Per Dostoevskij l’uomo che vuole farsi Dio non riesce a diventare neanche un insetto

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dostoevskijL’uomo moderno avrebbe voluto farsi un dio, il dio di se stesso, dopo aver spinto nel solaio delle cose vecchie e inutili quell’altro Dio, il Dio dei suoi padri, che lo aveva accompagnato per le innumerevoli generazioni della sua storia; ma spesso non è riuscito a diventare niente, nemmeno quell’insetto che pure, in certi momenti, avrebbe desiderato essere.

Perché essere un insetto è già qualcosa, è già avere una forma, un significato,  uno scopo quale che sia: così almeno pensava Fëdor Dostoevskij; mentre l’uomo moderno, che ha voluto farsi il dio di se stesso, ha finito per perdere la propria essenza, precisamente in quanto che di essa fa parte il legame con la trascendenza, con il soprannaturale, con Dio; e mutilare l’uomo del rapporto con Dio, vuol dire mutilarlo in quanto vi è di unitario, di originario, di essenziale in lui. A quel punto, persino un insetto può apparire, al suo confronto, come una creatura risolta e compiuta, armoniosamente completa in se stessa e, dunque, più riuscita e più perfetta di lui.

L’uomo che fallisce nella realizzazione della propria umanità, infatti, non è semplicemente qualcosa di meno di un essere umano, il che già sarebbe tragico; ma viene ad essere qualcosa di meno di qualunque altra creatura, fosse pure la più umile e nascosta, il fallimento della propria umanità non essendo una condizione naturale, ma innaturale, un tracollo e una inversione del giusto ordine delle cose, dunque un “monstrum”. L’uomo che si allontana da Dio per farsi dio egli stesso è una creatura mostruosa, demoniaca, abbandonata alla mercé di forze devastanti; non le resta quasi più nulla di umano, ma diviene una contraffazione dell’uomo così come era e come dovrebbe essere, cioè fatto a immagine del suo Creatore.

Ne era convinto Dostoevskij, così come era convinto del sofisma insito nella filosofia moderna, figlia del liberalismo e soprattutto dell’utilitarismo di Bentham (pur se non lo nomina), il quale affermava, e noi continuiamo a crederlo, che dall’egoismo di ciascuno verrà fuori, in ultima analisi, non si sa come – e qui il filosofo inglese tirava fuori dal suo cilindro di prestigiatore la Mano invisibile, niente meno!) il bene collettivo, il bene comune. Prodigio! Ciascuno badi al proprio utile, ciascuno badi alla propria scalata al successo; e poi, che bellezza, verrà fuori il massimo utile per il maggior numero di persone: c’è da star tranquilli, altro che Divina provvidenza.

memorie-dal-sottosuoloDostoevskij scriveva le sue opere in un’epoca in cui gli esponenti del Positivismo propagavano le idee di John Locke, di Adam Smith, di Jeremy Bentham come fossero state verità rivelate e sostenevano, senza batter ciglio né arrossire, che era possibile realizzare il vecchio sogno dei “philosophes” illuministi: portare, attraverso il progresso, il benessere, e dunque – perché sono sinonimi, vero? – anche la felicità al genere umano; e aveva il coraggio di affermare che tutte queste non sono altro che sciocchezze, giochi di parole della logica astratta, chiacchiere e arzigogoli intellettuali senza alcun fondamento.

E tutto è nato dalla presunzione e dall’ignoranza dell’uomo moderno: dalla sua presunzione di aver capito tutto, dalla sua ignoranza circa l’essenziale. La ragione, dice Dostoevskij, sa soltanto quel che riesce a conoscere; ma la natura umana contiene molte più cose di quante la ragione riesca anche solo a sospettarne: coscientemente e incoscientemente. È assurda la pretesa della ragione di aver capito l’uomo e, addirittura, di volerlo riformare, di volerlo rifare, partendo dai suoi postulati scientisti, dalle sue astratte e aprioristiche certezze.

Lo scrittore russo ne era convinto: dall’egoismo non nasce altro che egoismo; dalla ricerca individuale del proprio utile, non nascono altro che guerre e conflitti; dalla pretesa di portare agli uomini la felicità insieme al benessere materiale, non nascono altro che funeste illusioni, ingiustizie, sopraffazioni, crimini e delitti.

