Pesca pericolosa sui mari del Nord

(Dal nostro inviato)

« N. 2130», marzo.

La nave norvegese Alexandra Hoegh, affondata da una mina il 21 gennaio 1941.
La nave norvegese Alexandra Hoegh, affondata da una mina il 21 gennaio 1941.

Il dragamine «N. 2130» non è certamente la nave delle mille meraviglie. È un peschereccio a motore, se volete è veramente un bel trawler potente e veloce, ma, per virerci sopra, bisogna amarlo come lo possono i pescatori che calcando la sua tolda si guadagnano la vita da una quindicina d’anni oppure si deve essere un caparbio giornalista che, a tutti i costi, si è messo in testa di vedere la «morte che fluttua» e di scrivere la cronaca di come si «pescano» le mine. A me è già capitato di vedere uscire dalle acque dell’Artico tanti bei sacchi gonfi di splendidi pesci, ma questo avveniva quando il mondo faceva di tutto per provocare la guerra sbraitando che questa era lontanissima dalle sue intenzioni. Ora la guerra c’è, nessuno si decide a farla ed anche i merluzzi e le aringhe vivono pacificamente in fondo al mare perché i migliori pescherecci si sono vestiti di grigio, hanno piazzato un cannone sulla prua, hanno cambiato rete e abolito i divergenti e si sono messi a pescare certi curiosi ed improvvisi abitanti delle onde, tutti rotondi ed irti di percussori, sfere di acciaio che hanno il potere di mimetizzarsi coi flutti e che celano nel loro interno un infernale pericolo di morte: le mine. Ed ora, ogni epoca ha le proprie usanze, sono tornato a bordo di un peschereccio, che non si chiama più peschereccio ma dragamine, e sto a vedere cosa diavolo può fare uscire dal mare questa guerra della quale tanto si parla.

Cordiale accoglienza

Noi abbiamo preso il largo molto a nord degli sbarramenti ufficiali. Però, a questo proposito, cioè a proposito della ufficialità di certi campi minati, diciamo subito che non è il caso di mettere la mano sul fuoco. Hanno un bel dire Londra e Berlino che i loro posamine (anche questi sono pescherecci. Guardate che caso, un trawler depone le mine e un altro le «pesca») hanno seminato i loro ordigni fra il tale e il tal’altro parallelo in una zona compresa fra questa e quella latitudine! Il Mare del Nord è sempre di umore piuttosto nero, è pieno di correnti calde e fredde che corrono da tutte le parti e, colle più buone intenzioni di questo mondo, non è davvero possibile dire a una mina di fare la savia e di starsene educatamente al posto assegnatole. Perciò, quando si parla di «campi minati», si ha una vaghissima idea di quello che si dice e certamente i vari ammiragliati devono voler dire questo: che in quei famosi paraggi, tanto esattamente definiti da longitudine e latitudine, i posamine hanno l’ordine di seminare il loro carico con una certa regolarità. La prova migliore sta nel fatto che le navi girano molto al largo delle cosidette «zone pericolose» ma questo non impedisce che vadano a trovare i pesci una dopo l’altra con una rapidità che produce tanta rabbia a Londra quanta gioia a Berlino. Rabbia e gioia belliche, beninteso.

La nave norvegese Astrell, affondata da una mina il 5 novembre 1942.
La nave norvegese Astrell, affondata da una mina il 5 novembre 1942.

Dunque, a stare a sentire le lezioni di navigazione che l’Anmiragliato britannico impartisce gratuitamente, noi dovremmo navigare attualmente in una zona assolutamente priva di pericoli. Siamo almeno duecentocinquanta miglia a nord del più settentrionale campo di mine e ci sarebbe quasi da domandare al comandante cosa diavolo si faccia da queste parti. Ma il comandante mi sembra un tipo scomodo come la sua nave e non è davvero il caso, dopo la «gioia» che ha dimostrato vedendomi piombare a bordo, di andarlo a importunare. Quanto al primo ufficiale, questi mi guarda orribilmente in cagnesco perchè ha dovuto cedermi la sua cabina ed andarsene a dormire a prua coi marinai e, benché sia stato ufficialmente nominato mio istruttore, cerca di rendersi irreperibile oppure talmente indaffarato che neppure la faccia tosta di un collega di mia conoscenza oserebbe disturbarlo. E debbo rassegnarmi a fare la parte dello spettatore silenzioso con la macchina piombata e chiusa nella cassaforte di bordo.

