Pianificare la società multietnica vuol dire pianificare la catastrofe

Da anni e anni ci sentiamo ripetere che realizzare la “società multietnica” è il grande obiettivo del terzo millennio, il luminoso futuro che ci attende al di là del post-moderno. Da anni ci sentiamo ripetere, come un ritornello, quanto sia bella, desiderabile e felice una società multietnica; dove razze, culture e religioni diverse coesistano armoniosamente e dove le barriere dell’incomprensione, del pregiudizio e dell’intolleranza – residuo di un passato vergognoso e da dimenticare – siano abbattute per sempre.

Le autorità politiche ci ripetono che tale è il nostro “destino manifesto”; quelle economiche, che noi abbiamo assoluto bisogno di lavoratori immigrati per tenere alto il nostro tenore di vita e per riempire i vuoti demografici dovuti alla bassa natalità; quelle religiose ci ricordano il dovere cristiano dell’accoglienza; quelle culturali ci assicurano che ciò costituirà un impagabile arricchimento per il pensiero, l’arte e la scienza. Tutti insieme appassionatamente ci rintronano gli orecchi con lo stesso motivo, una mescolanza di utilitarismo esplicito e di umanitarismo e democraticismo zuccherosi.

Ma è proprio così?

Noi abbiamo molti dubbi in proposito, anche se politicamente assai scorretti. Ci rendiamo perfettamente conto della delicatezza dell’argomento e della facilità con cui, su un tale terreno, possono crearsi equivoci e si può dare esca a bieche strumentalizzazioni; perciò ci sforzeremo di essere chiari, quanto lo si potrebbe essere ragionando con un bambino delle scuole elementari.

La necessaria premessa è che la nostra perplessità non nasce in alcun modo da un pregiudizio razzista nei confronti di altri popoli, altre culture e religioni; al contrario, in anni non sospetti (diciamo una trentina d’anni fa), parlavamo di interculturalità quando non esisteva quasi nemmeno la parola, e con saggi e articoli ci sforzavamo di ribadire il concetto che l’egoismo economico e politico del Nord della Terra stava generando situazioni insostenibili nel Sud, e che l’unica soluzione a tale problema era una più larga e generosa comprensione della necessità di elaborare una risposta globale, materiale e morale, alla miseria crescente del Sud e al malessere spirituale crescente del Nord; ad esempio col libro Metafisica del Terzo Mondo, edito nel 1985.

Ciò chiarito, vediamo brevemente perché l’obiettivo della costruzione di una società multietnica ci sembra una utopia pericolosissima, foriera di conseguenze che non noi, ma le generazioni future ben difficilmente riusciranno a gestire razionalmente e pacificamente.

Il primo motivo di perplessità ci viene dalla storia.

Se vogliamo guardare alla natura umana quale essa è e non quale vorremmo che fosse o quale sarebbe auspicabile che fosse, ci accorgeremo che le società multietniche hanno prosperato in pace e in buona armonia solo per brevi periodi e in situazioni favorevoli assolutamente irripetibili, dovute a un concorso di circostanze fortunate. Tale fu il caso dell’India di Akbar (1542-1605), noto in Europa come il “Gran Mogol”, illuminato sultano mongolo-indiano che perseguì con saggezza e lungimiranza un progetto di coesistenza etnica e religiosa. Tuttavia, lo ripetiamo, si tratta di rare eccezioni alla regola. La regola è completamente diversa e ci mostra una serie ininterrotta di conflitti, di odi, di rivincite lungamente attese e di rancori a fatica dissimulati. Possibile che il caso della ex Jugoslavia, senza andare tanto lontano nello spazio e nel tempo, non abbia insegnato niente a nessuno? Eppure, per chi li voleva vedere, i fatti sono lì, sotto i nostri occhi: e dicono chiaramente che nemmeno dopo secoli di convivenza (secoli, non anni!) l’etnia serba, quella croata, quella bosniaco-musulmana, quella albanese, ecc. sono riuscite a convivere in pace; anzi, che si sono sempre odiate e combattute e che ogni tentativo di comporre i loro contrasti è risultato assolutamente vano.

