Papa Bergoglio e la decadenza della Chiesa Cattolica (terza parte)

Questo articolo fa parte di una serie di quattro, così composta:

Prima parte;

Seconda parte;

Terza parte;

Quarta parte.


papa-francesco

Sulla base di quanto esposto nel precedente articolo, con la riaffermazione di un sensus fidei fidelium in chiave meramente orizzontale, Papa Bergoglio aveva preparato la “consultazione planetaria” del popolo dei fedeli tramite dei questionari (!), in vista del Sinodo sulla Famiglia conclusosi poi con una relazione finale piuttosto fumosa e verbosa, con qualche apertura e qualche chiusura, ma sostanzialmente senza particolari picchi dottrinari (com’era inevitabile) né peraltro vistosi “strappi”. Ciò che interessa sottolineare è più che altro il fatto che la Chiesa doveva esprimersi sulla situazione di un ente fondamentale, minato dal profondo, come quello della famiglia, e per far questo non ha cercato di attrarre a sé forze provenienti dall’alto (lo Spirito Santo), ma ha cercato di farsi orientare dal basso. Un segnale chiarissimo di un’inversione grave e conclamata. Leggiamo ancora le parole del Papa (dal discorso tenuto nell’Aula Paolo VI lo scorso 17 ottobre 2015, per commemorare il 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi):

“È stata questa convinzione a guidarmi quando ho auspicato che il Popolo di Dio venisse consultato nella preparazione del duplice appuntamento sinodale sulla famiglia, come si fa e si è fatto di solito con ogni “Lineamenta”. Certamente, una consultazione del genere in nessun modo potrebbe bastare per ascoltare il sensus fidei. Ma come sarebbe stato possibile parlare della famiglia senza interpellare le famiglie, ascoltando le loro gioie e le loro speranze, i loro dolori e le loro angosce? (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 7/12/1965, 1).

Attraverso le risposte ai due questionari inviati alle Chiese particolari, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare almeno alcune di esse intorno a delle questioni che le toccano da vicino e su cui hanno tanto da dire.

Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare «è più che sentire» (Ibid., 170). È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo «Spirito della verità» (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli «dice alle Chiese» (Ap 2,7)”.

È stata varata dunque la “Chiesa dell’ascolto”, in cui “ciascuno ha qualcosa da imparare”. In un’ottica strettamente tradizionale, in realtà, solo inter pares (preferibilmente a livello qualitativo assoluto, o comunque, seppure in modo più imperfetto ma talvolta funzionalmente efficace, per qualifica, per ruoli, per contesti) il reciproco ascolto e la reciproca comprensione e consultazione porta a dei frutti secondo giustizia (cioè secondo ius). Laddove c’è invece squilibrio qualitativo di posizioni, di ruoli, e così via, il livellamento orizzontale può operare solo su piani ribassati, lasciando scoperti quelli superiori, e quindi eliminando la qualità, danneggiando irreparabilmente l’orientamento verticale, e quindi causando squilibri e frutti ingiusti (contra ius). E questo è proprio il caso della Chiesa che si appiattisce e che deve “imparare dai fedeli”, tanto più nell’epoca contemporanea. E, attenzione: Bergoglio dice espressamente che tutti hanno da imparare dagli altri reciprocamente, compreso il “Vescovo di Roma”: di nuovo egli non parla di “Papa”, di “Pontefice”, ma di vescovo di Roma, appiattendosi al livello di tutti gli altri vescovi, come già si era detto all’inizio del precedente articolo.  Bergoglio rifiuta di dare qualsiasi parvenza di verticalità al ruolo che ricopre: lui non è un primus inter pares, ma un par inter pares. Dunque anche lui, come un quisque de populo, deve ascoltare tutti gli altri, compresi tutti i fedeli, per imparare le verità ultime della Fede. Non c’è che dire: un vero e proprio obbrobrio teologico-gnoseologico, un’inversione palese e senza troppi fronzoli.

 

“Il Sinodo dei Vescovi è il punto di convergenza di questo dinamismo di ascolto condotto a tutti i livelli della vita della Chiesa. Il cammino sinodale inizia ascoltando il Popolo, che «pure partecipa alla funzione profetica di Cristo» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 12), secondo un principio caro alla Chiesa del primo millennio: «Quod omnes tangit ab omnibus tractari debet» (quello che riguarda tutti, deve essere approvato da tutti, N.d.s.).

