Pansa racconta le “vinte” e il loro sangue

Dal clamore dei fatti alla complessità delle persone vere, dall’evento altisonante alla realtà concreta, vissuta. È in questo modo che potremmo sintetizzare una delle grandi rivoluzioni storiografiche del Novecento, quella determinata dagli Annales d’histoire économique et sociale, rivista fondata nel 1929 da Marc Bloch e Lucien Febvre. L’idea era un po’ questa: la Rivoluzione francese non è racchiusa solo nella presa della Bastiglia ma fa parte di un lungo processo di cambiamento che conosce certamente accelerazioni apicali senza tuttavia confondersi con esse. Che c’entra tutto questo con il nuovo libro di Giampaolo Pansa (I vinti non dimenticano, Rizzoli, pp. 462, € 19,50) in uscita il 6 ottobre?

In qualche modo c’entra. Pansa, beninteso, è un brillante giornalista ma, a differenza di Bloch e Febvre, non è uno storico professionista, accademico. Né, presumibilmente, aspira ad esserlo. Il suo sguardo sulle ferite aperte del Novecento italiano vuole soprattutto essere uno schiaffo in faccia al pensiero unico e un contributo alla verità storica. E quale modo migliore per farlo se non partire dalla realtà minuta, da quella dimensione concreta tenuta troppo a lungo lontana dai riflettori? Ecco, Pansa fa esattamente questo. «Se vogliamo comprendere per intero la tragedia della guerra civile – dice – bisogna guardarla dal basso e non dall’alto. Ossia è indispensabile arrivare ai morti, a chi è stato ucciso da una parte e dall’altra. Anche se erano uomini e donne qualsiasi, gente comune diremmo oggi, senza un rilievo speciale, né politico né militare». E ancora: «Un conto è scrivere: nel tal giorno sono state uccise dai fascisti o dai partigiani dieci persone. Del tutto differente è narrare chi erano i fucilati, come si chiamavano, qual era stata la loro storia precedente». Ciò che colpisce, de I vinti non dimenticano, è l’attenzione particolare a questa dimensione. I morti di cui parla Pansa sono peraltro doppiamente dimenticati.

Dimenticati, ovviamente, perché fascisti (o, spesso, solo sospettati di esserlo). Sono, per l’appunto, i vinti, i morti scomodi, quelli di cui non bisognava parlare. Ma nei drammi narrati dal giornalista c’è anche un altro elemento di marginalità, di “eccentricità” rispetto alla “storia ufficiale”: spesso, troppo spesso si tratta di lutti che hanno visto come protagoniste delle donne. In assoluto, e non solo rispetto alle vicende della guerra civile italiana della fine del conflitto mondiale, la storia vista al femminile è un classico della controstoria, proprio nel solco dell’approccio inaugurato dagli Annales. Farlo in relazione all’impero romano piuttosto che al Rinascimento causa inevitabilmente lodi unanimi. Applicare gli stessi schemi a ciò che accadde in Italia nella prima metà degli anni ’40 genera invece tutt’altre reazioni.

Eppure le donne di cui parla Pansa hanno molto da dirci. Come le ricamatrici di Arcevia, il cui eccidio genera il primo “sangue dei vinti” in cui ci imbattiamo nel volume. In realtà nella località marchigiana vennero uccise tredici persone di cui solo sei donne e neanche tutte ricamatrici di professione. Una notte, nel luglio del 1944, vennero presi e portati in una radura. L’accusa – del tutto infondata – era di spionaggio. Di loro non si seppe più nulla e ancora oggi, fra i vecchietti del luogo, vige la più assoluta omertà su quanto accadde quella sera. Ma, ovviamente, le storie che più fanno male sono quelle in cui le donne vengono colpite proprio nella loro femminilità, come sfregio supremo a certificare la qualifica di vinti. Le ben note vicende delle “marocchinate” del basso Lazio hanno a che fare esattamente con questa logica. Chi non ha letto libri in proposito avrà quanto meno visto La ciociara, il film di Vittorio De Sica tratto dal romanzo di Alberto Moravia, e saprà quindi di che parliamo. Si tratta, insomma, degli stupri sistematici commessi dal Corpo di spedizione francese composto dai goumiers marocchini. Pochi sapevano, fino ad ora, che episodi analoghi accaddero anche nell’entroterra senese, dove donne di tutte le età (ma anche uomini, come precisa Pansa riportando anche una particolare testimonianza inedita) vennero violate dai soldati nordafricani.