Del resto, lo stiamo vedendo anche in questi giorni. Gli Albanesi del Kossovo, spalleggiati fin dall’inizio dal colosso americano, vogliono l’indipendenza: e, dopo aver subito lunghi periodi di “pulizia etnica” da parte dei Serbi, l’hanno fatta subire, con gli interessi, ai loro ex oppressori; tanto che in tutta la regione la presenza serba è scesa sì e no al 10% della popolazione totale. Conclusione (per chi la vuole vedere e non ha la coda di paglia): neppure gli sforzi delle grandi potenze e dell’intera diplomazia europea, neppure gli strumenti democratici del referendum e dell’autodeterminazione sono stati sufficienti a salvare la convivenza fra due stirpi che coesistevano da tempo immemorabile nello stesso territorio.

Oppure si pensi all’Irlanda del Nord, ove più di quattro secoli di coesistenza non sono riusciti ad attenuare minimamente l’astio e il disprezzo reciproco fra l’elemento anglo-protestante e quello irlandese-cattolico.

Eppure la società multietnica di cui ci parlano gli odierni cantori delle magnifiche sorti e progressive non nascerà da secoli di convivenza, ma verrà improvvisata dall’oggi al domani; e non coinvolgerà due sole etnie, ma decine e decine di etnie provenienti da ogni parte del mondo, con una varietà di lingue, usanze, religioni quali mai vi era vista prima nella storia. Anche l’India di Akbar, in fin dei conti, non doveva far coesistere che due elementi: l’indù e il musulmano. E sappiamo che fine ha fatto il sogno di quella convivenza: neppure il carisma di Gandhi ha potuto impedire la spaccatura dell’India in due Stati ferocemente avversi l’uno all’altro.

E questo esperimento pericolosissimo, dal quale non ci sarà più modo di tornare indietro, dove lo si vuole realizzare? In tutta Italia; in tutta Europa. Non in una piccola regione, ma nell’intero continente. Per fare un esempio: quei milioni di Rom che non sono mai riusciti a integrarsi veramente con il popolo romeno, ora dovrebbero farlo negli Stati dell’Europa Occidentale, da un giorno all’altro. È verosimile?

La seconda ragione di perplessità è di ordine politico.

Nella presente congiuntura politica, con la guerra di civiltà scatenata dall’irresponsabile governo degli Stati Uniti d’America, e nella quale versano benzina sul fuoco gli interessi palesi e concreti del governo israeliano, l’Europa dovrebbe accogliere alcune decine di milioni di immigrati, molti dei quali provenienti da Paesi islamici, i quali non vengono solo in cerca di lavoro, ma con il progetto a lungo termine di islamizzarla. Sia detto per inciso, lo spettacolo politico cui assistiamo da parecchi anni è a dir poco sconcertante: quello di un’Europa, prossimo campo di battaglia tra due opposti integralismi, che continua ad essere subalterna e ossequiente verso i due massimi responsabili di tale situazione: i governi di Washington e di Gerusalemme. Eppure è evidente che i loro interessi non sono i nostri, che i loro obiettivi strategici non hanno nulla a che fare con i nostri; non occorre essere dei geni della geopolitica per capirlo.

Si dirà che se non gli immigrati, i figli degli immigrati provenienti da quei Paesi svilupperanno un legame affettivo con la loro nuova patria d’adozione; e che questo renderà possibile non solo la pacifica convivenza, ma addirittura l’integrazione (ciò che non era riuscito al saggio e illuminato Akbar in condizioni tanto più propizie). Non è vero. I cittadini britannici di origine araba che avevano progettato gli attentati all’aeroporto di Londra non erano figli di immigrati, ma figli dei figli dei primi immigrati: immigrati della terza generazione. Non solo non avevano sviluppato alcun legame affettivo con la loro patria d’adozione, ma nutrivano per essa tutto l’odio che è possibile albergare nel cuore umano.

