Per Dio e per la Patria: gli Zeloti nel I secolo

Ancora ai tempi di Gesù, la memoria collettiva della appassionata difesa della libertà e del diritto di servire solo Dio era ancora ben viva nel Popolo d’Israele: solo 150 anni prima, i sostenitori degli Asmonei (Maccabei) detti “Hasidim” (cioè “i pii”), mossi da un profondo senso religioso, avevano volontariamente preso le armi per combattere contro l’oppressione pagana dei Seleucidi[1].

Certamente i dominatori romani del periodo di Gesù erano molto meno oppressivi dei loro predecessori, ma la mancanza di libertà e i frequenti conflitti relativi al contrasto tra israelitismo e valori pagani che animavano gli invasori stranieri portavano spesso il popolo a ricordare gli eroi del passato, considerati strumenti della vendetta divina.

Il gruppo politico maggioritario, o almeno con il maggior seguito popolare era, nel I secolo, quello dei Farisei che, nonostante la loro quasi maniacale devozione ai comandi divini, sembrava accontentarsi di condannare l’idolatria romana e di fare in modo da rimanere separati da qualunque possibile contaminazione religiosa: sebbene in alcune occasioni anch’essi divenissero oggetto di brutali repressioni per il loro ostinato rifiuto di accettare qualunque pratica pagana legata al culto dell’imperatore, in nessun caso, nel periodo in esame, avrebbero giustificato l’uso della violenza per portare avanti le loro istanze[2].

E’ in questo quadro che prende vita il movimento zelota, nato, di fatto, per una questione “episodica”, in occasione di un censimento.

I censimenti delle aree soggette erano, infatti, per i Romani, un modo per determinare le risorse tassabili dei popoli conquistati e, per un Ebreo osservante, era l’idea stessa che uno straniero potesse esigere tributi dal popolo di Dio e sulla terra di Dio ad essere inaccettabile[3].

Gabriele Boccaccini, Oltre l'ipotesi essenica. Lo scisma tra Qumran e il giudaismo enochicoE’ già in quest’ottica che va inserita la recrudescenza di quella che era iniziata come la ribellione di un patriota di Trachonitis (Galilea orientale), Ezechia, che, nel 45 a.C. aveva riunito una banda di rivoltosi per lottare contro i Romani. In realtà, la sua lotta aveva avuto breve durata, dal momento che era stata quasi immediatamente bloccata dall'”agente romano” per eccellenza in Palestina, quell’Erode il Grande che non solo aveva catturato e messo a morte Ezechia ma, negli anni successivi, aveva fatto uccidere un numero talmente elevato di patrioti anti-romani da venire addirittura chiamato in giudizio dal Sinedrio, benché esso fosse guidato da Sadducei filo-romani (naturalmente il Sinedrio, su pressione dei dominatori, finì per proscioglierlo da ogni accusa e gli accusatori, al consolidamento del potere erodiano, pagarono con la vita la loro “insolenza”[4]).

Alla morte di Erode, alcuni sostenitori galilei di Ezechia tentarono di riprendere le armi, venendo immediatamente schiacciati, ma quando, nel 6 d.C., Quirino, governatore della Siria, ordinò un censimento per determinare una più precisa tassazione nelle aree di sua competenza, per le ragioni di cui si è poc’anzi scritto, la ribellione popolare prese un impeto senza precedenti.

Il primo a invocare una resistenza armata fu il figlio di Ezechia, Giuda di Gamala, ma solo quando un maestro fariseo molto rispettato come Zadok, anch’egli galileo, decise di prendere posizione a favore di Giuda il movimento zelota prese ufficialmente forma[5].

Gamaliele, il più grande maestro fariseo del tempo (del quale quasi certamente fu discepolo Saulo/Paolo) ricorda che il gruppo di Giuda ebbe un grande seguito, ma, come menzionato anche dagli Atti[6], anche il figlio di Ezechia venne ben presto catturato e quasi certamente ucciso da Erode Antipa[7].

Dal momento che, nella Terra Santa del I secolo ogni espressione politico-sociale doveva trovare le sue radici nella lettera torahica, possiamo domandarci su quali fondamenti biblici si basava il movimento creato da Giuda e Zadok. La risposta si trova espressamente nella figura di Pincas, il sacerdote che, in Numeri[8], uccide con una lancia gli Israeliti che si sono piegati al culto di Baal e viene lodato per il suo zelo, che imita lo zelo di Dio: questo passaggio portò gli Zeloti a ritenere che qualunque atto violento fosse consentito contro coloro che inneggiavano a dei pagani e anche contro coloro, tra i Giudei, che cooperavano con un impero pagano.

Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche
Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche

Il fondamento di tutta la filosofia zelota era, in fondo molto semplice: dal momento che non esisteva alcun Dio al di fuori di Yahweh e che Israele era stato chiamato a servire Lui solo, il servizio in qualunque forma all’imperatore (nel culto, in schiavitù, nel pagare i tributi, etc.) era una forma di apostasia inconcepibile ed una offesa a Dio stesso.

Flavio Giuseppe, che sicuramente aveva conosciuto da vicino il movimento, descrive il loro amore per la libertà nazionale come invincibile proprio per le sue basi religiose: la resistenza era, per uno Zelota, una responsabilità affidata da Dio a Israele, una prova di fede imposta ai “veri credenti” e ogni singolo membro del gruppo era assolutamente certo che, un giorno, la vittoria sarebbe stata loro, proprio perché Dio era dalla loro parte (e, da qui, nasceva sicuramente il coraggio e l’incredibile capacità di sopportazione delle sofferenze per cui divennero famosi)[9].

Robert H. Eisenman, Michael Wise, I manoscritti segreti di QumranTutta la vita di uno Zelota si svolgeva in stretta conformità con la Torah e, proprio in relazione al comando torahico dell’Esodo “non avrai altri dèi di fronte a me[10], nasceva il loro rifiuto non solo di ogni dominazione straniera, ma anche di ogni forma monarchica che non avesse il supporto popolare. Sempre nel quadro torahico va inserita la fortissima attesa messianica che caratterizzava questo movimento, diffusosi soprattutto in Galilea: la necessità dell’aiuto divino doveva concretizzarsi nell’invio di un grande capo militare, un nuovo Davide, che avrebbe distrutto le schiere degli oppressori Romani e dei collaborazionisti erodiani e sadducei[11].

E’ solo tenendo presente queste premesse che si può correttamente comprendere il rapporto tra Zeloti e Gesù. Gesù aveva scelto come centro del suo ministero Cafarnao, a poche miglia da Gamala, culla dello Zelotismo: impossibile pensare che il movimento non avesse influenzato le aree contigue con la sua predicazione nazionalista e messianica ed è molto probabile che il suo radicamento in Galilea abbia influenzato sia direttamente che indirettamente il ministero del “nuovo predicatore” Gesù. Al di là degli elementi di para-zelotismo sicuramente presenti nel messaggio messianico originale del Cristo, dei quali si è già altrove avuto modo di parlare[12], è interessante notare come più volte Gesù stesso dovesse chiarire come il suo messaggio non fosse unicamente o precipuamente di natura politica. In Giovanni, ad esempio, troviamo: “Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo[13] e “Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù»[14] ed è probabilmente proprio per evitare fraintendimenti sul suo “stile messianico” (che, per altro, non aveva, in linea assoluta obiettivi politici così radicalmente differenti da quelli zeloti ma, lo si ripete, poneva tali obiettivi in secondo piano rispetto a quelli spirituali) che più volte Gesù impose il silenzio sui suoi miracoli[15]. Evidentemente, però, il credo messianico di stampo zelota doveva essere talmente radicato che nulla poteva smuoverlo, se, ancora dopo la crocifissione e la resurrezione, gli apostoli domandano: “«Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?»[16]. E’ probabilmente proprio sulla base del “fraintendimento zelota” che i Romani condannarono Gesù alla crocifissione, una pena comminata dall’impero tipicamente ai rivoltosi nazionalisti[17], così come comprovato dal cartello di condanna (il celeberrimo “I.N.R.I.”), che certamente non aveva, dal punto di vista giuridico[18], alcun intento denigratorio o sarcastico come a lungo pensato, ma rientrava pienamente nel diritto romano di informazione pubblica sulle ragioni della pena eseguita, e dal fatto che i due “ladroni”, che non a caso subirono la stessa pena di Cristo, vengano evangelicamente definiti con lo stesso termine (“lestes“) normalmente usato proprio per i condannati zeloti[19].

Ma, nel frattempo, come si stava evolvendo il movimento di cui Gesù avrebbe, secondo molti, dovuto far parte?