Il cammino del Sinodo prosegue ascoltando i Pastori. Attraverso i Padri sinodali, i Vescovi agiscono come autentici custodi, interpreti e testimoni della fede di tutta la Chiesa, che devono saper attentamente distinguere dai flussi spesso mutevoli dell’opinione pubblica. Alla vigilia del Sinodo dello scorso anno affermavo: «Dallo Spirito Santo per i Padri sinodali chiediamo, innanzitutto, il dono dell’ascolto: ascolto di Dio, fino a sentire con Lui il grido del Popolo; ascolto del Popolo, fino a respirarvi la volontà a cui Dio ci chiama». Infine, il cammino sinodale culmina nell’ascolto del Vescovo di Roma, chiamato a pronunciarsi come «Pastore e Dottore di tutti i cristiani»: non a partire dalle sue personali convinzioni, ma come supremo testimone della fides totius Ecclesiae, «garante dell’ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa».

Il fatto che il Sinodo agisca sempre cum Petro et sub Petro – dunque non solo cum Petro, ma anche sub Petro – non è una limitazione della libertà, ma una garanzia dell’unità. Infatti il Papa è, per volontà del Signore, «il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità tanto dei Vescovi quanto della moltitudine dei Fedeli» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 23. Cfr anche Conc. Ecum. Vat. I, Cost. dogm. Pastor Aeternus, Prologo: Denz. 3051). A ciò si collega il concetto di «ierarchica communio», adoperato dal Concilio Vaticano II: i Vescovi sono congiunti con il Vescovo di Roma dal vincolo della comunione episcopale (cum Petro) e sono al tempo stesso gerarchicamente sottoposti a lui quale Capo del Collegio (sub Petro) (Cfr. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 22; Decr. Christus Dominus, 28 ottobre 1965, 4)”.

Qui il Papa sembra lasciare spazio all’abbozzo di una specie di gerarchia tutta sui generis, tracciando un percorso apparentemente verticale, anche se non è ben chiaro se ascendente o discendente, e che comunque lentamente va a sgretolarsi sul piano orizzontale.

Si dice infatti che prima occorre ascoltare il popolo, “che partecipa alla funzione profetica di Cristo” (ritorna il “sensus fidei”), perché “Quod omnes tangit ab omnibus tractari debet”, cioè “quello che riguarda tutti, deve essere approvato da tutti”: il trionfo della “democrazia” in materia spirituale, il trionfo del sensus fidei orizzontale. Viene con sé che questo motto, nella Chiesa delle origini, aveva comunque un significato differente, alla luce di quanto esposto nell’articolo precedente. Oggi, invece, risulta sostanzialmente un rovesciamento sovversivo.

Dopo il popolo vengono (in senso discendente o ascendente?) i pastori, i quali dovrebbero “saper attentamente distinguere dai flussi spesso mutevoli dell’opinione pubblica”: una sorta di selezione di ciò che è conforme a Verità e di ciò che non lo è, partendo dalla volontà popolare? Una strana forma di “depurazione” della verità partendo dal basso, anziché un’intuizione, una percezione, una conoscenza, “derivata” dall’alto: una sorta di gnoseologia induttiva, anziché deduttiva. In ogni caso i pastori devono ascoltare non solo Dio, ma “con Lui il grido del popolo”(!) “ fino a respirarvi la volontà a cui Dio ci chiama”. Dunque Dio (sempre chiamato in causa in forma antropomorfa e teistica, come fosse una persona) si manifesterebbe attraverso la voce del popolo? Una sorta di riproposizione del proverbio Vox populi, vox Dei, tanto noto quanto dalla falsa e sovvertitrice origine?[1] Una sorta di “immanentismo populista”?

Alla fine (in cima o in fondo?) arriva il … Vescovo di Roma (non il “Papa”: Bergoglio ancora una volta omette l’uso di questo termine), chiamato a pronunciarsi  “non a partire dalle sue personali convinzioni”. Il che è già una precisazione discutibilissima, poiché non si dovrebbe neppure porre il dubbio che un Pontefice possa parlare in base alle proprie idee in quanto uomo tra gli uomini: formalmente un Papa che parla “ex cathedra” non si esprime secondo le proprie idee, poiché quando “pontifica”, per l’appunto costruisce un ponte ideale tra cielo e terra; in quanto Vicario di Cristo, costituisce il mezzo attraverso cui le verità extraterrene trovano espressione in forma essoterica presso i fedeli. Per Bergoglio il “Vescovo di Roma” è “supremo testimone della fides totius Ecclesiae”: insomma, sempre nel nome del sensus fidei, fa da sintesi finale, da raccordo finale, ma sempre in chiave rigorosamente orizzontale.  