Oppure ricordiamo l’insurrezione delle banlieue francesi; o ancora, se si preferisce, le feroci lotte interetniche scoppiate a Los Angeles nei rimi anni Novanta del secolo scorso, quando asiatici, africani ed ispanici si affrontarono a colpi di pistola e di coltello, saccheggiando i negozi, incendiando le abitazioni e così via. Eppure parliamo di etnie che vivevano sullo stesso territorio da molto tempo. Inoltre la Gran Bretagna e la Francia, per via del loro passato coloniale, e gli Stati Uniti, per via della peculiarità del loro popolamento, avevano avuto molto tempo per sviluppare una cultura dell’accoglienza e dell’integrazione. Ma non vi sono riusciti. Vi riusciranno Paesi come l’Italia, che non hanno una storia del genere dietro le spalle, non hanno sviluppato una cultura del genere; e, anzi, fino a due generazioni fa, erano Paesi di emigranti?

La mentalità mercantilista cui l’Occidente si è assuefatto negli ultimi secoli produce una curiosa deformazione percettiva. Ignorando i fatti e mettendo a tacere anche il semplice buon senso, si continua a pensare che, col denaro e i mezzi materiali, si possa fare tutto: anche creare dei legami di appartenenza, dei vincoli di tipo affettivo. Ma non è così. L’amore per il paese in cui si vive non nasce soltanto dal fatto materiale di trovare, bene o male, casa e lavoro; nasce, eventualmente, dal proprio retroterra culturale e dalla disposizione d’animo con cui si è affrontato il duro passo dell’emigrazione. I nostri nonni, che emigravano verso le miniere del Belgio con le loro valigie di cartone legate con lo spago, lo sapevano molto bene. Perfino in un paese relativamente vicino al proprio, ove si parla una lingua della stessa famiglia e si pratica la stessa religione, l’integrazione è stata realizzata solo da pochissimi e solo dopo sforzi disumani. La maggior parte dei nostri nonni, appena potevano, rifacevano la valigia e se ne tornavano a casa. Quanti di loro sono rimasti e hanno finito per amare il paese adottivo? Amare è una parola grossa; andiamoci piano.

La terza ragione di perplessità è di ordine economico.

Si dice e si ripete che le società a capitalismo avanzato hanno assoluto bisogno di manodopera, non solo e non tanto nelle fabbriche, quanto nei settori ormai abbandonati o semi-abbandonati: di braccianti agricoli, di manovali nei lavori pubblici o di operai non specializzati nell’industria, di infermieri nelle strutture sanitarie, di badanti per gli anziani soli e non autosufficienti. Ma è proprio così? Di fatto, l’aumento dell’immigrazione ha dato il colpo di grazie al piccolo commercio: milioni di botteghe familiari hanno dovuto chiudere, strangolate dalle tasse, mentre le piccole e medie imprese hanno potuto disporre di manodopera a basso costo che, in ultima analisi, ha favorito una ulteriore concentrazione dell’industria e del commercio. E mentre i piccoli negozi chiudono, sempre più numerosi aprono quelli degli immigrati; per non parlare del commercio clandestino di prodotti a costo bassissimo, importati illegalmente o fabbricati in strutture illegali, che creano una concorrenza insostenibile per i nostri commercianti. E si ricordi cosa è successo a Milano quando le autorità comunali hanno tentato di porre un po’ di ordine, non diciamo nel commercio cinese, ma nel semplice utilizzo degli spazi pubblici per il trasporto delle merci: una mezza insurrezione, con tanto di bandiere cinesi sulle barricate e di intervento dell’ambasciatore di Pechino. Altro che immigrati disciplinati e rispettosi della legge, che badano solo al proprio lavoro. Ora, si provi a immaginare cosa sarebbe accaduto se i nostri nonni emigrati in Svizzera, non più tardi di mezzo secolo fa, avessero avuto una reazione del genere, e sia pure di fronte a una supposta ingiustizia o prepotenza delle autorità pubbliche. Il fatto è che non ci pensavano proprio: non erano andati all’estero per far sventolare il tricolore alla prima difficoltà, ma per guadagnare qualcosa da mandare a casa.

La quarta ragione di perplessità è di ordine demografico.