Abbiamo visto che Giuda, il fondatore del partito  zelota, venne giustiziato da Antipa. Anche i suoi figli Giacobbe e Simeone, che avevano raccolto l’eredità paterna, vennero entrambi crocifissi approssimativamente nel 48, ma il movimento, pur decapitato, continuò a vivere, a fare proseliti in un periodo in cui la dominazione romana si stava via via facendo ancora più rigida (in una sorta di classico circolo vizioso in cui si rispondeva alla ribellione con l’inasprimento della repressione, a cui, a sua volta, corrispondeva una diffusione ancor maggiore del desiderio di libertà) e, scendendo verso la Giudea, ad assumere connotazioni e strutturazione sempre più militari. Con Menahem, forse un terzo figlio di Giuda o, più probabilmente, un suo nipote,  gli Zeloti si organizzarono in un vero e proprio esercito, piccolo ma assolutamente coeso e reso più forte dal collante ideologico-religioso che lo permeava, e riuscirono a compiere la loro prima impresa bellica: all’inizio della cosiddetta “Rivolta Giudaica”, nel 66, conquistarono la fortezza di Masada e dal suo arsenale trassero l’equipaggiamento e le armi che permisero loro di compiere il salto di qualità da bande contadine con armi di fortuna a leader della grande rivolta nazionale anti-romana. Da alcune fonti[20] è possibile ritenere che Menahem, vuoi per convinzione intima, vuoi per sfruttare l’appeal politico che ne poteva derivare, si atteggiasse a Messia liberatore, ma, a conti fatti, i suoi appelli alla rivoluzione nazionale ebbero, sia prima che dopo la presa della fortezza erodiana, un seguito piuttosto frammentario, in particolare presso gli altri grandi gruppi religiosi del tempo.

Giuseppe Flavio, Storia dei Giudei da Alessandro Magno a Nerone
Giuseppe Flavio, Storia dei Giudei da Alessandro Magno a Nerone

Naturalmente i Sadducei, da sempre strettamente invischiati con il potere politico, si barricarono ancor più dietro alla forza delle legioni e, anzi, il Sommo Sacerdote Anano (succeduto a Gionata, ucciso, a quanto possiamo capire[21], da dei “sicari”, cioè da appartenenti ad una specie di gruppo parallelo agli zeloti, sorto in Giudea e specializzato in omicidi politici mirati)  approfittò del caos derivante dalla morte del prefetto Festo (dopo la fine della dinastia erodiana, con la morte di Antipa nel 44, i prefetti, prima Felice e poi, appunto Festo, avevano, in pratica, assunto pieni poteri in gran parte della Palestina, attuando una durissima strategia di intimidazione[22]) per regolare alcuni conti con i suoi oppositori politici, facendone uccidere un gran numero (e, fra essi, anche molti cristiani e Giacomo, fratello di Gesù[23]). Questa manovra provocò, però, il suo totale discredito, tanto che fu deposto e sostituito, dopo una durissima disputa che vide addirittura scontri di piazza tra sostenitori di diversi candidati, da un nuovo Sommo Sacerdote di nome Gesù, il cui credito popolare non fu mai, comunque, superiore a quello del suo predecessore[24].

Anche questo atteggiamento corrotto e collaborazionista da parte del clero regolare contribuì a ulteriori fratture e a spingere molti verso lo zelotismo.

I Farisei, che, per quanto possa apparire paradossale leggendo le accuse a loro rivolte nei Vangeli, apparivano per molti versi i più vicini al popolo, si ritrovarono divisi di fronte allo scoppio delle violenze e al clima anarchico che si stava prefigurando: la maggior parte si mantenne fedele all’idea di una resistenza non violenta e di una opposizione solo ideologico-religiosa alla dominazione, ma alcune frange si unirono agli Zeloti nel compiere atti concreti di lotta[25], come possiamo comprendere anche leggendo della sorte di Saulo/Paolo, noto fariseo prima della conversione, che, seppur con ogni probabilità si era mantenuto fedele alla linea “pacifista”, venne arrestato[26] per il sospetto che fosse un capo-ribelle[27].

Secondo recenti studi[28], furono comunque gli Esseni ad essere i più sensibili al richiamo nazionalista degli Zeloti: questi monaci isolati e iper-legalisti accorsero in massa dai loro eremi tra le file dei rivoltosi, mossi, probabilmente, dallo stesso spirito religioso che infiammava i “resistenti”. Non è certo un caso che alcuni loro documenti fondamentali, quali parti del “Rotolo della Guerra“,  a noi interamente noto grazie ai ritrovamenti di Qumran, siano stati trovati proprio a Masada[29].