Così riflette il protagonista dei Ricordi dal sottosuolo, dopo essersi definito dapprima un malato, indi un malvagio e infine un uomo odioso (da: F. Dostoevskij, Ricordi dal sottosuolo; titolo originale: Zapiski iz Podpolja, traduzione dal russo di Tommaso Landolfi, Milano, Rizzoli, 1975, 1988, pp. 25-27):

«Voglio ora raccontarvi, signori, vi piaccia o non vi piaccia sentirlo, nemmeno a diventare un insetto. Solennemente dichiaro che molte volte ho voluto diventare un insetto. Ma neanche quest’onore m’è stato concesso. Vi giuro, signori, che aver coscienza di troppe cose è una malattia, una vera e propria malattia. Per i bisogni dell’uomo sarebbe d’avanzo una comune coscienza umana, ossia la metà, la quarta parte di quella che tocca a un uomo evoluto del nostro infelice diciannovesimo secolo, il quale abbia, per sopramercato, la disgrazia d’abitare a  Pietroburgo, la più astratta e premeditata città dell’intero globo. (Si danno infatti città premeditate e città non premeditate). Sarebbe sufficiente, infatti, la coscienza di cui godono tutta la gente cosiddetta immediata e gli uomini d’azione. Voi pensate, scommetto, che io stia scrivendo tutto questo per posa, per fare lo spiritoso ai danni degli uomini d’azione, e anzi per una posa di cattivo gusto, che insomma stia facendo rumore colla sciabola come quel mio ufficiale. Ma, signori, chi potrebbe menar vanto delle proprie malattie, e addirittura trarne pretesto per darsi arie d’importanza?

Ma che sto dicendo? Tutti fanno così; menano vanto delle proprie malattie, e io magari più di tutti gli altri. Non ne discutiamo neppure; la mia obiezione era assurda. Eppure sono fermamente convinto che non soltanto una coscienza eccessiva, ma la coscienza stessa è una malattia. Insisto su questo punto. Ma lasciamo da parte ciò per un istante. Dite un po’ adesso: da che viene che, neanche a farlo apposta, proprio nei momenti, sì nei precisi momenti in cui ero disposto a prender coscienza di tutte le sottigliezze “del bello e del sublime”, come si diceva noi un tempo, mi capitasse non già di figurarmi, ma addirittura di compiere azioni basse e che… be’, insomma, che magari tutti compiono, ma che a me, neanche a farlo apposta, toccava d compiere proprio nel punto che avevo la coscienza più chiara di non doverle compiere? Quanto più avevo coscienza del bene e di tutte quelle tali cose “belle e sublimi”, tanto più affondavo nel mio fango e tanto più ero disposto a metterci radici. Ma il punto principale era questo, che tutto ciò non pareva capitarmi per caso, ma anzi come se così dovesse essere. Quasi quello fosse il mio stato normale, e nient’affatto una malattia o uno stato morboso,cosicché alla fine, mi passò anche la voglia di lottare contro questo supposto stato morboso. Andò a finire che quasi mi convinsi (e forse anche me ne convinsi completamente) che quella, perché no, era la mia condizione normale. Ma sulle prima, quante pene patii in questa lotta! Non potevo credere che per gli altri fosse lo stesso, e tutta la vita tenni nascosto quanto mi capitava come un segreto. Mi vergognavo (forse mi vergogno ancora adesso); arrivai al punto che provavo una sorta di segreta, morbosa, bassa voluttà a tornarmene nel mio angolo, in qualche sordida notte pietroburghese, e a dover per forza riconoscere che, ecco, anche quel giorno avevo commessa un’altra azione vile, che ormai non c’era più rimedio, e a rodermi internamente per questo, a dilaniarmi coi denti, a struggermi, a succhiarmi tanto che l’angoscia, alla fine, si mutava in una tal quale dolcezza vergognosa e maledetta e, in conclusione, in vera e propria voluttà! Sì, in voluttà, in voluttà! Insisto su questo punto. Io perciò ho cominciato a parlare, perché voglio sapere con precisione se anche gli altri provano tali voluttà. Mi spiego: la voluttà mi veniva qui proprio dal senso troppo chiaro della mia bassezza; dal fatto che sentivo da me d’essere arrivato al limite estremo; e che seppure orribile, la cosa non poteva stare diversamente; che non avevo più via di uscita, che ormai non sarei più diventato un altr’uomo; che se anche mi fossero bastati il tempo e la fede, certo non avrei voluto io stesso mutare; e se anche avessi voluto, non avrei combinato nulla neppure in questo caso, perché, di fatto, forse non c’era nulla in cui mutarsi. E il peggio è che alla fin delle fini tutto ciò avviene secondo le normali e fondamentali leggi della coscienza raffinata e per l’inerzia che da queste leggi direttamente deriva, epperò non soltanto non puoi cambiare, ma anzi non ci puoi far nulla. Ecco ad esempio una conseguenza di questa coscienza raffinata: è vero, sì, ti dici, sono un ribaldo; quasi poi per il ribaldo l’aver lui stesso coscienza della propria effettiva ribalderia  sia una consolazione… Ma basta… Ebbé, ho parlato, e che ho detto?… Come si spiega questa voluttà? Ma io la spiegherò. Io andrò fino in fondo! Non per nulla ho presa la penna in mano.»