Si dice che, senza l’apporto di immigrati stranieri, e più precisamente di famiglie straniere o, comunque, di coppie che metteranno al mondo dei figli, il nostro declino demografico, e quindi economico, sarebbe irreversibile. A noi pare che il ragionamento si possa tranquillamente rovesciare e che si possa pronosticare che, con gli attuali, rispettivi indici di natalità degli Europei e degli immigrati, nel giro di poche generazioni i popoli del vecchio continente cominceranno letteralmente a scomparire; e con essi spariranno, poco alla volta, dialetti, lingue, culture, religione: tutto.

Già abbiamo visto, in un conteso pre-industriale, quanto rapidamente le culture locali siano state sopraffatte e cancellate dalle culture nazionali. Che fine hanno fatto, per citare un solo esempio, la lingua e la gloriosa letteratura provenzale, quando il francese ha cominciato ad affermarsi? Ora quest’ultima vive quasi solo nei capolavori del grande poeta Frédéric Mistral (1830-1914). E ovunque, nella modernità, si è assistito allo stesso fenomeno: giornali, radio, cinema e televisione hanno dato una mano alle culture nazionali per raggiungere la cosiddetta “unificazione”, cioè per spazzar via le culture vernacolari; e oggi, complice l’informatica, anche le culture nazionali cominciano a scomparire, finché non resterà che la cultura dell’Impero: la lingua inglese, il pensare americano, il vestire, studiare e usare il tempo libero, secondo il modello americano.

Quanto al temuto declino economico, è chiaro che si presenta la necessità della manodopera straniera solo se si parte dal presupposto che l’economia debba continuare a basarsi sul concetto della crescita. Ma, ormai, anche gli economisti liberali più tradizionali cominciano ad ammonire che il concetto di crescita illimitata è insostenibile, se non altro per il prossimo, inevitabile esaurimento delle fonti energetiche non rinnovabili e per gli effetti catastrofici dell’inquinamento; e
che è tempo – se non è già troppo tardi – di ripensare radicalmente la nostra idea dell’economia e le idee stesse dello sviluppo e del progresso. Si tratta di idee recenti, nate – in pratica – con l’Illuminismo e con la Rivoluzione industriale. L’Europa ha costruito le cattedrali e prodotto gli Elementi di Euclide, la Divina Commedia di Dante e il teatro di Shakespeare facendo benissimo a meno di tali idee.

Non è vero che chi si ferma è perduto, che l’economia deve sempre crescere, pena la recessione: questo è il ricatto degli economisti in mala fede, i cui nomi sono scritti sul libro paga di un capitalismo irresponsabile e ormai agonizzante. È incredibile che così poche voci, nel mondo della cultura, si siano levate per denunciare questa menzogna spudorata, nonostante l’evidenza dei fatti e la gravità dei pericoli cui andiamo incontro.

La quinta ragione di perplessità è di natura organizzativa.

Se anche lo si fosse voluto, non crediamo sarebbe stato possibile gestire il fenomeno dell’immigrazione in maniera peggiore di come si è fatto. L’atteggiamento della classe politica è stato un miscuglio di faciloneria imbecille, di assoluta inefficienza, di miopia che ha dell’inverosimile.

Ricorderemo sempre una frase emblematica pronunciata da Massimo D’Alema, che rivestiva la responsabilità di capo del governo italiano all’epoca dei giganteschi sbarchi di clandestini albanesi sulle coste pugliesi, verso la metà degli anni Novanta del Novecento. Di fronte all’ennesimo approdo di una “carretta del mare” con cinquecento albanesi a bordo, molti dei quali si resero subito irreperibili a terra, con la sua abituale aria di superiorità egli disse – citiamo a memoria ma con sostanziale esattezza – ai microfoni del telegiornale: “Mi rifiuto di credere che per un grande Paese come l’Italia possa costituire un problema l’accoglienza di cinquecento poveretti che vengono in cerca di lavoro”. Solo che i cinquecento sono diventati una massa incontrollabile, e non solo di albanesi; al punto che non sappiamo esattamente neppure quanti sono adesso.