Così, con l’apporto, seppur parziale, di componenti inizialmente estranee al movimento e anche grazie al disordine dell’amministrazione romana conseguente alla menzionata morte prematura di Festo, disordine a cui il successore Floro tentò di porre rimedio unicamente con una campagna piuttosto indiscriminata di crocifissioni[30], gli Zeloti emersero come guida di tutto lo spirito libertario che si stava diffondendo nel popolo ebraico e che si concretizzò nella rivolta generale del 66.

A dare il via alle ostilità, però, non fu una loro azione, ma, come spesso accade, un evento fortuito ed episodico. A Cesarea, durante un “Sabbath”, un gentile, per caso, offrì un sacrificio pagano all’entrata di una sinagoga, provocando una sollevazione degli Ebrei della capitale imperiale, in cui risiedeva il prefetto di Roma. Per impedire altri problemi analoghi, il Sinedrio decise di porre fine ad ogni forma di sacrificio di origine straniera presso tutte le sinagoghe. Tra i sacrifici proibiti, però, vi erano anche quelli in onore dell’imperatore e Floro, per rappresaglia, giunse a Gerusalemme con le sue truppe, penetrò nel Tempio e ne sottrasse una gran quantità d’oro dalla camera del tesoro. Quando una folla si radunò per protestare, Floro ordinò ai suoi legionari di attaccarla, provocando un vero massacro in cui persero la vita più di 3.500 persone, tra cui molte donne e molti bambini. La reazione ebraica, a questo punto, fu immediata e massiccia: una enorme folla si riversò per le strade, soverchiando ampiamente il numero dei legionari e forzandoli a lasciare la città, per poi dirigersi verso la fortezza Antonia, che venne facilmente presa e i cui archivi (in cui vi erano i registri fiscali) vennero bruciati. Molto probabilmente, anche grazie alla mobilitazione di truppe verso Gerusalemme dei giorni successivi fu possibile per gli Zeloti occupare Masada, difesa ormai solo da un contingente romano ridottissimo. La presa del forte erodiano, ritenuto fino a quel momento uno dei capisaldi della potenza militare romana, infiammò l’animo della popolazione che cominciò ad ingrossare sempre più le file degli insorti, la cui leadership passò rapidamente nelle mani degli esponenti più estremisti: in particolare, Menahem venne ucciso da uno dei suoi luogotenenti, Eleazaro, che, subito dopo aver preso il potere, ordinò di giustiziare tutti i Romani rimasti a Gerusalemme e a Masada. Questa decisione segnò il punto di non ritorno di quella che divenne una guerra generalizzata e senza esclusione di colpi.

I gentili di Cesarea, saputo di quanto accaduto ai loro compatrioti romani a Gerusalemme, si sollevarono contro gli Ebrei della loro città, iniziando un massacro così sistematico che in un solo giorno 20.000 abitanti vennero uccisi. Lo stesso accadde in numerose altre città dell’Impero, dove intere comunità giudaiche vennero sterminate per rappresaglia (nella sola Alessandria si contarono 50.000 morti).

Nel frattempo, Gallo, governatore della Sira, sotto la cui giurisdizione si trovava anche la Palestina, mosse verso Gerusalemme con la XII Legione per ristabilire l’ordine, ma gli Zeloti organizzarono un’imboscata presso il passo di  Beth Horon e la legione venne annientata.

A questo punto, il problema, da locale che era, divenne un affare di stato e Nerone, informatone, agì con grande celerità, incaricando il suo miglior generale, Vespasiano, di porre immediatamente e definitivamente fine al “problema giudaico”.

Vespasiano iniziò la sua campagna nel 67, attaccando direttamente il cuore del movimento, quella Galilea da cui tutto aveva avuto origine e che ora era sotto il comando di un giovane prete di nome Giuseppe. Con un’armata di 50.000 uomini formata da Legio V Macedonica, X Fretensis, e XV Apollinaris, Vespasiano ebbe presto la meglio, occupando Seffori, Iotapata (in cui Giuseppe fu catturato e, giunto a Roma come schiavo, divenne presto lo scriba liberto passato alla storia come Flavio Giuseppe) e radendo al suolo Gamala (in cui 10.000 uomini furono passati a fil di spada). Dopo una serie impressionante di massacri, crocifissioni e deportazioni in schiavitù, due mesi dopo la Galilea era di nuovo romana[31].

