Morte, miseria e crudeltà di un polemista

Per chi negli anni Settanta era un bambino, Pier Paolo Pasolini è uno sguardo imbarazzato di mamma e papà, un sorriso quasi sarcastico di zio, un commento del vicino di casa: «prima o poi si sapeva che sarebbe finita così…», un oggetto quasi del tutto proibito insomma.

Così la sera del 2 novembre 1975 (il giorno in cui PPP fu trovato morto), quando il telegiornale dava in cronaca ragguagli sul delitto di via dell’idroscalo a Ostia, nasceva la curiosità del bilancio sulla vita di un uomo di cui da tempo si parlava sottovoce, quasi per paura che i ragazzini cercando di emularne le gesta, fuggissero di casa alla scoperta di un mondo di vergogne, un mondo che quell’uomo magro e occhialuto raffigurava in tutta la sua perigliosa esistenza.

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini

All’inizio dei Settanta, tralasciando la tracotanza del sessantottino emancipato, tutti erano per le costumanze riservate e per la difesa della purezza sessuale dei minori e anche degli adulti. Ma non erano le imposizioni di Santa Romana Chiesa a contare più di altre norme o precetti. A sorreggere il peso del semplice “state buoni se potete” era un nonsoché che aveva un nome e un cognome in codice: abitudine alla moralità. Del resto nel ’74 gli italiani avevano svelato ogni intenzione votando «sì» ad un referendum sul divorzio mal voluto dalla Chiesa, e tanti compatrioti godevano già di molte prelibatezze alla mensa della coeva “rivoluzione sessuale”.

Oggi di quel gusto per il silenzio pudico dell’età dell’innocenza resta poco. Si parla dei rapporti orali fra PPP e Giuseppe Pelosi-“Pino la rana” (il reo confesso dell’omicidio di Ostia, all’epoca diciassettenne, e che in anni vicini ai nostri avrebbe cambiato la versione dei fatti), con navigata coscienza, con la consapevolezza cioè che la tv appena uno-due lustri dopo la morte di Pasolini – ma anche dopo la farsa Clinton-Lewinsky – ci abbia preso per mano (o preso la mano…) conducendo alla fonte battesimale tutte le nostre astuzie sessuali. La tv Pasolini l’additava come nemico principale di quella nicchia (o sotto-nicchia) di classe che era il sano sottoproletariato di borgata, un ambiente che lui stesso descriveva con regole proprie di innocenza, miseria e crudeltà.

È oltremodo singolare però che di codesto nemico della tv restino, nell’ A.D. 2008, dopo i film (meno di venti e non tutti di facile comprensione), solo i suoi “dietro le quinte”, le polemiche politiche e appunto le chiacchierate televisive. Penna fiammeggiante (gliene diamo atto e come), le poesie, i romanzi e i saggi di PPP sono fonte di un dibattito pressoché moribondo, orbo o silenzioso.

Forse per nemesi forse per la consapevolezza teologica di non poter sfuggire ad un orribile destino, forse solo per una delle tante incoerenze del poeta, chissà… sta di fatto che oramai i modi per conoscere PPP da uno sono saliti a due. L’uno è quello tradizionale, attraverso i libri, l’altro apparentemente più di superficie è quello di ascoltarlo in tv, nei dibattiti giornalistici (assente o presente), nelle conversazioni tra amici. Qui viene fuori un Pasolini tutt’altro che in dagherrotipo, un anarchico in movimento, un uomo pieno di generose, a volte stravaganti (perfino rabbiose), contraddizioni fin dentro il cuore e le meningi.

Un Pasolini che non riusciva a non scontrarsi con un potere che detestava a più non posso ma che – allo stesso tempo – prestava il fianco a mille insinuazioni, prima fra tutte quella che alla modernità, allo spirito borghese, alla violenza autoritaria egli stesso non avrebbe mai saputo – o potuto – rinunciare,  finendo come tutti (e come i suoi stessi giovani borgatari) per immiserire il proprio animo o nel tipico lamento della sconfitto o nella facile sortita. E, beffa fra le beffe, dagli scontri con i critici PPP sarebbe venuto fuori piuttosto malconcio.

In questi giorni si è parlato dei rapporti fra Pasolini e il cattolicesimo, prima sul Corriere della sera (12 settembre scorso) poi su Repubblica (30 settembre). Credere o non credere in Dio? È probabile che neanche l’anticlericale PPP, iscritto al Pci nel dopoguerra nonostante il fratello Guido fosse stato massacrato dai partigiani comunisti a Porzus (ma espulso per immoralità), sapesse dare risposta al quesito che ha scortato i Secoli dell’umanità “del libro”.

Pasolini si avvicinò alla religione dei Vangeli come solo lui poteva fare, non svestendo i panni di un originalissimo realismo (decorandolo semmai di poetico irrazionalismo) e in anni nei quali il cattolicesimo profetizzava un ritorno alla sensibilità popolare (gli anni Sessanta): meno autorità e più popolo insomma.