Ma Pansa va anche oltre. Uno dei capitoli del libro, addirittura, sfida ogni logica ruffiana portando il titolo sulfureo de “Lo stupro antifascista”. Il che non vuol dire, certo, che tutti gli antifascisti fossero stupratori o che tutti gli stupratori fossero antifascisti ma sicuramente identifica nella violenza sessuale un’arma, terribile, che per un certo periodo fece parte di una strategia di lotta politica che non prevedeva sconti. «Stuprare – spiega Pansa – è annullare la persona, perché la donna violentata, da uno o da più maschi, perde la possibilità di disporre di se stessa. Ti senti come una bestia da portare al macello dove sarai squartata… Lo stupro compiuto durante una guerra sulle donne degli sconfitti diventa anche la dimostrazione di un potere politico». Succede in tutte le guerre, successe anche nella guerra civile 1943-45. È un fatto, un dato storico, una verità che troppo spesso si è voluto negare. Il pregiudizio di parte ha avuto la meglio. In questo caso, come si accennava, alle lenti deformanti dell’ideologia si è associato un altro pregiudizio, stavolta trasversale: quello sessista. È questo il motivo per cui parlavamo di morti doppiamente dimenticate. Scrive Pansa: «Gli storici di professione, o i narratori dilettanti come il sottoscritto, al 90 per cento sono maschi. Ed esercitano il loro potere sessista anche raccontando di una guerra dove, in realtà, le vittime più infelici sono state proprio le donne». I numeri con cui il giornalista cerca di dimostrare tale ultimo assunto sono impietosi: un primo bilancio (ottimistico) parla di 2365 donne assassinate perché fasciste o ritenute tali. Di queste 925 a guerra finita. E anche le altre, del resto, quelle giustiziate mentre le armi si facevano sentire, non erano certo aguzzine spietate: nella Rsi i reparti delle ausiliarie erano disarmati e non partecipavano a cose come interrogatori e simili. Qualcuna fungeva da informatrice, semmai. Ed ecco che per i partigiani ogni ragazza simpatizzante per la Repubblica sociale diventava una spia. Un’accusa infamante che, in quel contesto, inevitabilmente richiamava trattamenti infami. «Una ragazza catturata – leggiamo ne I vinti non dimenticano – se voleva salvarsi, aveva una sola strada: offrirsi ai partigiani che l’avevano presa. Quando era bella, poteva sperare di scamparla. Al prezzo di diventare la puttana del reparto».

Sono scene balcaniche, che richiamano conflitti in qualche modo ritenuti più “esotici”. Il che, beninteso, non ne diminuisce la gravità. Fatichiamo, tuttavia, a immaginarci queste scene in Toscana, in Piemonte, in Liguria, nel Lazio, in quelle terre che conosciamo, abitiamo, amiamo. Nei “giorni di Caino”, tuttavia, successe anche questo. Giampaolo Pansa ha il merito di averlo urlato ad alta voce. Lo abbiamo detto, I vinti non dimenticano non è un libro di storia nel senso accademico del termine. Pansa stesso si definisce «narratore dilettante», come abbiamo visto. Ma va anche riconosciuto che almeno in Italia la verità storica è stata spesso un valore difeso al di là dell’accademia e nonostante l’accademia. Pansa, in questo senso, è l’ultimo di una lunga tradizione di “dilettanti” operatori della controstoria, il più famoso dei quali è il compianto Giorgio Pisanò, insieme a tutta una serie di personaggi molto meno noti che hanno, ciascuno seguendo solo il proprio amore della verità, ricostruito frammenti di una storia sconosciuta e ricostruita in decine di opuscoli, panphlet, libretti stampati con case editrici minori o magari a spese proprie. La speranza, ovviamente, è che i frammenti ridiventino un intero per avere, finalmente, un’immagine della storia a 360°.

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Tratto dal Secolo d’Italia del 1 ottobre 2010.

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Adriano Scianca, nato nel 1980 a Orvieto (TR), è laureato in filosofia presso l'Università La Sapienza di Roma. Si occupa di attualità culturale, dinamiche sociologiche e pensiero postmoderno in varie testate web o cartacee. Cura una rubrica settimanale sul quotidiano Il Secolo d’Italia. Ha recentemente curato presso Settimo Sigillo il libro-intervista a Stefano Vaj intitolato Dove va la biopolitica?. Scrive o ha scritto articoli per riviste come Charta Minuta, Divenire, Orion, Letteratura-Tradizione, Eurasia, Italicum, Margini, Occidentale, L'Officina. Suoi articoli sono stati tradotti in spagnolo e pubblicati su riviste come Tierra y Pueblo e Disidencias. E’ redattore della rivista web Il Fondo, diretta da Miro Renzaglia.

4 Risposte

  1. abago
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    Grazie Pansa per aver restituito la parola alla verità dopo tanti anni di menzogna da parte della Sinistra. Oggi finalmente loro stessi si vergognano di pronunciare la parola "partigiani" che equivale, come Pansa ha dimostrato, ad assassini comunisti.

  2. paolo
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    Complimenti a Giampaolo Pansa per aver ancora una volta denunciato i crimini efferati commessi da parte dei partigiani Comunisti in quegli anni maledetti. Tali denunce si possono fare ora tranquillamente perchè gli infami sono tutti morti o quasi. Ma se tali libri avessero fatto la loro comparsa 40-50 anni fa, il loro autore avrebbe sicuramente rischiato la pelle.

  3. gabriele
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    Cari abago e paolo, nel 1990 questi crimini sono stati coraggiosamente scritti nel libro di Antonio Serena "I giorni di Caino" edito da Panda. Devo dire gran coraggio anche dell'editore in quegli anni era ancora pericoloso pubblicare certe cose. Direi che Pansa nel Sangue dei vinti ha scopiazzato.

  4. Centro Studi La Runa
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    @Gabriele: sul sito c'è un articolo di Francesco Lamendola proprio sul "revisionismo" di Antonio Serena: http://www.centrostudilaruna.it/il-revisionismo-d

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