Da lì, Vespasiano si mosse verso la costa, prendendo Giaffa, Gerico ed Emmaus e riuscendo ad isolare Gerusalemme.

Nel 68 la campagna subì uno stop momentaneo a causa del suicidio di Nerone e dell’ascesa di Vespasiano al trono imperiale, ma ben presto il nuovo imperatore incaricò il figlio Tito di completare l’opera da lui iniziata.

Edward Champlin, Nerone
Edward Champlin, Nerone

Intanto, a Gerusalemme la situazione si era fatta insostenibile: diverse fazioni zelote, che avevano dovuto convergere dalle varie aree già “normalizzate” da Roma, si incolpavano della sconfitta e si ebbe addirittura il caso di un gruppo che controllava la “spianata del Tempio” e che si mise a nominare i propri alti sacerdoti, mentre i Sadducei che avevano tentato di opporre resistenza vennero macellati insieme a 8.500 loro sostenitori. Non mancava neppure la dissidenza anti-zelota: Simon Ben Giora, un altro dei numerosissimi Messia autoproclamati del tempo, penetrò in città ed attaccò con i suoi seguaci le roccaforti zelote. Naturalmente venne facilmente sconfitto, ma tutto ciò contribuì a peggiorare il clima di instabilità ed anarchia che portò, nell’estate del 69, alla situazione paradossale di una Gerusalemme circondata e divisa al suo interno in tre aree, corrispondenti a fazioni che si combattevano apertamente. La giovane comunità cristiana si tenne prudentemente lontana dalla contesa, riparando sui monti e disinteressandosi di quanto stava accadendo, cosa questa che, probabilmente, portò alla frattura irreversibile dei rapporti ebraico-cristiani nei secoli a seguire[32].

Nella primavera del 70, Tito arrivò alle porte di Gerusalemme con un contingente di 80.000 uomini e quasi subito, a maggio, riuscì a far breccia nella terza cerchia di mura, penetrando in città. Cinque giorni dopo fu la volta della seconda cerchia: metà di Gerusalemme era in mano romana e  l’altra metà venne stretta d’assedio per spingere gli asserragliati a cedere per fame. Incredibilmente, le uccisioni tra le diverse fazioni ebraiche continuarono anche in questa situazione estrema: la gente si uccideva per un pezzo di pane e gli zeloti più intransigenti tagliavano la gola a chiunque sospettassero stesse meditando di arrendersi. Per altro, nessuno si curava di seppellire i morti, cosicché l’intera città era divenuta una sorta di grande cimitero a cielo aperto. Flavio Giuseppe riporta che, dal momento che alcuni ebrei avevano ingoiato delle monete d’oro prima consegnarsi ai Romani, alcuni squartavano immediatamente coloro che tentavano di fuggire per cercare denaro nelle loro viscere (in una notte ne furono squartati più di 2000)[33]. Chi riusciva ad arrendersi, comunque, non aveva un trattamento migliore: sempre Flavio Giuseppe ricorda come i Romani li crocifiggessero davanti alle mura nelle posizioni più incredibili per incutere terrore negli assediati e come il numero degli agonizzanti ad un certo punto fu tanto elevato che i legionari dovettero sospendere questa pratica perché non si trovavano più pali per le croci[34]. Anche la fame portò via un numero impressionante di vittime: sebbene il computo di Flavio Giuseppe di 600.000 cadaveri gettati fuori dalle mura sembri francamente esagerato, esso dà bene il senso del massacro che si compì all’interno della prima cerchia muraria.

La fortezza Antonia cadde a metà luglio e il 6 agosto cessarono i sacrifici al Tempio, che fu preso il 9 di Ab (circa verso la fine di agosto) e venne distrutto dalle fondamenta, esattamente 600 anni dopo la distruzione del primo Tempio da parte dei Babilonesi. Nessun Tempio doveva mai più essere ricostruito.