Dalle frontiere sforacchiate, terrestri e marittime, del nostro Paese si riversano ogni anno decine di migliaia di immigrati clandestini, molti dei quali andranno ad alimentare le attività illegali, se non la malavita vera e propria. Ogni anno, ogni estate i bagnanti di qualche spiaggia del Mezzogiorno assistono allo spettacolo sconvolgente dell’approdo di questi disperati: ci siamo abituati all’incredibile, percepiamo come normale ciò che dovrebbe essere l’eccezione clamorosa. E intanto la mafia, in Sicilia, ha individuato in questo mercato di carne umana una delle sue attività più redditizie, alla faccia degli sforzi disperati di singoli magistrati e di singoli operatori delle forze dell’ordine per combattere questo nostro vecchio (e mai curato) cancro nazionale, cercando di mettere sotto controllo le sue fonti di finanziamento. La stessa cosa avviene in Calabria con la ‘ndrangheta, in Campania con la camorra e in Puglia con la Sacra Corona Unita. I barbari dell’interno fanno commercio di questi immigrati, d’accordo con i criminali dell’altra sponda del Mediterraneo, imbarbarendo sempre più la vita nazionale. Mentre alle unità in servizio per contrastare mafia e immigrazione clandestina scarseggia perfino la benzina per le indispensabili attività di pattugliamento del territorio, aliquote consistenti delle forze dell’ordine sono destinate a compiti di scorta di decine di onorevoli inquisiti per svariati reati del codice penale o per sorvegliare e proteggere le loro ville e i loro yacht.

Accoglienza non vuol dire irresponsabilità. In Australia, per esempio, (lo sappiamo per conoscenza diretta), perfino in caso di un matrimonio fra un cittadino italiano e un cittadino australiano – matrimonio autentico, matrimonio d’amore con tanto di figli e non escamotage legale per coprire l’immigrazione di uno straniero – i controlli sono severissimi, puntigliosi, caratterizzati da una estrema diffidenza. E non parliamo delle conseguenze sanitarie della faciloneria con cui si spalancano le porte del nostro Paese a chiunque lo voglia. Poiché viviamo in quella parte d’Italia ove è appena scoppiato il caso della meningite fulminante, originata appunto presso gruppi di immigrati, abbiamo visto coi nostri occhi cosa può accadere quando i controlli sanitari sulle persone immigrate sono pressoché inesistenti: in nome di un buonismo e di un garantismo demenziali, si mette a repentaglio la sicurezza di milioni di cittadini.

Prima che la demagogia irresponsabile della nostra classe dirigente (o piuttosto della nostra classe dominante, per usare la terminologia gramsciana) crei situazioni di conflittualità incontrollabile, come sta già avvenendo in alcune zone del Paese – ove la popolazione residente è, in certi casi, semplicemente esasperata – bisogna avere il coraggio di dire che non solo le quote di immigrati dovrebbero essere drasticamente ridotte, ma che si dovrebbe organizzare con maggiore buon senso e con molta maggiore efficienza l’inserimento degli immigrati regolari. Oggi assistiamo alle cose più sconcertanti: che un ragazzo africano, ad esempio, che non sa una parola d’italiano, può e anzi deve essere accolto in terza o quarta superiore della scuola pubblica; che un immigrato, trovato privo del permesso di soggiorno, può eclissarsi tranquillamente, ignorando la notifica di espulsione; che negli asili e nelle scuole pubbliche si evita di fare il presepio o di intonare canti natalizi per non “offendere” i sentimenti religiosi dei bambini di altra religione; e così via.

