berdjaev, ma anche l’”antieuropeo” Konstantin Leontiev e l’”euroasiatico” Lev Gumilev. Pur non essendo un ideologo, Putin si è saputo circondare di intellettuali di valore; paiono avere una certa influenza, tra gli altri, Vladimir Yakunin, molto vicino al Presidente, così come il vescovo Tikhon (Shevkunov).

Nel complesso, si può notare quindi una visione molto affine a quella tradizionale. La ripresa dei filosofi russi, sofiologi e non, della seconda metà dell’Ottocento ed inizio Novecento, è un tentativo di ripristinare un pensiero filosofico idealistico, che per definizione è ben ancorato al reale, a differenza dell’astratto pensiero illuministico. «Quelle statue e quei quadri che nell’Ellade circondavano le donne incinte affinché il bambino si formasse sotto il loro influsso, in rapporto al bambino non andrebbero visti come idee, anzi, come idee trascendenti? Questo approccio all’idealismo è così lontano da un realismo in senso stretto?» (3).

Dalle vette ideali di tali filosofi, e della tradizione ortodossa, e dagli abissi materiali del comunismo storico, la prassi politica dell’attuale Governo russo pare aver tratto una sintesi di trascendenza immanente che non ha forse eguali nel mondo contemporaneo. La conoscenza antinomica essendo uno dei tòpoi del pensiero filosofico russo, conoscenza che trae esplicitamente le proprie radici nella dialettica platonica, nel neo-platonismo e nella dialettica hegeliana. Le icone bizantine ben rappresentano l’idea della conoscenza antinomica e comunionale (sobornost, Losskij) che tende ad unire con il trascendente simboleggiato dall’icona, tipica del pensiero bizantino e russo in particolare. Icone che spalancano verso l’infinito, verso l’essenziale, il trascendente, a differenza del quadro artistico che, in generale, descrive una specifica finitezza.

santa-madre-russiaDate le radici ideali accennate, non sorprende quindi che il pensiero bizantino, e russo in particolare, parli di “conoscenza integrale”, una visione monistica del Reale che Florenskij definì unisostanzialità. Un uso della ragione al fine di una conoscenza qualitativa, e non quantitativa-illuministica. «Noi dopo il Rinascimento abbiamo sempre più dato importanza alla ragione, ma la conoscenza non si può ridurre al razionalismo. Gli ortodossi hanno sempre parlato della conoscenza integrale: per arrivare alla verità bisogna usare di ragione, cuore e tradizione» (4), afferma padre Scalfi; «la bellezza è la completa conoscenza, è l’apice della verità. Questo per gli ortodossi è da sempre vero, noi invece riduciamo la bellezza ad estetica» (5).

L’esempio russo ci dovrebbe imporre, interiormente, uno stimolo ad una novella Rinascenza, una Rinascenza vera e ben più radicale di quella Rinascenza postmedievale che fu più che altro una Rinascenza di rari spiriti eletti, all’interno di un degrado spirituale collettivo. Una ripresa degli universalia come furono ampiamente dibattuti ed approfonditi nel periodo medievale, che sappia liberarsi della moderna sofistica di stampo illuministico: che è ben più sofista di quella antica, la quale era sostanzialmente una tecnica cosciente del linguaggio più che una conseguenza di uno stato mentale, astratto dal Reale. Oggigiorno invece domina, nell’ambito intellettuale, la pura astrazione.

«Sebbene noi oggi la rinneghiamo, accettare la tradizione è bene perché l’alternativa è avere come criterio di giudizio l’istinto: per questo oggi si dicono tante stupidaggini» (6). Un istinto che va di pari passo con l’individualismo moderno: «il peccato più grave è l’aseità, la verità è comunionale, senza rapporto non la si può capire» (7).

Note

1 Mikhail E. Glavatskij, Filosofsky parokhod: god 1922-i, Izdatelstvo Uralskogo Universiteta, Ekaterinburg 2002.

2 Cfr. nostro La Tradizione della Res Publica è antidemocratica.

3 Pavel A. Florenskij, Il significato dell’idealismo, SE, Milano 2012, p. 99.

4 C. Cazzaniga, Padre Scalfi: «La riconciliazione tra cattolici e ortodossi è possibile. Basta volerla», disponibile
all’indirizzo http://www.tempi.it/padre-scalfi-la-riconciliazione-tra-cattolici-e-ortodossi-e-possibile-basta-volerlo.

5 Ibid..

6 Ibid..

7 Ibid..

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