Pietro Maria Valsecchi
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Pietro Maria Valsecchi
(08 Ottobre 1926 – 25 Settembre 1927)
a tutti coloro che in questa,
nelle vite che verranno,
portano il destino di altri
e ne preparano la riparazione
Quando era entrato nel mondo, Pietro aveva occhi azzurri liquidi e profondi, sottili capelli color del grano.
In una delle due foto che restano di lui, è tra le braccia della nonna ed il suo sguardo fissa la madre, Matilde, che nell’immagine è riflessa nel grande specchio alla parete.
Quando glielo avevano portato la prima volta, dopo le urla e il sangue che gli erano valsi la luce, sua madre credette che avrebbe potuto per sempre amarlo, porre ghirlande d’oro di benvenuto nel cielo, al di sopra di luminose strade del tempo, cantare dolcemente per lui.
Ma qualcosa nel suo cuore si oscurò.
La notte il sonno avevano lasciato spazio ad ore vuote, ad una malinconia senza ragione e senza destino che sommergeva la stanza ed investiva tutto il suo essere.
Piangeva e, se avessimo potuto ascoltare il battito del suo cuore lo avremmo udito debole e lontano, come rintocchi cupi e sospesi.
Il bambino le appariva un peso che non avrebbe mai potuto portare.
Temeva di potergli fare del male, controllava che vicino al letto non vi fossero oggetti con cui avrebbe potuto colpirlo, le sue braccia non lo accoglievano ma lo restituivano.
Non c’era più nulla.
Infinitamente debole, non poteva cambiare, ritornare a lui.
La famiglia decise di ricoverarla in ospedale.
Uscendo da casa, sorretta dal marito, vide un’ultima volta Pietro, al di là di una porta semiaperta mentre qualcuno gli si affaccendava intorno.
Poi il grande atrio scuro dell’ospedale, la camerata, i mesi del ricovero, gli altri della convalescenza in riviera.
Il bambino venne affidato ad una balia, in qualche luogo della sua coscienza pose la perdita di sua madre e di un vero amore del sangue e del cielo e si abituò a guardare quei grandi occhi, come due pozze nere, quel viso così diverso, largo, da contadina, teso agli zigomi.
Un giorno, la balia notò un rigonfiamento sulla testa del bambino, alla fontanella.
Il mattino seguente la febbre era altissima.
Venne subito chiamato il medico. Mentre attendevano, in piedi intorno al bambino, il cui respiro era diventato come di ruggine, lo videro scuotere in una serie di convulsioni il piccolo braccio, uno solo, il sinistro, e morire.
Il dottore arrivò e disse che si era trattato di meningite fulminante.
Era il 25 Settembre del 1927.
Matilde riceveva in ospedale le visite del marito, Mario.
Chiedeva di suo figlio e lui la rassicurava.
Ci mise altri due mesi, a tornare in sé.
Quando tornò nella casa chiese del figlio e sua madre le rispose bruscamente.
Era morto, non lo sapeva?
Mario aveva preparato per lei la foto in una cornice, Pietro portava uno zucchetto di lana, una veste a righe.
Lei mise la foto nel cassetto del suo comodino, così che il bambino non fosse più in quella intollerabile luce.
Così, così era meglio, come la piccola bara bianca sta nella terra, ed è sempre notte e il legno è squassato e il corpo disciolto e nessuno ascolta la pioggia che batte come in un gioco là sopra, sulla lastra di granito, nessuno sente il silenzio della neve che vi cade.
Negli anni qualcuno forse scoprirà la foto per caso e chiederà e allora si dovranno riaprire il cuore e il tempo e dirlo, quel nome: Pietro.
Nel 1930 nacque Eugenia, la prima figlia di Matilde e Mario.
Poi Giovanna nel 1932. E Luisa, nel 1933.
Loro. La famiglia. La discendenza.
E, là, il bambino, fermo nel tempo: la fiamma della sua assenza, del suo dolore per essere stato escluso dagli elenchi della terra e del ricordo arderà lungo tutte le generazioni del sangue.
Altri hanno spartito, avidi e senza colpa, la terra dei vivi e le sue ricchezze.
Lui non chiede che poco, essere salvato, condotto ad un luogo, a una tomba nell’aria, sospesa da un vento che tocca il corpo, così dolce.
Emilio Michele Fairendelli
Commenti
Commento di emilio michele faire
Ora: 21 febbraio 2010, 14:50
Per chi percorra la strada lungo il lago di lecco per milano, il cimitero di calolziocorte è appena aldifuori del paese.
Entrandovi, la prima tomba sulla sinistra è quella della famiglia Valsecchi.
Tre soli nomi incisi sulla grande lastra.
Chi può sapere se il bambino è là sotto, insieme a qualcuno dei suoi maggiori?
Restano due foto e i cerificati di nascita e morte che il Comune fornisce a chiunque ne faccia richiesta.
La balia era di Vercurago – il paese prima di Calolziocorte – il suo nome era Santina, forse qualcuno, vecchio tra i vecchi, ancora ricorda.
Un vaso di fiori color ciclamino, piccoli come lui, come prima giustizia, attendendo altro. E.M.F.
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Commento di emma
Ora: 18 febbraio 2010, 13:25
Le due date che aprono i racconti del suo album di dagherrotipi fermano il tempo su un passato privato o comune, reale o fantastico, la musica si interrompe e nel silenzio credo di raggiungere qualcosa di quel tempo che mi riappacifichi col presente.
Grazie per la capacità di trasformare una pagina in spartito, le sillabe in accordi.