Si aggiunga che gli immigrati, per ovvie ragioni, tendono a concentrarsi nei quartieri più poveri e che la loro presenza, a volte rumorosa e disordinata (come quando più nuclei familiari si stabiliscono in un piccolo appartamento, o come quando essi gestiscono locali pubblici in zone residenziali, restando aperti fino alle tarde ore notturne e disturbando la pace dei vicini) mette gravemente a disagio i cittadini ivi residenti, che già stentano a sbarcare il lunario e che si vedono gradualmente circondati ed “espulsi” dai loro rioni e dalle loro abitazioni. In tutti questi casi – e sono assai numerosi – il pericolo è che si vada verso una guerra tra poveri e verso una cultura dell’incomprensione e della chiusura reciproca. Al tempo stesso, le pubbliche amministrazioni sono vergognosamente carenti nel garantire un minimo di accoglienza e di dignità agli immigrati regolari. Li si espelle con la forza dalle abitazioni abusive, ma non si fa assolutamente nulla per assicurare loro un tetto decente sopra la testa; e, se li ospita provvisoriamente qualche vescovo o qualche prete di buon cuore, si critica quest’ultimo e lo si denigra senza ritegno. È successo e continua a succedere; basta leggere i giornali o ascoltare i notiziari del telegiornale – quando non sono troppo occupati a riferire gli sproloqui dei politici “ufficiali”, di destra e di sinistra, e i loro fioriti discorsi su un Paese che non esiste se non nella loro immaginazione.

Insomma si consente l’ingresso di cifre impressionanti di immigrati, ma non si fa nulla per aiutarli ad inserirsi nella società civile: quando il problema dell’inserimento sarebbe già gravissimo (almeno in senso morale ed affettivo, come già detto) anche se fossimo in presenza di strutture idonee e di una politica dell’immigrazione responsabile e ben organizzata. E mentre la disorganizzazione e l’irresponsabilità continuano a imperversare, come se ci trovassimo di fronte a un’emergenza scoppiata ieri e non a un fenomeno ormai in atto da alcuni decenni, il disagio crescente generato da situazioni insostenibili alimenta vieppiù la demagogia forsennata di alcune forze politiche, quelle sì razziste e irresponsabili, che sanno vedere solo gli esiti del fenomeno ma non ne fanno una analisi complessiva; e che agitano con tremenda incoscienza la bandiera dell’intolleranza e perfino della provocazione. Non abbiamo forse visto un importante uomo politico italiano, che oltretutto ricopriva una caria istituzionale, esibire una camicia decorata con vignette che irridevano l’altrui fede religiosa? Paurosi effetti della totale insipienza di una classe dirigente che è venuta meno al suo compito fondamentale: cercare di conciliare il proprio interesse particolare con quello complessivo della società.

La sesta ragione di perplessità è di tipo affettivo.

Pur con tutti i suoi difetti, noi amiamo l’Europa, amiamo l’Italia, amiamo le nostre regioni, le nostre cittadine, la nostra bellissima natura (là dove si è parzialmente salvata dallo scempio edilizio e industriale degli ultimi decenni). In questo amore non vi è niente di esclusivista, di razzista, di xenofobo. Crediamo, anzi, che l’amore per la propria terra dovrebbe essere un requisito essenziale di qualunque società umana; e che non sia possibile amare il mondo se non si ama, prima, la propria terra; come non è possibile amare l’umanità se non si amano, in concreto, i propri vicini. Questo, ripetiamo, non è nazionalismo né campanilismo.

Ora, amare la propria terra e la propria gente significa anche desiderare che esse continuino ad esistere, anche quando noi non ci saremo; e che i nostri figli potranno vivere in pace nei luoghi che abbiamo loro affidato, così come li abbiamo ricevuti dai nostri genitori e dai nostri nonni. È chiaro che dei cambiamenti vi saranno; nulla rimane uguale a se stesso. Tuttavia una cosa è convivere con la necessità di una trasformazione lenta e graduale, che salvi l’essenza della propria terra e della propria gente; e un’altra cosa è auspicare una trasformazione radicale, immediata, traumatica, che cancellerà ogni traccia del passato e farà piazza pulita delle cose più belle che i nostri antenati hanno elaborato nel corso della storia, a cominciare dal dialetto, dalla lingua e dal modo di vedere la vita.

Ogni popolo, ogni comunità hanno un proprio modo di vedere la vita; e si tratta di una filosofia intraducibile. Quando si dice casa – anzi, cjase – a un friulano, non si dice la stessa cosa che si direbbe a un inglese, a un russo, a un giapponese, adoperando le parole delle loro lingue; si dice una cosa diversa. Una cosa che non si può spiegare, ma che esiste. È fatta di ricordi, di affetti, di sensibilità; e ciascun gruppo umano possiede la propria, frutto di un lentissimo processo storico e di una costante interazione sia con l’ambiente fisico, sia con gli altri gruppi umani. Un qualche cosa di intimo, di bello, di sacro: che non merita di essere gettato via, come un fardello ingombrante del passato.

