Il monologo sanguinario del Dio unico

Dai tempi di Eraclito, polemos è detto “padre di tutte le cose”. Ben prima dei gargarismi isterici dell’ex staffetta partigiana Oriana Fallaci e delle pretenziose analisi dello Spengler delle multinazionali Samuel Huntington, già l’antichità pagana aveva scoperto la guerra come trama del reale e comunque come eventualità sempre possibile. Con una piccola differenza dalle conseguenze enormi: Eraclito e la sua progenie spirituale non conoscevano un Bene ed un Male assoluti. Il punto sta tutto qui. Il polemos eracliteo era la lotta che lascia essere i contendenti e che anzi porta un rischiaramento delle reciproche identità. Una prospettiva dialogica quindi, anche se certamente non nel senso liberaldemocratico del “dialogo” ipocrita ed inconcludente. Se quest’ultima forma di comunicazione ricorda piuttosto la “chiacchiera” heideggeriana in cui si parla di tutto e non si comprende nulla, l’eterna contesa che secondo il sapiente di Efeso regge il mondo risulta al contrario dialogica proprio in quanto porta al reciproco riconoscimento ed al disvelamento del mondo come pluriversum.

Ora, se c’è un principio di cui il nostro mondo fa difetto è esattamente il principio dialogico, per lo meno nel senso cui qui si è accennato. Ponendosi, da tremila anni, il compito di una gigantesca e mostruosa reductio ad unum della realtà da operare con ogni mezzo possibile, l’egualitarismo universalista oggi dominante finisce per chiudersi in un’ottusa prospettiva monologica in cui ogni vera comprensione fra persone, popoli e culture risulta irrimediabilmente preclusa. In varie sue opere, Alain De Benoist ha cercato di chiarire l’origine storica di tale deriva solipsistica, appoggiandosi peraltro su una tradizione che va da Celso a Giuliano imperatore, da Nietzsche a Rougier, da Locchi a Mohler. Nota il pensatore francese in un recente articolo: “Ciò che colpisce, in effetti, allorché si studiano le più antiche religioni d’Europa – le religioni pagane – è precisamente che esse ignorano ogni forma di intolleranza propriamente religiosa. Sono religioni politeiste, alle quali aderiscono dei popoli che non immaginano per un istante di dover rimproverare agli altri popoli i loro sacrifici ad altre divinità. Queste religioni sono estranee al fanatismo. Esse ignorano la persecuzione religiosa, la crociata contro gli “infedeli” o i “miscredenti”, la guerra in nome di Dio”. La stessa tolleranza si ritrova nella maggior parte delle religioni asiatiche: “Nel corso della sua storia, il buddismo non è stato granché missionario. L’induismo tradizionale ignora da par suo il proselitismo. […] Nemmeno i Giapponesi hanno mai cercato di esportare lo shintoismo, non più di quanto gli Ateniesi abbiano cercato di imporre a Sparta il culto di Atena. L’intolleranza religiosa, generatrice di guerre condotte in nome della fede, di fatto non appare nella storia dell’umanità che in un contesto ben preciso: con la nascita del monoteismo” (Alain De Benoist, Intolerance et Religion, http://www.alaindebenoist.com/2011/01/24/intolerance-et-religion/).

[amazon_link asins=’8861480853′ template=’ProductAd’ store=’sitocslr-21′ marketplace=’IT’ link_id=’fb7c8b09-a286-11e7-acdc-8179e370b902′]Ora, il problema del monoteismo biblico – lo stesso De Benoist lo faceva notare già in Come si può essere pagani? – non è tanto relativo al numero delle divinità (la stessa antichità classica conobbe l’esperienza dell’unicità del divino), quanto piuttosto al modo di concepirle. “Totalmente Altro” rispetto al mondo, il Dio della Bibbia guarda alla realtà umana da una distanza incolmabile ed assoluta in cui ogni differenza del “qui ed ora” svanisce al cospetto dell’altrove divino. Il Dio non è più inserito nel gioco del divenire che muove il mondo, non esprime l’autocoscienza di un popolo, non è più un “sì” alla vita in cui uomini e civiltà vedono rispecchiarsi la propria grandezza storica. È la notte monoteista in cui tutte le vacche sono nere. In essa svapora ogni differenza; d’ora in poi vigerà una morale, una verità, un solo ed unico modo di stare al mondo.