Il 30 agosto cadde la città bassa, seguita in settembre dall’acropoli. Tito ordinò di radere al suolo tutti gli edifici, ad eccezione di tre torri del palazzo di Erode, che dovevano rimanere a perenne ricordo della passata grandezza cancellata dalla punizione di Roma. Tutti i cittadini vennero giustiziati, venduti in schiavitù o inviati come carne da macello ai giochi circensi: la carneficina superò ogni possibile immaginazione, con 11.000 prigionieri che morirono di fame solo aspettando il turno per la propria esecuzione, circa un milione di morti complessivi e 100.000 maschi adulti ridotti in schiavitù[35].

Alcuni Zeloti trovarono rifugio a Masada, dove speravano di resistere ai Romani. Tito lasciò la loro sorte nelle mani del nuovo governatore della Siria, Silva, che li strinse d’assedio con la X Legione nel 72. Masada sorgeva su un altopiano a 400 metri sul livello del mare ed era pressoché inespugnabile, con le sue mura alte 5 metri, le sue venti torri e un unico punto d’accesso dato dal famoso “sentiero del serpente”, una mulattiera talmente ripida e piena di tornanti da risultare difficilmente percorribile persino dalle truppe di fanteria. Anche la possibilità di catturare la fortezza per fame era remota, dal momento che gli enormi magazzini fatti costruire da Erode erano stracolmi di cibo ed armi e le cisterne erano piene d’acqua. Insomma, Masada sembrava l’ultimo bastione capace di resistere all’impeto dei soldati dell’aquila[36]. Durante i sette mesi successivi, i Romani riuscirono, però, con l’impiego estensivo di schiavi catturati durante la fase precedente della campagna, a costruire una lunga rampa d’assedio lungo il lato occidentale della montagna e, tramite un grande ariete, ad aprire una breccia lungo le mura: gli Zeloti tentarono di rifortificare le difese con pali di legno, ma questi vennero incendiati dagli assedianti. Nella notte successiva al rogo dell’ultimo baluardo, vi fu una riunione dei capi zeloti e i loro leader, Eleazaro di Gamala, lanciò l’idea che l’unica soluzione onorevole fosse il suicidio collettivo: tutti sapevano ciò che i Romani avrebbero fatto a loro e alle loro famiglie e, soprattutto, dopo aver dedicato le loro vite a servire Dio, questi “combattenti della fede” non si sarebbero mai abbassati a servire i pagani.

La decisione fu accettata all’unanimità. Ogni uomo uccise i membri della sua famiglia e dieci combattenti furono scelti per abbattere tutti gli altri soldati. Poi, uno di essi uccise gli altri nove e commise suicidio e solo due vecchie e cinque bambini furono risparmiati per raccontare al mondo ciò che era avvenuto: così facendo, gli Zeloti tolsero ai Romani la soddisfazione del trionfo finale, ma, con le loro vite, anche la resistenza giudaica ebbe fine.

In seguito, i Romani costruirono un edificio sacro in onore di Giove sulla spianata del Tempio di Erode e, circa cinquant’anni dopo, l’imperatore Adriano fece ricostruire Gerusalemme, a cui venne dato il nuovo nome di Aelia Capitolina, ma diede ordine che nessun ebreo potesse risiedervi. Se qualcosa poteva offendere ancor di più i pochi ebrei che ancora rimanevano in Palestina, questo era proprio l’impossibilità di poter vivere nella Città Santa. Così, quando nel 131 un carismatico discendente di Davide, Simon Bar Kochba, ricominciò a predicare la necessità di sollevarsi contro il giogo imperiale, le autorità religiose lo proclamarono Messia e una nuova ribellione (la “Seconda Guerra Giudaica”) prese vita sotto il suo comando.

I Romani furono inizialmente presi alla sprovvista e sconfitti, ma la loro risposta non tardò a farsi pesantemente sentire: sotto il comando del generale Giulio Severo e persino di Adriano stesso, più di mille villaggi vennero distrutti e Bar Kochba fu catturato e ucciso. Nel 135 anche gli ultimi fuochi di ribellione vennero sedati: tutti gli Ebrei che non erano riusciti a fuggire furono ridotti in schiavitù o uccisi, l’israelitismo venne proibito e la Palestina venne completamente romanizzata[37].

Due nuovi movimenti religiosi presero grande impulso da questa immane tragedia: il Cristianesimo e il Giudaismo rabbinico: la “diaspora” ebraica portò il Cristianesimo in ogni regione dell’Impero, mentre il Giudaismo rabbinico, che derivava dal fariseismo, divenne l’unica fede ebraica ortodossa: gli Zeloti, così come i Sadducei e gli Esseni, erano spariti per sempre[38].