Noi siamo quello che siamo, perché siamo quello che siamo stati; e saremo quel che saremo, perché ora siamo quello che siamo e perché siamo stati quello che siamo stati.

Al di fuori di questa consapevolezza, non vi è che la barbarie dello sradicamento, dell’anonimità, dell’omologazione senz’anima e senza radici.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

6 Risposte

  1. Nicola Andreini
    | Rispondi

    Ottimo ed esauriente!

  2. Marco Zorzi
    | Rispondi

    Un articolo molto acuto intellettualmente e molto leggibile per la chiarezza e la scorrevolezza che lo caratterizza, (come del resto tutti gli articoli di Lamendola).
    C'è un gruppo in Facebook che è nato proprio in funzione della condivisione dei contenuti di questo articolo, in particolare per chi si sente di appartenere pienamente ad un'area ideologica di sinistra, ma non accetta loscempio in corso del nostro paese causato da queste nuove invasioni barbariche: http://www.facebook.com/pages/Di-sinistra-e-antir
    Ancora complimenti all'autore, e per fortuna che ci sono persone così lucide, nel mare di insulsaggine e alienazione in cui siamo sprofondati.

  3. mainikka
    | Rispondi

    Ciò non toglie che il pianeta è destinato ad assistere ancora a lungo a questi spostamenti di popoli e ad affrontare, si spera con mezzi più adeguati, tale fenomeno: contrastarlo e/o impedirlo è un'utopia non meno illusoria del credere alla possibilità di una convivenza serena e pacifica.
    E comunque ne parlo più espressamente qui: http://mainikka.altervista.org/category/intercult

  4. stella
    | Rispondi

    Finchè l'80%della ricchezza totale continuerà a rimanere nelle mani del 20% della popolazione mondiale
    (occidentale) lasciando le briciole al resto del mondo, e finchè pochi avranno accesso alle risorse escludendo i più e tenendo molti nella fame, nella miseria e nel degrado, sarà un'utopia fermare i giovani immigrati.
    Non saranno le politiche immigratorie va risolvere la questione finchè non si metteranno in atto serie politiche redistributive a livello mondiale. Non aiuti ma POLITICHE! Nel frattempo imparare a convivere vedendo le risorse e non solo i disagi.
    La responsabilità è dei ricchi non dei miserabili!

  5. fransej
    | Rispondi

    L'articolo è ben scritto e ragionevole, ma richiede qualche correzione. Leggo che la disponibilità ad integrarsi nel paese d'immigrazione dipende " dal proprio retroterra culturale e dalla disposizione d'animo con cui si è affrontata l'emigrazione ". No, non solo: dipende anche da come si viene trattati nel nuovo paese di residenza, Soprattutto, ad accettare in pieno le tesi dell'articolo si dovrebbe concludere che gli immigrati non accettano mai, neanche in parte, la cultura del loro nuovo paese. Se così fosse, con tutti i popoli che sono passati in Italia nel corso dei millenni, nella penisola dovrebbero esistere cento etnie diverse, e gli Stati Uniti come nazione non esisterebbero. Violente o pacifiche, le migrazioni esistono da sempre e frequentemente hanno portato a fusioni e integrazioni varie. Bisogna peraltro dire che le società multietniche, quelle cioè nelle quali non si è verificata la fusione dei diversi gruppi, finora sono esistite prevalentemente grazie ad autorità " imperiali " di tipo assoluto, le sole in grado di mantenere la pace tra i gruppi( si veda l' Unione Sovietica, ad esempio ). Per convivere con gli immigrati, l'Europa dovrà favorire una loro almeno parziale assimilazione ai paesi d'insediamento, pur senza pretendere la completa rinuncia alle loro culture originarie. Dovrà, perché la rinuncia alla crescita economica è improbabile che si realizzi.

  6. Renzo
    | Rispondi

    Un solo aggettivo per descrivere la società multietnica: TRISTE!

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