La«pesca» delle mine è una impresa piuttosto rischiosa. È organizzata in modo perfetto, ma in tutto il sistema esiste un difetto assolutamente inevitabile e che consiste nella probabilità di «pescare» una mina dandole addosso colla prua. Il che provocherebbe — secondo il programma stabilito — la scomparsa della mina, è vero, ma anche — e ciò, invece, non è affatto in programma — quella del dragamine. A parte questa «probabilità », che sarebbe diffìcile raccontare poi come si è verificata, l’organizzazione è buona. Una flottiglia di dragamine — da tre a sette unità — prende il largo contemporaneamente. A una certa distanza della costa i trawlers si separano uno dall’altro e seguono delle differenti rotte, restando in contatto solamente col radiotelefono. Si naviga lentamente, con tre vedette costantemente ai loro posti sulla prua, sulla coffa e sul ponte di comando. Nella cabina radiotelegrafica oltre all’incaricato di mantenere il contatto con i compagni di flottiglia vi è una radiotelegrafista che ascolta le trasmissioni delle varie navi e quelle delle stazioni costiere. Quando un dragamine avvista una mina, allora chiama il compagno più vicino e prende inizio la rischiosa manovra della «pesca», mentre le altre unità continuano a perlustrare le onde per proprio conto. Questo è lo schema del sistema.

Ci sono e ci resto

Il D. «N. 2130» è l’ammiraglio della nostra flottiglia, ricca di cinque trawlers che farebbero la gioia del mio amico Gismondi, ne sono certo, anche se non lo conosco. Quando usciamo in mare, la sera sta per cadere e fa un freddo indemoniato. In Italia, sento dalla radio, torna la primavera. Spuntano le viole, fioriscono le primule, l’Ariccia è tutta un biancore di narcisi. E l’idea dei narcisi mi dà i brividi, perchè anche qui tutto è bianco, sempre bianco, disperatamente bianco: c’è ghiaccio, sempre ghiaccio nei flutti del mare che assale i fianchi del nostro dragamine, negli spruzzi che si arrampicano sulle sartie e che velano i finestrini del ponte di comando; c’è ghiaccio nel vento che soffia urlando per chiamare le onde alla riscossa come se non sarebbe ora che se ne stessero un pochino tranquille; c’è ghiaccio anche nel sole che, quando ci degna della sua presenza, si adorna di un alone di nebbia opaca che lo fa sembrare piuttosto un anemico signorino del Parini. La neve e il ghiaccio stanno molto bene nelle novelle di Andersen, ma nella vita, maledizione!, nella vita di un italiano puro sangue, che da mesi e mesi si trascina in queste nordiche contrade, no, ci stanno proprio malissimo.

L’equipaggio si è accorto di questo mio malessere morale e se ne infischia pacificamente. Mi si guarda di sottecchi e mi sembra che tutti mi vogliano dire: «Ci sei venuto, quassopra, te ne vorresti andare, eh? E invece ci devi restare!». Ma tutti si sbagliano, perchè io voglio restare, sono contentissimo di esserci venuto, di mangiare colla fondina in mano per non rovesciarmi tutto addosso, di tagliare la carne tra le sbarre del «tavolo di rollio» e di tenermi il bicchiere in tasca.

La mia abilità nell’adattarmi alla vita di bordo senza chiedere nulla a nessuno mi ha guadagnato le simpatie del comandante Olsen. «Io — mi dice — sono un amico degli italiani. Sono stato skipper a bordo di un vostro peschereccio». E poiché quella barca per caso, la conosco anch’io, l’amicizia è subito fatta. « Bel peschereccio! — diceva. — Come tiene il mare!». Io approvavo a parole, invece mi veniva il mal di mare a pensare a quel bruttissimo naviglio popolato da pescatori davvero eroici, sul quale c’era un curiosissimo capitano, un catanese, che teneva le sigarette e il rum nascosti nella sua cuccetta e tutti lo sapevano e andavano a prendere quello che volevano ed egli non si accorgeva di nulla. Perchè queste cose accadevano veramente al capitano Salimbene, a bordo del P. P. «Anguilla». Fu così, per questa mia imperdonabile menzogna d’amore per un peschereccio, che il comandante Olsen si decise, sul fare della notte, a farmi una prima lezione sulle mine.

La nave norvegese Arcturus, affondata da una mina il 1 dicembre 1939.
La nave norvegese Arcturus, affondata da una mina il 1 dicembre 1939.