A questo punto Bergoglio azzarda qualche riferimento “extra”, parlando di un Sinodo che oltre ad agire cum Petro (orizzontalmente) agisce anche sub Petro, cioè verticalmente: la libertà non è limitata da ciò (Dio non voglia!), perché il Papa (per una volta Bergoglio usa l’altro termine …) farebbe da garante dell’unità suprema della Chiesa e da “Capo” (addirittura!) del Collegio: questo binomio cum Petro-sub Petro starebbe alla base di una “ierarchica communio”, quindi di una sorta di gerarchia “comunitaria”, e quindi anche un po’ orizzontale: insomma, meglio non esagerare con la verticalità … e infatti, dato che il Papa si è un po’ sbilanciato, corre ai ripari:

“La sinodalità, come dimensione costitutiva della Chiesa, ci offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico. Se capiamo che, come dice san Giovanni Crisostomo, «Chiesa e Sinodo sono sinonimi» – perché la Chiesa non è altro che il “camminare insieme” del Gregge di Dio sui sentieri della storia incontro a Cristo Signore – capiamo pure che al suo interno nessuno può essere “elevato” al di sopra degli altri. Al contrario, nella Chiesa è necessario che qualcuno “si abbassi” per mettersi al servizio dei fratelli lungo il cammino”.

Si chiarisce immediatamente che nessuno nella Chiesa deve elevarsi sopra gli altri. Per carità: siamo tutti “uguali”. Evidentemente si confonde il significato metastorico e soteriologico del sacrificio di Cristo con un democratismo che affossa la necessità di diversificare qualitativamente la struttura ecclesiastica, tanto più con l’avanzare lineare del tempo storico, al quale corrisponde un progressivo ritrarsi del dato spirituale ed una decadenza antropologica dell’essere umano. E con questo non c’entra il mettersi al servizio degli altri o l’essere caritatevoli: si tratta di piani del tutto distinti l’un l’altro. L’uno attiene alle opere, alla caritas del fedele, alla condotta sul piano umano e comportamentale. L’altro è il piano della dottrina, dei principi, delle verità trascendenti, anche se solo essotericamente tradotte in forma pressoché dogmatica.

Ma Bergoglio, purtroppo, prosegue nella sua opera di sgretolamento e di rovesciamento, fino a giungere ad una pericolosissima, inquietante metafora:

“Gesù ha costituito la Chiesa ponendo al suo vertice il Collegio apostolico, nel quale l’apostolo Pietro è la «roccia» (cfr Mt 16,18), colui che deve «confermare» i fratelli nella fede (cfr Lc 22,32). Ma in questa Chiesa, come in una piramide capovolta, il vertice si trova al di sotto della base. Per questo coloro che esercitano l’autorità si chiamano “ministri”: perché, secondo il significato originario della parola, sono i più piccoli tra tutti. È servendo il Popolo di Dio che ciascun Vescovo diviene, per la porzione del Gregge a lui affidata, vicarius Christi (Cfr. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 27), vicario di quel Gesù che nell’ultima cena si è chinato a lavare i piedi degli apostoli (cfr Gv 13,1-15). E, in un simile orizzonte, lo stesso Successore di Pietro altri non è che il servus servorum Dei.

Non solo si continuano a confondere i piani, per cui il servizio ed il dono di sé, su cui tante volte si è insistito, non hanno nulla a che vedere con il concetto qualitativo di gerarchia, ma si sdogana esplicitamente la figura di una Chiesa in cui, “come in una piramide capovolta, il vertice si trova al di sotto della base”. Triangolo o piramide rovesciata: simbolo invertito, vertice sotto la base. Per chi ha una minima infarinatura tradizionale, si tratta di una raffigurazione molto pericolosa, potenzialmente sacrilega, che in altri tempi sarebbe stata degna di un vero e proprio anatema e di una condanna senza appello.

Qui  appare molto istruttivo rifarci ancora al maestro René Guénon, per qualche breve appunto che risulta particolarmente significativo proprio in relazione a questa immagine della piramide/triangolo rovesciato.

il-regno-della-quantita-e-i-segni-dei-tempiGuénon si è a lungo soffermato sul tema del rovesciamento dei simboli, della loro dualità orizzontale o verticale, della duplicità di significati in senso di complementarità o di opposizione, degli aspetti benefici o malefici (in senso metafisico-oggettivo e non morale): materia molto complessa, non affrontabile in questa sede[2]. Ci limitiamo a ricordare quanto Guénon osserva sui simboli che possono presentare due posizioni invertite, soprattutto per quelli riducibili a forme geometriche, come nel nostro caso: “la differenza sembrerebbe apparire molto più nettamente; tuttavia non è sempre così, dacché le due posizioni di uno stesso simbolo sono entrambe suscettibili di avere un significato legittimo ed inoltre la loro relazione non è sempre necessariamente quella del tipo ‘benefico’ o ‘malefico’; (…) In un caso del genere, è soprattutto importante stabilire se si è in presenza di quella che potremmo definire una volontà di ‘rovesciamento’, in contraddizione formale con il valore legittimo e normale di un simbolo; (…) per esempio, l’impiego del triangolo capovolto è lungi dall’essere, come molti ritengono, un segno di ‘magia nera’, anche se lo è effettivamente in certi casi, quelli in cui gli si attribuisce l’intento di contrastare ciò che rappresenta il triangolo con il vertice rivolto verso l’alto (…). La questione del rovesciamento dei simboli è dunque assai complessa, poiché ciò che si deve esaminare, per vedere con che cosa si ha veramente a che fare nei singoli casi, non sono tanto le raffigurazioni prese nella loro ‘materialità’, quanto le interpretazioni che ha suggerito la loro adozione[3].

