Naufragio ed eroismo di donna, di Mario Monti

William Turner, Shipweck of the Minotaur, pittura a olio, Calouste Gulbenkian Museum, Lisbona.
William Turner, Shipweck of the Minotaur, olio su tela, Calouste Gulbenkian Museum, Lisbona.

Ma chi è, o che cosa è, un eroe? E cosa si intende per eroismo?

Per gli antichi Greci, gli eroi erano esseri semidivini, figli di una divinità e di un mortale, che avevano legato il proprio nome a delle gesta memorabili, come nel caso di Eracle e delle sue leggendarie dodici fatiche.

Nel linguaggio comune dei nostri giorni, il concetto di eroe designa «chi sa lottare con eccezionale coraggio e generosità, fino al cosciente sacrificio di sé, per una ragione o un ideale ritenuti validi e giusti» (Zingarelli).

Non ci si è del tutto liberati, quindi, di una visione epica e drammatica dell’eroe, che è poi quella dell’antica tragedia greca, via via aggiornata lungo i secoli fino al teatro illuminista (Alfieri) e alla poesia e alla prosa romantiche (lord Byron, Goethe, Stendhal).

Ancora alla metà del XIX secolo, Alfred Tennyson celebra l’eroismo della «carica dei 600» di Balaklava, nella guerra di Crimea; e, al principio del XX, Gabriele d’Annunzio rispolvera la figura dell’eroe romantico in versione superomistico-nietzschiana.

Noi, però, non siamo persuasi che questa concezione dell’eroe e dell’eroismo sia quella più esatta e realistica; non ci convince l’idea che, per essere degli eroi, bisogna immolarsi fisicamente per la patria, o per la rivoluzione, o per la libertà. O, per dir meglio, non siamo affatto convinti che solo guerre, rivoluzioni e lotte per la libertà costituiscano ragioni o ideali in nome dei quali sia giusto lottare con coraggio e generosità, fino al cosciente sacrificio di sé. Si tratta di una concezione estremamente riduttiva dell’eroismo e, per giunta, viziata da una vena di pathos romantico un po’ troppo enfatica.

Senza nulla togliere alla nobiltà di figure storiche che hanno saputo sacrificarsi per i grandi ideali dell’umanità, pensiamo che la vita quotidiana di innumerevoli uomini e donne sconosciuti, alle prese con difficoltà e sacrifici anche durissimi, ma per nulla spettacolari, offra in abbondanza esempi di eroismo umile e silenzioso, lontano dai riflettori e non premiato da alcuna medaglia, neppure alla memoria.

Genitori che si dedicano senza riserve, con amore infinito, al figlio gravemente handicappato; figli che si prendono cura, senza alcun aiuto da parte della società, dei genitori anziani e malati; medici e volontari che dedicano la miglior parte della loro vita alle popolazioni bisognose e dimenticate del Sud della Terra; professionisti seri e coscienziosi, che respingono le lusinghe del potere e rinunciano a una carriera brillante e ben pagata, per non scendere a compromessi con la propria coscienza e non avallare decisioni pericolose per la salute o la sicurezza della comunità; artisti sconosciuti che conducono una vita di stenti per inseguire con purezza la propria ispirazione, facendo al mondo dono gratuito della bellezza da essi creata, sempre coerenti con se stessi e sdegnosi delle mode, delle astuzie e degli intrallazzi, grazie ai quali tanti loro colleghi meno dotati, ma più spregiudicati, «emergono» e fanno soldi: tutti costoro sono umili eroi quotidiani che devono lottare con un coraggio non di rado superiore a quello di chi affronta una lotta a viso aperto e, in caso di vittoria, sarà ricompensato dall’ammirazione e dalla gratitudine di migliaia o milioni di persone.

Prendiamo il caso di un figlio, o una figlia, che decidano di prendersi cura personalmente di un genitore vittima del morbo di Alzheimer, invece di affidarlo a qualche struttura sanitaria specializzata. Facendo i salti mortali per conciliare le esigenze di lavoro e la cura dei propri figli con l’assistenza al malato, costoro si sacrificano in un impegno incessante, che non conosce feste né domeniche, e che passa del tutto inosservato agli occhi del mondo, compreso il malato stesso. Nessuna gratificazione morale, dunque, mai, neanche da colui per amore del quale hanno deciso di caricarsi una così pesante croce sulle spalle: anzi, ogni giorno devono ricevere la loro razione quotidiana di male parole, di gesti irosi, di insofferenza e di irriconoscenza (involontaria, in questo caso) da parte di colui per il quale si sacrificano.

