Parthenope sommersa dai rifiuti è nata dal corpo di una sirena

Il “canto omicida” delle sirene occupò larga parte della immaginazione degli antichi. I mitografi del Mediterraneo fecero a gara nel creare variazioni poetiche intorno a queste figure di donne che uccidevano cantando o – viceversa – rendevano più dolce il momento del trapasso. Cantando. Ma vi è una città nel Mediterraneo che deve la sua nascita proprio ad una sirena: è Napoli, l’antica Parthenope nata sul corpo della sirena che portava quel nome. Maurizio Ponticello, autore del libro Napoli. La città velata (edizioni Controcorrente) parte dal mito della Sirena per addentrarsi e condurre il lettore nel labirinto delle leggende napoletane.

Napoli è un po’ come l’India. Passano i secoli, ma le diverse esperienze spirituali, devozionali, filosofiche che lì si sono manifestate lungi dal combattersi e dall’annientarsi a vicenda tendono a stratificarsi nell’inconscio collettivo. Così ancora oggi la città intesse le liturgie e celebra i fasti di un cristianesimo pagano, o di un paganesimo nominalmente cristiano, a seconda dei punti di vista. La figura solare ed eroica di San Michele Arcangelo, che nelle chiesette del centro scaglia il suo gladio contro il maligno, somiglia da vicino a quel Mithra, che anche a Napoli veniva invocato in rituali iniziatici. Il culto mariano, così carnale e nello stesso tempo così soave, riprende senza soluzione di continuità le forme di devozione pagane alla Dea Madre. Ma volendoci addentrare nei particolari, altre forme ancor più interessanti di continuità col passato vengono alla luce. L’autore dimostra con perizia come la tarantella riprenda antichi ritmi dionisiaci e come, guardando in profondità nelle mille scaramanzie, si possano rinvenire antichi gesti sacri. Lo stesso culto che per secoli Napoli ha tributato a Virgilio fonde istanze religiose diverse.

Maurizio Ponticello, Napoli, la città velata In Ponticello non vi è nulla di quella forma di giustificazionismo che in nome della “simpatia” del popolo napoletano, della sua “creatività”, tende a coprire i cumuli di sporcizia che si addensano agli angoli delle strade, i carichi di incompetenza che gravano sulle poltrone del palazzo. La “cartolina” non può riscattare le miserie del presente e le operazioni di facciata (clamorosa quella tentata da Antonio Bassolino a cavallo tra i due secoli) lasciano il tempo che trovano. Al contrario, l’autore sembra indicare un tesoro di spiritualità sepolto nel cuore della città appunto per indicare un orizzonte più alto, per risvegliare un sentimento di dignità e di responsabilità civile nei napoletani.

Chi napoletano non è, troverà invece nel volume una mappa puntuale, quasi una “guida virgiliana” ai segreti di Napoli. Strano a pensarsi, ma dietro il groviglio di vicoli e di strade trafficate Napoli mostra ancora le simmetrie pitagoriche degli architetti che la concepirono. Vista dall’alto essa è una scacchiera, le cui prospettive sono perfettamente allineate ai movimenti del Sole. Il turista che nel tardo pomeriggio percorre la cosiddetta “Spaccanapoli” viene inondato dalla luce del tramonto che con un ultima possente irradiazione imbocca la grande strada della Napoli nobilissima e plebea. La via Spaccanapoli a sua volta taglia a novanta gradi via Duomo, la strada che custodisce il tempio di San Gennaro dove si rinnova ogni anno la liturgia del sangue liquefatto. Ponticello identifica l’attuale via Duomo con la originaria via del Sole allineata lungo l’asse Est-Ovest: traiettoria consacrata ad Apollo Iperboreo, secondo una disposizione che rimanda al punto in cui il Sole si alza al solstizio d’estate. Questa scacchiera racchiusa tra il golfo e il Vesuvio fu originariamente concepita per ospitare una vivace civiltà di retaggio ellenico. Dopo che i centri della Magna Grecia furono assorbiti da Roma, Neapolis divenne la città greca per eccellenza: il luogo da cui si irradiavano le idee della filosofia, le movenze del teatro, i misteri della tarda grecità.

Si dice comunemente che il carattere napoletano sia naturalmente “teatrale”: ricco di gesti e di modulazioni della voce. Ponticello opportunamente ricorda che il teatro alle origini non aveva a che fare con la dissimulazione, con l’apparenza, ma piuttosto era manifestazione di archetipi sacri, appena velati dalla umanità della trama. Alle origini del teatro greco vi è Dioniso, vi sono dunque i Misteri di Eleusi, e a Napoli ancora in età imperiale le attività teatrali erano appannaggio di confraternite consacrate a Bacco. Non a caso il cristianesimo vide nel teatro antico qualcosa di “diabolico”: non era solo uno sdegno rigorista contro le frivolezze degli attori, era anche la sottile consapevolezza che il mondo greco attraverso il dramma trasmetteva una sua teologia. Diceva Plutarco che il “Theatron” era il luogo in cui si manifestavano i “Theòi”, gli Dei.

Dopo che le luci della civiltà antica si furono spente, Napoli ha continuato ad essere un luogo di irrefrenabili pulsioni metafisiche. Città di ermetisti, di alchimisti, di sagaci interpreti del mito. Se nei piani alti dello spirito napoletano troviamo i Giordano Bruno, i Vico o anche personaggi enigmatici come l’ermetista Giuliano Kremmerz (al secolo Ciro Formisano) nei piani “bassi” di questo edificio spirituale ancora oggi vivono personaggi al limite del surreale, eppure carichi di umanità, intenti ad interpretare sogni, a dialogare con i defunti, a trarre “numeri” dagli eventi.

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Tratto da L’Indipendente del 27 maggio 2007.

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