[1] I e II Maccabei.

[2] J.Neusner, B.D. Chilton, In Quest of the Historical Pharisees, Kindle 2007, pp.121ss.

[3] M.Hengel, The Zealots: Investigations into the Jewish Freedom Movement in the Period from Herod I Until 70 A.D, T. & T. Clark Publishers 2007, pp.28-34.

[4] Ivi, pp.47-48.

[5] K.C. Hanson, D.E. Oakman, Palestine in the Time of Jesus: Social Structures and Social Conflicts, Fortress Press 2008, pp.134-149.

[6] Atti 5:37.

[7] M.Hengel, citato, p.59.

[8] Num. 25:7-13.

[9] Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche, XVII.

[10] Esodo 20:3.

[11] K.C. Hanson, D.E. Oakman, Citato, pp.63-67.

[12] L.Sudbury, Gesù:uomo di pace o patriota nazionalista?, Centro Studi La Runa.

[13] Gv. 6:15.

[14] Gv. 18:36.

[15] Ad esempio in Mt. 12:16 e in Mc. 1:44.

[16] Atti 1:6.

[17] W.Carter, The Roman Empire And the New Testament: An Essential Guide, Abingdon Press 2006, pp.107-108.

[18] Ivi.

[19] Mc. 15:27.

[20] Come riportato in K.C. Hanson, D.E. Oakman, Citato, pp.91-92.

[21] Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche, XX.

[22] Atti 12:19-23.

[23] Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche, XVII.

[24] Ivi.

[25].C. Hanson, D.E. Oakman, Citato, pp.88-90.

[26] Atti 21:27-37.

[27] Atti 21:38.

[28] N.Ben-Yehuda, Sacrificing Truth: Archaeology and the Myth of Masada, Humanity Books 2002.

[29] Ivi, , pp.78-82.

[30] Qui e in seguito cfr. Flavio Giuseppe, Bellum Iudaicum, passim.

[31] Particolarmente interessante è che i ritrovamenti archeologici hanno confermato punto per punto la cronologia di Flavio Giuseppe. Vd. R.A. Horsley,  Archaeology, History & Society in Galilee, Trinity Press 1996, passim.

[32] K.C. Hanson, D.E. Oakman, Citato, pp.146-151.

[33] N.Ben-Yehuda, Masada Myth: Collective Memory and Mythmaking In Israel, University of Wisconsin Press 1995, pp.207-208.

[34] Ivi, p.149.

[35] Ivi, pp.164-267.

[36] S.Rocco, A.Hook, The Forts of Judaea 168 BC-AD 73: From the Maccabees to the Fall of Masada, Fortress 2008, pp.56-59.

[37] K.C. Hanson, D.E. Oakman, Citato, pp.248-249.

[38] H.Shanks, Christianity and Rabbinic Judaism: A Parallel History of Their Origins and Early Development, Biblical Archaeology Society 1993, pp.28-29.

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Nato a Londra nel 1968 ma italiano di adozione, si laurea a 22 anni con il massimo dei voti in Lettere Moderne presso l'UCSC di Milano con una tesi sui rapporti tra cultura cabbalistica ebraica e cinematografia espressionista tedesca premiata in Senato dal Presidente Spadolini. Successivamente si occupa di cinema presso l'Istituto di Scienze dello Spettacolo dell'UCSC, pubblicando alcuni saggi ed articoli, si dedica all'insegnamento storico, ottiene un Master in Marketing a pieni voti e si specializza in pubblicità. Dal 2003 si interessa di storia e simbologia religiosa: nel 2006 pubblica Il Graal è dentro di noi, nel 2007 Non per mano d'uomo? e nel 2009 L’anima e la svastica. Nel 2008 ottiene, negli USA, "magna cum laude", un dottorato in Studi Religiosi a cui seguono un master in Studi Biblici e un Ph.D in Storia della Chiesa, con pubblicazione universitaria della tesi dottorale dal titolo Nicea: what it was, what it was not (2009). Collabora con riviste cartacee e telematiche (Hera, InStoria, Archeomedia) e portali tematici, è curatore della rubrica "BarBar" su www.storiamedievale.org e della rubrica "Viaggiatori del Sacro” su www.edicolaweb.net. Sito internet: http://www.lawrence.altervista.org.

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