L’opera di David Rubin

Dopo Frank Miller con il suo 300 c’è un altro autore di fumetti che con la sua opera dimostra che la nona arte può essere un mezzo per declinare in modo post contemporaneo l’epica; il suo nome è David Rubin. Europeo, classe 1977, si è cimentato nei suoi ultimi due lavori con due pietre miliari della mitologia indoeuropei. Sinonimi essi stessi della parola *eroe* e suoi archetipi per eccellenza, ovvero Eracle e Beowulf.

Le gesta del primo sono narrate e disegnate in due volumi intitolati icasticamente L’Eroe I e II (editi in Italia da Tunuè nel 2011 e 2013), dove le dodici fatiche sono raccontate in chiave prettamente pop, sullo sfondo di una Grecia classica con innesti cyberpunk, dove il protagonista tra una cerva di Cerinea e un cinghiale di Erimanto si allena indossando avveniristiche scarpe da ginnastica e usa lo smartphone per avvertire l’equipaggio dell’elicottero che lo segue dall’alto che la missione è compiuta. Davvero azzeccata risulta la scena in cui, nella sede di Radio Oracolo, Chirone, il maestro di Eracle, ed il filosofo Eurito discutono animatamente sul tema ‘Eracle: eroe o prodotto’ dopo che quest’ultimo, già vittorioso in più imprese, è diventato protagonista di una massiva campagna di marketing con al centro la sua immagine. Il nostro ascolterà il suo mentore prendere a cazzotti Euribio tramite un congegno molto simile all’IPod mentre spazza via il lerciume dalle stalle di Stigia nel corso della sua quinta fatica!

leroeChe Rubin non miri solo all’intrattenimento visivo però si rivela in tutta la sua profondità al lettore nella visita che il figlio di Zeus fa alla regina delle Amazzoni Ippolita, dove insieme al vincitore del Minotauro Teseo dovrà affrontare nell’arena nientemeno che due guerriere chiamate Responsabilità e Maturità. Le pose plastiche dei combattimenti affrescati magnificamente lasciano il posto alla battaglia interiore dove Teseo dovrà superare la routine familiare della casa/lavoro/casa che può distruggere un uomo peggio del più terribile dei mostri ed Eracle fronteggerà in una dimensione onirica il suo fratellastro Euristeo, strumento della sua nemesi Era, moglie disonorata di Zeus che odia Eracle in quanto prova vivente del tradimento del padre degli dei. Dopo aver fatto a pezzi una torma di Superman (effige dell’eroe cliché e stereotipato) ed aver guardato negli occhi il volto di Euristeo/Era, il Callinico reciderà a morsi il suo cordone ombelicale e rinascerà una seconda volta, padrone di sé e del suo destino.

Nel secondo volume Rubin scava ancora più in profondità, dimostrando conoscenza del mito e non solo delle canoniche dodici fatiche di cui tutti hanno sentito parlare: ci mostra Eracle reso pazzo da Era fare a pezzi sua moglie e i suoi due figli, redimersi dopo anni di eremitaggio solitario e tornare per completare la sua opera, risposarsi e salvare la sua Deianira dall’ex maestro il centauro Chirone manovrato ancora una volta da Era (e qui c’è una licenza poetica dell’autore laddove nel mito è Nesso a tentare lo stupro). Alla fine vediamo un Eracle invecchiato, nella sua casa lussuosa, circondato da monitor ed altri apparecchi mentre controlla la sicurezza di Nauplia, totalmente scevro d’amore per Deianira che gli porrà il famoso calice con il sangue del centauro, credendo così di riconquistare l’amato ma condannandolo invece a consumarsi in un fuoco ultraterreno inestinguibile. In un ultimo impeto Eracle abbraccerà la sua nemica Era ed insieme scompariranno nell’empireo del cielo stellato. Il tratto di Rubin cesella così la fine dell’eroe olimpico e solare per antonomasia, che ha lottato, vincendo perché si è assicurato l’immortalità nel tempo a venire, per tutta la sua esistenza contro l’avversario ancestrale dell’Uomo: la Morte.

beowulfE’ invece più fedele al poema originale il “Beowulf” (Tunuè, 2015) di Rubin e Santiago Garcia, che ne ha curato testo e sceneggiatura. In un magnifico volume dalle grandi dimensione e dalla copertina cartonata Rubin tratteggia con la semplicità propria del racconto più vecchio del mondo (un eroe che lotta contro un mostro) il poema più importante della letteratura anglosassone. Nelle ampie tavole, tra il rosso rubino del sangue e l’oro dei monili, compaiono brevi ed incisivi dialoghi. “Nessun debito ti obbliga a farlo, Beowulf. Perché sei venuto a morire così lontano da casa?” chiede il re dei Danesi Hrothgar, distrutto da 12 anni di lutti causati da Grendel. “Per la gloria eterna, Signore. L’oro si consuma, la vita finisce… Solo la gloria è eterna” risponde Beowulf. Ed il senso della storia è tutto qui. E’ per la ‘gloria che non muore’ che il vassallo di Hygelac approderà in Danimarca percorrendo la via della balena, affronterà il mostruoso Grendel a mani nude per non a vere vantaggi derivati dall’acciaio, gli strapperà un braccio condannandolo a morte, si recherà poi nella palude in cerca della madre di Grendel, comparsa per vendicare il figlio, e porrà definitivamente fine ai tormenti causati dalla famiglia demoniaca. Tornato in patria, dopo anni diventerà re, e una volta canuto dovrà affrontare l’ennesimo mostro, un drago che faceva la guardia ad un favoloso tesoro, destatosi perché gli è stata sottratta una coppa d’oro da uno schiavo fuggitivo. Nello scontro contro il suo ultimo nemico il ‘Lupo delle api’ troverà la sua fine terrena, ucciso il drago non sopravvivrà al suo veleno; ‘i due mostri’ (definiti così nel testo originale perché entrambi sovrumani ed eccessivi) si annulleranno a vicenda. Tradito dai suoi vassalli fuggiti via in preda al terrore Beowulf tuttavia non sarà solo. Al suo fianco resterà il giovane Wiglaf, più abile con la parola che con la spada, al quale il re cederà la corona suggellando così il passaggio dall a dimensione eroica a quella politica.

Come il più fulgido degli eroi germanici, il Sigfrido uccisore del drago Fafnir, Beowulf entrerà nella leggenda e la sua fine coinciderà con la fine dei Geati. Chi impedirà agli svedesi di attaccare il regno una volta che sapranno della dipartita del suo difensore e del comportamento di quelli che dovevano essere i suoi più fedeli uomini? Ammonirà tutti Wiglaf: “Poiché i codardi sono sempre schiavi della loro paura”. Sulle fiamme della pira funeraria del re si chiude la graphic novel di Rubin, che ha saputo cogliere ed interpretare secondo canoni attuali il senso di una storia vecchia quanto l’identità indoeuropea, che per quanto venga negata, svilita o banalizzata dagli odierni intellettuali dell’establishment trova sempre un canale per bussare alle porte dell’oggi.

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Una Risposta

  1. Kaspar Hauser
    | Rispondi

    Il “Beowulf”, soprattutto, sembra molto interessante.Già ho diverse edizioni del poema,adesso mi procurerò di certo questa versione a fumetti di David Rubin.

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