Certamente nel nostro caso l’interpretazione è assai problematica, se non altro perché considerando l’epoca in cui si vive, la situazione in cui versa la Chiesa Cattolica e le infiltrazioni contro-tradizionali cui è sottoposta, prefigurare esplicitamente una Chiesa in cui, come in una piramide capovolta, il vertice si trova al di sotto della base, è comunque un’operazione estremamente incauta e pericolosa, e comunque paradigmatica di una situazione e di una visione che sono oggi predominanti. Qualora Bergoglio, nel proporre quella figura rovesciata, cerchi di fatto di contrastare ciò che rappresenta il triangolo nella sua posizione con il vertice rivolto verso l’alto, certamente questo intento potrebbe nascondere ed attrarre a sé forze tutt’altro che “benefiche”, sempre argomentando in senso metafisico più che morale.

È anche interessante, ai fini del nostro discorso, ricordare ciò che propone sempre Guénon trattando dell’uniformità contro l’unità[4]. Egli osserva che nell’ambito di manifestazione del nostro mondo, allontanandosi dall’unità principiale le esistenze diventano sempre meno qualitative e sempre più quantitative. L’unità è il polo essenziale (essenza), che contiene in sé tutte le determinazioni qualitative delle possibilità del mondo in cui viviamo, mentre il polo sostanziale (sub-stantia, ciò che sta sotto) è la quantità pura, con l’indefinita molteplicità atomica ad essa implicita, con l’esclusione di qualsiasi reale distinzione che non sia puramente numerica tra i suoi elementi.

Questo graduale allontanamento dall’unità essenziale può essere considerato sia in “simultaneità” (staticamente, nella costituzione degli esseri manifestati, in cui questi gradi determinano una specie di gerarchia fra gli elementi che vi appartengono e le modalità che loro corrispondono) che in successione (nello svolgimento dell’insieme della manifestazione dall’inizio alla fine di un ciclo).

Il triangolo appare in tal senso come lo strumento migliore per una rappresentazione geometrica di quanto osservato: il vertice è il polo essenziale (qualità pura), la base è quello sostanziale (quantità pura): la molteplicità dei punti della base si contrappone al punto unico del vertice. Se si tracciano delle parallele alla base per rappresentare i diversi gradi d’allontanamento, è evidente che la molteplicità che simboleggia il quantitativo sarà tanto più marcata quanto più ci si allontanerà dal vertice per avvicinarsi alla base.

L’immagine è chiara e significativa, e pensare di strutturare un centro tradizionale essoterico quale la Chiesa Cattolica Romana ponendone il vertice sotto la base, significa impaludare l’essenza nella sostanza (nel senso guènoniano del termine), e quindi la qualità nella quantità. Una costruzione contro-tradizionale accolta per rappresentare simbolicamente un centro tradizionale, è di fatto un vero sacrilegio.

(segue)

[1] La locuzione latina Vox populi, vox Dei significa letteralmente voce di popolo, voce di Dio. Secondo questo antico proverbio si può affermare una determinata verità, quando il popolo è concorde nell’affermarla. Tuttavia è interessante scoprire come esso venga fatto impropriamente risalire da un passo biblico di Isaia: “Una voce! Un tumulto sale dalla città, una voce esce dal Tempio! È la voce del Signore; egli ricompensa i suoi nemici secondo le loro azioni”, dove emerge un significato di tipo invocativo, ben diverso da quello poi in realtà attribuito. Una mistificazione, un motto derivato in modo falso e con una finalità sovversiva da una fonte che viene volutamente interpretata in modo scorretto. E, guarda caso, se notiamo qual è il numero esatto del versetto del Libro del profeta Isaia da cui è tratto quel passo, le cose sembrano sorprendentemente diventare più chiare: Isaia, 66,6

[2] Si veda al riguardo Il Regno della quantità e i segni dei tempi, capitolo 30.

[3] R. Guénon, ibidem.

[4] R. Guénon, Il Regno della quantità, cit., capitolo 7.

[Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul sito http://www.azionetradizionale.com/]

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