Persone, poniamo il caso, che da mesi e anni non sanno cosa voglia dire prendersi una piccola vacanza, andare al cinema o in gelateria, dedicare un po’ di tempo a sé stesse. E, tuttavia, persone che portano il loro fardello con dignità, con forza, con semplicità, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Se qualcuno dicesse loro che sono degli eroi, non ci crederebbero e si schermirebbero, affermando di non stare facendo proprio nulla di speciale, e che chiunque altro, al loro posto, farebbe la stessa cosa. Non di rado riescono perfino a regalare agli altri un sorriso, a essere mogli o mariti gentili, padri o madri premurosi, colleghi di lavoro disponibili e volonterosi; eppure sono esausti, fisicamente e psicologicamente. Ma stringono i denti e vanno avanti, facendo di tutto per passare inosservati, per eludere la curiosità altrui.

Per loro, quello che stanno facendo non è nulla di più che il loro dovere: e pensano che il dovere sia una cosa che va onorata, e che, quando esso chiama, non vi sia altro da fare che rimboccarsi le maniche e rispondere positivamente alla chiamata, rifiutando le soluzioni più comode ma un po’ disinvolte, le scorciatoie di qualunque genere.

Sì, pensiamo che ve siano molti, moltissimi di questi eroi sconosciuti, cui nessuno dice mai un «grazie» e del cui sacrificio, sovente, nessuno si accorge: giovani donne che lentamente sfioriscono e rinunciano a costruirsi una propria vita; uomini sensibili che non invidiano la salute, la tranquillità familiare o la sicurezza economica di tanti loro coetanei e colleghi, e restringono virilmente il campo delle loro aspettative, per potersi dedicare solo alla persona bisognosa; giovani, e perfino bambini, che invece di dedicare il loro tempo ad inseguire piaceri e divertimenti, si fanno carico di un fratellino malato o di un nonno invalido, sopportando ogni difficoltà con animo intrepido, divenuti precocemente adulti alla scuola esigente del dovere.

La società raramente si accorge di loro; eppure è grazie ad essi se la società stessa continua ad andare avanti, nonostante l’egoismo e l’indifferenza di tanti.

È per merito loro se il mondo, quale noi lo conosciamo, non è regredito a una foresta di belve sempre pronte a sbranarsi l’un l’altra, ma è ancora – tutto sommato – un luogo vivibile, nonostante tutte le storture e le ingiustizie che lo affliggono.

E perché non dovremmo chiamarli eroi? Solamente perché non hanno impugnato la sciabola o imbracciato il fucile? O perché non hanno arringato folle deliranti o non hanno suonato la campana a martello dall’alto di una barricata?

Se così fosse, l’eroismo sarebbe una categoria dello spirito riservata all’ambito strettamente militare; ma quando mai si possono imporre alle categorie dello spirito siffatte limitazioni?

In fondo, come ha ben visto il regista americano Robert Rossen realizzando il film Cordura, nel 1959 (con Gary Cooper e Rita Hayworth), un gesto di eroismo in combattimento è questione di un attimo; mentre esistono situazioni della vita quotidiana che richiedono un coraggio continuo, incessante, senza mai un attimo di pausa o di sollievo.

Nel suo bel libro Gli esploratori (Longanesi & C., Milano, 1965, pp. 141-49), lo scrittore Mario Monti rievoca la figura commovente della moglie di un capitano di mare del XIX secolo, Emily Wooldridge, che fu la silenziosa protagonista di una autentica pagina di eroismo, quando il veliero su cui essi viaggiavano fece naufragio presso un’isola selvaggia e disabitata, suo marito giaceva gravemente ammalato e l’equipaggio si abbandonava all’indisciplina e alla trascuratezza, pregiudicando le già scarse possibilità di salvezza.

Vogliamo riportare per intero questo episodio ignoto al grosso pubblico, sia perché è una bella pagina di storia, raccontata con vigore e sobrietà da uno scrittore italiano che è passato un po’ inosservato agli occhi della critica (ma non del pubblico, che ha tributato alle sue pubblicazioni il meritato successo); sia, soprattutto, perché da esso emerge, con la forza stessa delle cose, un ritratto efficace e umanissimo della protagonista, più vera delle eroine di Salgari e più discreta di tante famose attrici del cinema, quali interpreti dei film d’avventura.