Sono passati cinque secoli, ma questa confessione sembra uscita dalla penna di messer Francesco Petrarca, appunto alle soglie della modernità, ossia di quel moto di orgoglio della creatura che va sotto il nome di Umanesimo. Vi ritroviamo, descritta con straordinaria acutezza, la stessa analisi dello stesso fenomeno: la scissione dell’io; e vi ritroviamo esposta la medesima conclusione, quasi con le stesse parole: l’accidia come condizione permanente dell’anima, l’accidia come paralisi della volontà e come naufragio del senso della vita, ma anche come cupa, deplorevole voluttà di colui che ne è afflitto.

L’uomo moderno, dunque, è precipitato nell’accidia, nella paralisi morale, perché ha voluto farsi Dio, e il suo io è andato incontro a una frammentazione inarrestabile, a un autentico sbriciolamento: si è sbriciolato sotto la pressione di forze immani, soverchianti, che egli stesso ha messo in moto, credendo di padroneggiarle e di servirsene a sua discrezione: la ragione, ma senza amore e senza compassione; l’audacia, ma senza la prudenza; la brama di dominio, ma senza il senso della giustizia; l’ambizione, ma senza la fortezza; la sensualità, ma senza la temperanza; la tecnica, ma senza il senso del limite; la fiducia in se stesso, ma senza la necessaria umiltà e senza alcuna autentica comprensione di sé.

L’uomo moderno è vittima di un accecamento, anzi, per essere precisi, di un auto-accecamento: per aver voluto guardare la luce troppo da vicino, senza la necessaria cautela, si è bruciato la retina ed è diventato cieco; cieco, crede di vedere o dice di vedere meglio di prima; bugiardo, per stoltezza o per orgoglio luciferino, tende a traviare anche i suoi simili, a trascinarli con sé verso l’abisso: qualunque cosa, anche gettarsi a capofitto nel precipizio, piuttosto che ammettere l’accecamento, piuttosto che riconoscere di non vedere, piuttosto che confessare di aver sbagliato, di aver peccato di superbia, di aver delirato per folle presunzione.

E così non è riuscito a diventare neanche un insetto: vale a dire quel che avrebbe voluto, in certi momenti, in certe situazioni, piegato sotto il peso del castigo spaventoso che si è tirato addosso; ma non ancora persuaso dell’errore, non ancora domato nel proprio immenso orgoglio, non del tutto convinto di essersi cacciato in una strada senza uscita.

Perché un insetto, in un certo senso, è qualche cosa di più perfetto di un uomo mancato; e l’uomo è mancato quando rifiuta la propria parte divina, quando calpesta la propria vocazione all’assoluto, quando bestemmia contro lo splendore dell’Essere. Qualunque insetto possiede la propria intrinseca dignità; l’uomo la possiede solo se rimane all’altezza di se stesso, anzi, solo se si innalza al livello di ciò che deve diventare. Ma, per innalzarsi, egli deve prima abbassarsi: deve abbassare il proprio orgoglio, deve morire alla propria brama di dominio, deve spegnere le fiamme delle proprie egoistiche e disordinate passioni.

Solo allora, nella sconfitta apparente, egli ritrova la propria grandezza e si avvicina a diventare quel che deve diventare: cioè un essere spirituale, figlio della luce e dell’amore, e non un essere carnale, acceso di brame inestinguibili, dominato da impulsi primordiali, stravolto dal riflesso ghignante del grande Distruttore, che lo istiga e lo trascina a suo piacere, quanto più egli crede di essere il padrone di se stesso e il signore del mondo intero.

L’uomo mancato, l’uomo che non è riuscito a diventare veramente uomo, non rimane sospeso a mezz’aria, come in una sorta di Limbo: precipita in basso e diventa una creatura delle tenebre, un essere demoniaco; anche se si ammanta di belle parole, anche se si circonda di sfarzo e di potenza, anche se sale in trono e si atteggia a saggio legislatore e a giudice giusto, egli è ormai perduto, senza scampo e senza alcuna possibilità di redenzione, perché la sua anima luminosa è diventata un’anima di tenebra.

Forse questo aveva in mente Heidegger, quando affermava che ormai solo un Dio ci può salvare: la speranza che riflettiamo su un’intuizione come quella di Dostoevskij, finché siamo ancora in tempo.

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Tratto, col gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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