«Le mine — disse — secondo gli accordi internazionali dovrebbero essere di un solo tipo, cioè ancorabili e tali da perdere ogni efficacia qualora una causa estraneo, venga a staccarle dall’ancoraggio. Ma, a parte la implicita buffoneria degli uomini che v0gliono mettersi d’accordo sulle maniere legittime per ammazzare i marinai ed affondare le navi, in pratica le mine, a mio parere, sono di diversi tipi e la mia esperienza me lo insegna perchè ne ho una raccolta di dodici tutte differenti». Mi venne voglia di chiedergli se, la raccolta, la tenesse a casa sua, ma poi preferii lasciare perdere. Hanno tutte – continuò – un unico punto di contatto: a toccarle scoppiano». A questo punto credetti bene di esprimere la mia approvazione, perché, che scoppiassero, lo sapevo anch’io. «Una prima divisione può essere fatta in questo modo: mine di superficie e mine subacquee. Le prime sono quelle che affiorano e, col mare in bonaccia cippa, si possono scorgere. Dico «si possono scorgere», perchè, per via dell’acqua che le bagna si mimetizzano col mare, riflettendo il colore del cielo come fanno le onde. Le seconde sono quelle che tendono a rimanere a una profondità di quattro-cinque metri. Queste sono evidentemente le più pericolose per la navigazione. Tuttavia, per fortuna, non restano sempre sotto l’acqua. Per rimanere a mezz’acqua, queste mine sono fornite di un meccanismo a pressione che svuota certi compartimenti stagni quando l’ordigno affonda oltre il necessario. Per poter arrivare a cinque metri di profondità bisogna che la mina sia più pesante del volume di acqua che sposta. Ma se è più pesante a un metro di profondità lo è anche a cinque, molto semplice, vi pare. Bene, allora, funziona il meccanismo. A cinque metri la pressione che preme attorno alla mina è maggiore che non a un metro e il meccanismo agisce, espellendo l’acqua che, attraverso appositi fori, ha invaso certi scompartimenti stagni ed ha appesantito la mina quel tanto che basta per farla affondare molto lentamente. E chiaro?». «Chiarissimo, comandante. Ma com’è fatto il meccanismo?». «Questa è una faccenda che dovrebbe spiegarvi il tecnico. Vi basti sapere che funziona. Poi ne esistono di vari tipi, il più semplice dei quali è costituito da un’elica applicata sotto la mina, la quale si avvita e si svita a seconda che la mina vada su o giù; poi ne esiste un altro il quale funziona quando l’acqua che ha invaso i compartimenti stagni comincia a pesare su un sensibile diaframma, il quale reagisce sollevandosi spinto da uno stantuffo e ributta l’acqua fuori dai buchi attraverso i quali è entrata…».

Dormirci sopra!

«Questi sono i tipi correnti. Ora, come è logico, queste mine subacquee non restano mai ferme ad una determinata profondità, ma vanno su e giù continuamente, finché il meccanismo non si guasta e allora o restano a galla o vanno sotto e nessuno più ne sente parlare». Il comandante Olen, con una matita in mano, baava a tracciare degli schizzi, per farmi comprendere meglio le sue parole. «Anche le mine di superficie sono assai differenti fra di loro, sono grandi e piccole, hanno molti e pochi percussori, sono di ferro e di ghisa».

«E — chiesi io a un certo punto — di mine magnetiche ne avete mai viste?». Il comandante sogghignò, guardò il primo ufficiale, digrignò i denti bestemmiando e rispose: «Mai!… Mai, capito? E per una ragione ben semplice! Perchè non esistono. Le mine magnetiche non esistono!».

Lo guardai un pochino incredulo ed egli rise. «Eh, non ci credete! Ma ragionate un pochino! Ve le vedete voi, delle mine che vanno in cerca delle navi come se avessero un cervello? Per prima cosa, appena posate si metterebbero a seguire il posamine. Sono o non sono magnetiche? Oppure andrebbero una addosso all’altra. Questa delle mine magnetiche è una bella invenzione! Vorrei davvero sapere quanto ha pagato l’idea l’Ammiragliato britannico». « Ma — obbiettai — Churchill… ». « Macché Churchill d’inferno! Nessun dragamine al mondo ha mai pescato una mina magnetica! Va sotto una nave, la mina non c’è più e a Londra si urla che è stata una mina magnetica e nessuno può provare il contrario ed allora i tedeschi sono degli «infami violatori delle leggi internazionali». Churchill è il primo a sapere che di mine magnetiche non ne esistono affatto. Ma esse servono al suo gioco. Ve lo dice il capitano Olsen che non esistono. E dovete credergli, perchè il capitano Olsen non ha mai detto una bugia… Salvo alle donne, ma questo non c’entra!». Davvero il mio interlocutore non ama il signor Churchill. « Non crediate che io abbia particolari predilezioni per i tedeschi che fanno le migliori mine che io abbia mai visto. Ma quel Churchill… non c’è un marinaio in tutta la Scandinavia che creda a una delle sue parole!».

Il lume a petrolio si era messo a descrivere circoli perfetti, incerto se cedere agli inviti del rolli0 0 del beccheggio e il primo ufficiale, che evidentemente doveva aver fatto l’abitudine alle sfuriate del suo comandante, dormiva saporitamente con la fronte appoggiata sugli avambracci incrociati. Ci salutammo e mentre me ne andavo verso poppa, tenendo in equilibrio una candela, il comandante mi gridò dietro: «Dormiteci sopra, alle mine magnetiche. Ve lo dice il capitano Olsen che non esistono e io non ho mai detto bugie. Lo giuro! Sempre colla dovuta eccezione delle donne, però!». Già, pensavo addormentandomi, colla dovuta eccezione delle donne. Econcludevo che certamente, da giovane doveva «pescare» ragazze come ora «pesca» le mine.

* * *

Tratto da La Stampa del 2 aprile 1940.

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Felice Bellotti è stato un giornalista italiano, autore di numerosi reportage di viaggio e di guerra e di una quindicina di libri. Alcune informazioni sulla sua vita si possono leggere sul blog Huginn e Muninn.

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