All’Isola degli Stati

Nel 1925 una ditta di trasporti inglese venne incaricata di ritirare uno strano mobile dall’ospedale di una cittadina situata presso la foce del Tamigi. Si trattava di un pesante letto a due piazze; era di ebano massiccio, intarsiato rozzamente, ma non senz’arte. Esaminando le bizzarre figure della sua testiera, uno dei facchini chiese al compagno qualche spiegazione.

«Ma…» questi gli rispose. «Tutto quello che ne so è che è un letto spagnolo come non se ne fanno più da cent’anni. Deve valere un patrimonio».

Se il facchino si fosse rivolto ad uno degli abitanti del luogo, la risposta sarebbe stata più soddisfacente. Pochi d’essi ignoravano infatti di chi era quel letto e come fosse finito lì. Ve lo aveva mandato una vecchia signora prima d’essere accolta all’ospedale. «È un dono del Capitano», diceva, «ci ho sempre dormito ed ora ci voglio morire».

Per molti anni era rimasto nella villa della signora che sorgeva a pochi passi dalla spiaggia. Anche questo, come tutti i mobili che arredavano la camera, parlava dei lunghi viaggi in terre straniere, evocati dai pallidi fantasmi dei velieri ritratti nelle stampe e nelle litografie scolorite che ricoprivano le pareti.

Negli ultimi tempi la vecchia signora s’era sempre meno alzata da quel letto e mossa sempre meno da quella camera. Durante l’inverno il vento del sud che ingrossava le acque dell’estuario, sbatteva le persiane delle finestre e gettava sul lido livide onde. Il suo sibilo, assieme al cupo rumore della risacca fangosa, giungeva all’orecchio della malata come fosse l’eco spenta dell’assordante scroscio delle grandi ondate dell’Atlantico che si precipitavano in furia sulle spiagge di graniti dell’Isola degli Stati.

Quell’immagine di selvaggi e spumeggianti frangenti, di un cielo quasi sempre tempestosa era fissa nella mente della moribonda, perché proprio all’Isola degli Stati, spersa nell’Oceano, oltre l’estrema punta della Terra del Fuoco, era finita la Vergine d’Atene, «la cara piccola nave» di suo marito, il capitano Richard Wooldridge. E qui, assieme a lui e a otto marinai, essa era passata attraverso una esperienza da poche donne conosciuta.

* * *

La Vergine d’Atene era un brigantino di duecentotrenta tonnellate, lunga circa trenta metri, larga sette. Aveva dunque le stesse dimensioni della H. M. S. Bounty, famosa per l’ammutinamento della sua gente, ed era un poco più grande del Golden Hind con cui il baronetto Francis Drake nel 1578 aveva compiuto il suo celebre «viaggio attorno al mondo».

Lasciati i docks di Londra in una fredda mattinata del novembre 1869, faceva vela ad un porto sudamericano della costa del Pacifico, con un carico misto di canfora e di attrezzi meccanici, e con «undici anime a bordo». Lo comandava il capitano Richard Gurney Wooldridge, un eccellente marinaio che non aveva mai disilluso la fiducia degli armatori.

Sino al 26 gennaio 1870 la navigazione si era svolta senza ritardi e senza incidenti. Quel giorno un terribile pampero, che soffiava dalla foce del Rio della Plata, aveva investito la Vergine d’Atene; e il primo ufficiale e il mozzo, sorpresi da un’onda, finivano in mare. Solo il mozzo riusciva a riguadagnare il bordo.

Un uomo a mare in quei giorni di traversate fortunose rappresentava una citazione abbastanza frequente nei giornali di bordo per attribuirvi grande importanza; ma il primo ufficiale Yates era diligente, puntiglioso e di molto aiuto al comandante che aveva a che fare con un equipaggio di gente pigra e poco volonterosa; e la sua perdita si sentiva gravemente.