Si avvicinò con la certezza che quella di Cristo fosse la religione dei disperati, dei poveri, dunque la sua e degli uomini e delle donne che amava incorniciare attraverso le lenti della macchina da presa. Come ne Il Vangelo secondo Matteo, il costoso film del ’64 che PPP dedicò a Giovanni XXIII, il papa-buono quello della svolta e del Concilio Vaticano II.

Soltanto un uomo come Gesù poteva aggirarsi con grave sicurezza fra le miserie di un mondo ad un tempo arcaico e moderno, parlando di Dio in luoghi dove la parola di Dio e il Dio della parola parevano non esserci mai passati. Un Cristo nato e vissuto fra le pietre e il nulla di un qualunque Sud del mondo. Un rivoluzionario, un puro nato fra i puri. Questo è il Cristo di PPP, una guida cui chiedere consiglio e non un Dio da pregare o da portare con sé. La miseria non può non essere vissuta come una realtà comune (ecco sì, una realtà). Dell’individuo solo con se stesso e per se stesso restava il nulla.

Ovviamente il Vangelo di Pasolini è un’opera molto più politica che spirituale, seppure del sacro PPP non fosse affatto digiuno. Un’opera proiettata in anni di grandi trasformazioni sociali, gli anni del “tutto è politica” nei quali ognuno protestava a modo proprio. Se il punto di vista è questo, Pasolini il gramsciano è uno dei massimi contestatori del secondo dopoguerra, un «arrabbiato» direbbe padre D. M. Turoldo. Non c’è alcun dubbio.

Ma il suo feeling con chi gli garantiva qualche grammo dell'”orgoglio di esserci”, una visibilità ed una possibilità di rimanere marginale senza rimetterci troppo, resta uno dei punti deboli del poeta petroniano nemico del conformismo.

In fondo, non faccia scandalo, Pasolini era una coscienza critica sì ma di quel piccolo male che era l’Italico centro-sinistra già pronto per il potere comunista. Un potere che difficilmente avrebbe sfidato con veemenza perché qualunque nemico sarebbe stato per lui di gran lunga peggiore dei primi (più in qua delle utopie di PPP c’erano unicamente fascisti, moralisti e democristiani). Almeno in politica Pasolini amava rischiare senza rischiare. E a lui che votava Pci gli amici non sarebbero di certo mancati. Nenni da vivo, Berlinguer da morto (che andò ai suoi funerali), e in parte il gruppo dei Radicali.

Forse nella sua celebre contrarietà al Sessantotto c’è un deficit di coraggio: non stare mai col potere ma non provare ad attaccarlo sempre e con tutte le armi a disposizione. Nel Sessantotto Pasolini giudicò da singoli episodi, non capì che quella poteva essere anche la sua di rivoluzione, una rivoluzione dalla quale si sentiva financo escluso. Si schiererà dalla parte dei “poveri” poliziotti, ma non lo farà quando anni dopo il commissario Calabresi sarà violentemente accusato di aver causato la morte dell’anarchico Pinelli.

Val la pena però dire qualcosa anche sul film-documentario che precedette il Vangelo, quella Rabbia (1963), che doveva annodare le capacità artistiche di Pasolini e di Giovannino Guareschi, e che Pier-Paolo-il-caldo dopo aver accettato a denti stretti disconobbe prima che la stessa venisse ritirata dalle sale. Per PPP il padre di Don Camillo (a sua volta non felicissimo del giro di valzer) era un “fascista” tout court.

In questi giorni il documentario è uscito nelle sale italiane realizzato da Giuseppe Bertolucci. Anzi uscito per modo di dire perché la metà di Guareschi purtroppo s’è perduta per strada. Eppure il Guareschi che tutti conosciamo, cioè l’anarchico-conservatore con pochi grilli per la testa, certe pagine di cronaca italiana sapeva comprenderle bene. Le opere di Giovannino erano al contrario di quelle di PPP molto più spirituali che politiche. Per questo la sua mente era più aperta ad un confronto duro e veritiero.

Guareschi era allenato più ai veri sentimenti e meno alla polemica intellettuale. Il Gesù che lui si era inventato ad esempio parlava ad un monsignore di campagna predicando un comunissimo buonsenso. Giovannino non odiava il potere (semplicemente lo attaccava), e con esso – nei giorni di quiete – ci sarebbe andato volentieri a spasso in bicicletta (come Don Camillo con Peppone). Giovannino sapeva volare basso, Cristo prima di curare il popolo curava la singola anima. Da Lui Guareschi avrebbe imparato l’umiltà, la capacità di soffrire ed il rispetto per gli uomini e le donne. E certamente anche quello per i ragazzini.

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Tratto dal “Secolo d’Italia” del 18 ottobre 2008.

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Marco Iacona, dottore di ricerca in “Pensiero politico e istituzioni nelle società mediterranee”, scrive tra l’altro per il bimestrale “Nuova storia contemporanea”, il quotidiano “Secolo d’Italia”, il trimestrale “La Destra delle libertà” e il semestrale “Letteratura-tradizione”. Per il “Secolo d’Italia” nel 2006 ha pubblicato una storia del Msi in dodici puntate. Ha curato saggi per le Edizioni di Ar e per Controcorrente edizioni. Per Solfanelli ha pubblicato: 1968. Le origini della contestazione globale (2008).

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