Nel pomeriggio del 16 febbraio, avvistati gli altipiani della Patagonia, Wooldridge, desideroso di imboccare lo Stretto di Lemaire alla luce del giorno, si mantenne al largo, con l’intenzione di accostare alle prime luci dell’indomani. Il mare era agitato, il vento soffiava gelido da nord-ovest. Verso le nove il capitano era appena rientrato in cabina, quando un marinaio, che per la fretta era quasi ruzzolato giù dalla scala, bussò alla sua porta: «Sul ponte, signore», gli disse ansante. «Non c’è un minuto da perdere».

* * *

Il fuoco divampava a bordo. Fiotti di fumo denso e nero uscivano dalla stiva in cui gli uomini si affannavano a gettar buglioli d’acqua salata. Ben presto il calore e il fumo furono così soffocanti che si dovette richiudere il boccaporto e produrre dei fori tra le tavole del ponte per farci colare l’acqua; ma le fiamme guadagnarono anche quelli e per qualche istante sembrò che la parte centrale del veliero si fosse trasformata in un rogo.

Quando si tapparono finalmente le aperture con la tela bagnata, al capitano non rimase altro che ordinare: «Preparate le barche di salvataggio». Sin dal momento in cui era accorso sul ponte, per dirigere il lavoro di spegnimento, aveva preso il timone e puntava sull’Isola degli Stati, la terra più vicina, con la speranza di giungervi in tempo per salvare la Vergine d’Atene e il suo carico dall’ultima rovina.

Le alte montagne dell’isola apparvero nella debole luce dell’alba, simili alla «fantastica silhouette» che aveva già colpito l’immaginazione di un missionario italiano; e poco dopo mezzogiorno due grandi scosse che scaraventarono gli uomini sul tavolato del ponte avvertirono Wooldridge che il veliero si era arenato.

Ora il sole splendeva, ma il mare continuava a gonfiarsi di grosse ondate e la risacca imbiancava di schiuma la riva. Nulla di questa terra faceva pensare che fosse ospitale: la foresta sorgeva là dove appena il salso e l’onda o le rocce glielo permettevano, i suoi tronchi erano tanto fitti da farla sembrare da lontano come una gigantesca e impenetrabile staccionata. Gli uomini la fissavano ammutoliti.

Raggiunta infine la riva, lottando contro la corrente e i marosi, l’equipaggio e il capitano si disposero a passare la notte. L’indomani, avendo invano cercato d’alzarsi dal suo giaciglio, Wooldridge dovette rassegnarsi alla gravità della situazione: si trovava seriamente ammalato dopo un naufragio in cui aveva perso la nave, il carico e quasi tutte le provvigioni. Il suo equipaggio, già poco amante della disciplina durante la navigazione, aveva dimostrato sin dalla sera prima di non rendersi affatto conto di quelle che erano le indispensabili norme per sopravvivere in un’isola forse abitata soltanto da indigeni ostili.

Ora, al suo posto, chiunque si sarebbe lasciato andare alla disperazione, ma il capitano Wooldridge non era del tutto abbandonato dalla fortuna: una donna, sua moglie Emily, che l’aveva seguito sin qui, senza mostrar mai, almeno di fronte a lui e ai marinai la minima paura e la minima esitazione, era al suo fianco.

* * *

Emily Wooldridge aveva ventinove anni, era di media statura, di personale florido e robusto. Giunta all’Isola degli Stati con l’ultima lancia, resasi conto del pericolo che correva il marito e di quelli che minacciavano tutti i naufraghi, decise di prender subito i rimedi necessari.

La prima difficoltà da vincere era la natura selvaggia dell’isola. Essa dispose la tenda in cui doveva giacere il capitano presso una sorgente per avere a portata di mano il primo elemento indispensabile alla sua guarigione, preoccupandosi che il luogo fosse solatio e riparato dai venti.

Bisognava poi ricuperare le provviste non ancora rovinate dal mare e dal fuoco perché non si vedeva il modo di vivere dei pochi pinguini, frutti di mare e mirtilli [forse un refuso per «mitili»?; nota nostra] che si trovavano presso la spiaggia.

Appena la bassa marea lo permise, Emily stessa si recò alla nave per raggruppare quanto si poteva ancora usare, non dimenticando neppure i chiodi che dovevano servire alla lancia necessaria per abbandonare l’isola. D’accendere un falò di segnale e di richiamo alle altre navi, incaricò il mozzo e, quando questi non ci badava, «rimediavo con le maniere forti».

Ora doveva affrontare la parte più dura: domare l’equipaggio. Gli uomini, approfittando della malattia del comandante, non obbedivano più, erano rissosi, facevano man bassa delle preziose provviste e degli alcoolici, e non si preoccupavano di riparare l’unica lancia adatta a una lunga traversata senza pensare che ogni giorno sciupato li avvicinava alla loro fine.

Come poteva rimettere ordine in questo groviglio di prepotenze e di ignoranza una donna? Emiliy Wooldridge ci riuscì. Una sera al principio di marzo s’avvicinò al fuoco dei marinai. Sostò un attimo davanti a loro, poi si rivolse al cambusiere: «Hayward», gli disse, «non volete darmi il braccio e accompagnarmi sino alla tenda del capitano?».

Il cambusiere balzò in piedi e le porse il braccio, serio e commosso. Gli altri uomini si levarono in piedi augurandole finalmente una «buonanotte degna di una signora».

Questo è il momento culminante di una lotta che Emily aveva impegnato da sola contro otto uomini, una lotta che seppure mai dipinta con evidenza, riaffiora in ogni pagina del suo diario, ricomparso proprio in questi giorni a Londra sotto il titolo The Maid of Athens, quand’essa sorprende di notte due marinai penetrati nella tenda per trafugare dei viveri, quando affronta disarmata il nostromo, «quest’uomo vile e pigro, di velenoso esempio per i compagni», intento a incitare gli altri alla diserzione del capitano, , quando ride di lui che annaspa nella risacca dov’era caduto durante il lancio d’una barca, quando guadagna alla sua causa i due membri migliori dell’equipaggio Hayward e Oates, richiamando con il loro aiuto in un luogo selvaggio le convenzioni civili che sin sinonimo di rispetto e di disciplina. È un momento di trionfo per Emily: essa dimentica lo sforzo compiuto per non rivelare a nessuno i suoi timori, per nascondere il terrore che prova nelle notti passate accanto al capezzale del marito delirante, e la disperazione nel vedere allontanarsi una nave che dapprima sembrava avvicinarsi.

I suoi duri scapaccioni al mozzo e la sua abile coraggiosa condotta davanti ai marinai hanno dato i loro frutti: verso la fine di marzo la lancia è pronta, il capitano, rimessosi in salute, fa intonare agli uomini una canzone. Tra poco si salperà di nuovo.

* * *

La traversata alle Isole Falkland che aspettava i naufraghi della Vergine d’Atene era di 5.000 miglia [è un refuso per 500; nota nostra]; con la lancia rabberciata alla meglio, le poche provviste che si potevano caricarvi, la vela primitiva, questa impresa appariva al capitano piena di pericoli ed egli non lo nascose alla moglie; ma questa lo incoraggiò.

Ben presto, tuttavia, nessuno poté più nascondersi che non si trattava di una impresa rischiosa, ma disperata. Dopo pochi giorni, infatti, compiuti pochi progressi nella navigazione, le provviste cominciavano a mancare mentre gli uomini erano già estenuati dalla fatica e dal freddo. Ancora una volta Emily, che badava notte e giorno alla bussola, incitò gli altri con il suo esempio.

Il due aprile, tuttavia, anch’essa, pure confidando nell’abilità di navigatore del marito, aveva rinunciato alla speranza di toccare terra da viva: gli uomini non si muovevano quasi più, i loro occhi avevano uno sguardo selvaggio, il mozzo pareva istupidito dalla fame e dal freddo e delirava.

L’indomani il capitano ordinò a un marinaio di andar a prua a scrutare l’orizzonte. Questi tornò al suo posto con l’aspetto scoraggiato. Dopo un poco il capitano disse: «Uomini, credetemi, son sicuro che la terra è vicina» e lasciò il timone per alzarsi sulla panca. Infine disse: «Hayward, che c’è laggiù?» e il cambusiere rizzatosi in piedi, dopo aver guardato sul mare, rispose: «La terra, signore!».

* * *

Il 14 maggio 1870 su un giornale marittimo di Londra apparve il seguente annuncio: «Stanley, Isole Falkland Vergine d’Atene, capitano Wooldridge, salpato da Londra per Callao bruciata all’Isola degli Stati. Il capitano, sua moglie, gli uomini giunti a Stanley».

Non si potrebbero concludere più appropriatamente le vicende della Vergine d’Atene che con questa notizia. Emiliy stessa l’avrebbe apprezzata per quella laconicità, la stessa che contraddistingue il suo diario. Invero questo deluderebbe chi lo sfogliasse in cerca di atti e di audacie spettacolari. Emily Wooldridge come suo marito si preoccupava soltanto di eseguire il proprio dovere e lo faceva con gran semplicità e stentava poi a parlarne. Che molte volte il compierlo corrispondesse a vero eroismo spetta a noi comprenderlo.

Per suo conto, Emily richiama la nostra attenzione una volta sola sulla sua straordinaria fermezza di carattere e forza di volontà, e strano, proprio là dove accenna ad sua debolezza. Siamo all’ultima parte del diario: la lancia dei naufraghi sta per entrare finalmente in porto.

Emily scrive: «Immagino che quel che provavo era troppo forte per me ed io piangevo in silenzio quando Hayward disse: ‘La signora piange’. Se la bara fosse stata sul punti di rovesciarsi non si sarebbe prodotta maggior commozione a bordo. Ero indignata e negai di piangere, e dissi agli uomini di star attenti alla Rupe del Lupo, una roccia pericolosa all’imboccatura del porto, affinché tutti distogliessero gli occhi da me».

Mario Monti, dicevamo, è stato sottovalutato dalla critica letteraria italiana e, dopo la sua morte, dimenticato un po’ troppo in fretta.

Invece i suoi libri, sia i romanzi sia, soprattutto, i saggi storici (che si leggono, anch’essi, come fossero dei romanzi), andrebbero riscoperti; se non altro, per quel loro stile asciutto, secco, antiretorico, di ascendenza un po’ hemingwayana (l’autore aveva fatto pratica giornalistica presso una delle migliori testate statunitensi, il New Yorker, diretto da Harold Ross).

Mario Monti era nato a Milano il 5 febbraio del 1925 e morì, nella sua città natale, il 27 maggio del 1999. Oltre che come scrittore, il suo nome è legato a una stagione gloriosa dell’editoria italiana: direttore, per oltre un ventennio, della casa editrice Longanesi & C. (precisamente, dal 1956 al 1979), fu sua l’idea di lanciare – novità assoluta in Italia – una collana di libri tascabili ed economici distribuiti nelle edicole: i famosi Pocket Longanesi, che uscirono contemporaneamente agli altrettanto famosi Oscar Mondadori, e grazie ai quali una intera generazione di lettori italiani ha potuto accostare degli autori, sia italiani che stranieri, come altrimenti – per ragioni di prezzo – non avrebbe potuto fare.

Monti aveva la stoffa del giornalista (era stato, fra l’altro, collaboratore de Il Tempo di Roma durante il suo soggiorno newyorchese), del viaggiatore, dell’operatore culturale e, un po’, anche dell’avventuriero (nel senso buono del termine). Conobbe di persona alcuni nomi leggendari del mondo del romanzo, fra i quali Henry Miller, Isaac Bashevis Singer, Bertrand Russell e la traduttrice o, forse, l’alter ego del misterioso scrittore tedesco Bruno Traven (autore di capolavori come La nave morta e Il tesoro della Sierra Madre): Esperanza Lopez Monteos. Di ciascuno di essi curò la pubblicazione in lingua italiana, presso la casa editrice Longanesi.

Di Mario Monti scrittore si ricordano quattro romanzi e sette saggi storici.

I romanzi sono: Il mare chiama (1942: quando l’autore era appena sedicenne); Acqua (1969); Il nascondiglio (1975); e Un gran bel mondo (1995).

I saggi sono: I pirati (1951); I briganti italiani (1959); Gli esploratori (1965); Gli eroi dei due Poli (1970); Passarono di qui (1981, dedicato ai pellerossa del Nord America); Le grandi «stangate» (1983); Il guerriero dalle ali spezzate (1990, anch’esso dedicato ai pellerossa e all’epopea delle carovane dell’Oregon).

A tanti sofisticati e ultracerebrali saggisti dei nostri giorni, i libri di Mario Monti potranno apparire ingenuamente scarni, disadorni, troppo anti-intellettualistici.

A tutti loro ci sentiamo di dare un consiglio: che vadano a rileggerselo. Ci troveranno molte cose da imparare: prima fra tutte, che a uno scrittore che abbia qualcosa da dire, non servono troppe parole.

Segui Francesco Lamendola:

Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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