Eppure la realtà è sempre irriducibile ai riduzionismi fanatici: non basta proclamare l’uguaglianza per far sì che gli uomini, le culture, le religioni, le razze, i modi di vita, le istituzioni ed i pensieri siano uguali. Quindi? Quindi dall’ontologia si passa alla morale e dalla morale si passa poi all’azione: se il mondo non è come dovrebbe essere sarà l’azione dei Buoni e dei Giusti a purificarlo. Nota Giovanni Damiano: “Nell’Antico Testamento la guerra ha un significato radicalmente differente” rispetto alla interpretazione che di tale fenomeno davano i pagani, “essendo guerra santa, voluta direttamente da Dio e mirante all’annientamento totale dei suoi nemici […]. Si tratta, insomma, di una guerra “teologica”, non sottoposta a vincoli di carattere giuridico o morale e tesa esclusivamente ad adempiere il disegno divino. Questa dottrina ebraica della guerra santa influenzò, naturaliter, sia il cristianesimo che l’islamismo, tanto da poter definire la guerra santa come specificatamente monoteista” (Guerre sante e guerre giuste. Per una critica della guerra monoteista, in ‘Margini’ n° 52, Ottobre 2005). Una guerra santa, aggiungiamo, tanto più feroce e spietata quanto più ispirata ad ideali irenistici e kantianeggianti. Con il loro messaggio d’amore e le loro allucinate profezie messianiche, infatti, i deliri universalistici ed egualitari contribuiscono in modo decisivo a rendere la guerra disumana. In effetti, è solo considerando quest’ultima un’esperienza ineliminabile da ogni realtà umana che è possibile normarla e normalizzarla. Se, al contrario, ogni guerra viene combattuta come se fosse una “guerra alla guerra”, l’ultimo sforzo per poi poter godersi la pace perpetua, va da sé che l’accanimento contro il nemico conterrà una ferocia senza pari. Se sappiamo di dover correre per tutta la vita cerchiamo la nostra giusta andatura; se invece ci vien detto che dopo la prossima curva c’è il riposo ed il ristoro eterno, beh, in quel caso spingiamo sulle gambe come non mai. A ciò si aggiunga lo spirito di crociata, la certezza di possedere la verità rivelata ed una demonizzazione ossessiva del nemico ed il gioco è fatto.

E’ nell’universo mentale appena delineato che nasce e prospera la teoria dello scontro di civiltà, voluto dai fanatici di ogni colore e fomentato da loschi figuri come quelli citati in apertura (mi riferisco all’inacidita scrittrice fiorentino-newyorkese ed al professore del CFR pagato un tanto a fanfaronata). Scontro di civiltà che, nell’odierna fase attendista nei confronti del gigante cinese, vede fronteggiarsi, armi e libri santi a portata di mano, gli USA e la fantomatica Al Qaeda, sbrigativamente considerata rappresentante ufficiale dell’intero universo musulmano e/o arabo. L’Europa, possibile ago della bilancia e portatrice di una terzietà equilibratrice, brilla per la sua assenza. Va da sé che anche il più sprovveduto spettatore del sanguinario teatro politico-bellico internazionale può ormai riconoscere i fin troppi elementi che non quadrano nelle versioni ufficiali, a partire da quel Bin Laden che, ammesso che esista, ha nella propria agendina almeno un paio di numeri col prefisso di Langley. Sono osservazioni che ormai non dovrebbero risultare sconvolgenti per nessuno, tanto se ne è parlato e non solo in ambienti “antagonisti”. Non vi insisteremo ulteriormente, quindi.

È in effetti un altro livello quello che qui ci interessa, quello per cui lo “scontro di civiltà” finisce per rappresentare lo schermo attraverso il quale cominciamo ad interpretare la realtà. Tutto ciò è possibile in virtù del dominio assoluto di quella che i situazionisti chiamavano “società dello spettacolo”. Lo spettacolo, dice Guy Debord, non è nient’altro che “l’impoverimento, l’asservimento e la negazione della vita reale” ([amazon_link asins=’8845701832′ template=’ProductLink’ store=’sitocslr-21′ marketplace=’IT’ link_id=’0f19d86f-a2bd-11e7-9a34-fb420682ff3a’], Baldini & Castoldi, Milano 2001). Non si crede che a ciò che si vede. Ciò che è visto soppianta ciò che è vissuto. La visione spettacolarizzata diviene la sola possibilità di esistenza degli enti. Per dirla con Baudrillard, siamo come mosche di fronte ad un vetro: sbattiamo la testa per raggiungere una realtà che non afferriamo senza capire chi e cosa si frapponga tra noi ed essa (Cfr. Jean Baudrillard, L’uomo è una mosca prigioniera del virtuale, in L’Unità, 28/7/01). In questo modo, però, la nostra capacità di comprensione e di comunicazione ne esce irrimediabilmente compromessa. Accade quindi che al livello informativo, quello per il quale ogni sera ci mettiamo in ascolto della “verità” dei TG, lo spettacolo agisce deformando totalmente la nostra percezione del mondo. “Tutto ciò che sai è falso”, ha scritto di recente qualcuno, ed è difficile dissentire. Noi oggi non siamo più in grado di comprendere ciò che ci accade intorno senza fare ricorso alle risposte preconfezionate o a paradigmi semplicistici somministratici ad arte. Lo schema morale dei “buoni” e dei “cattivi” è stato ormai inserito a forza tra le nostre strutture mentali implicite, e la nostra “libertà di pensiero” consiste semplicemente nell’assegnare ogni comparsa allo schieramento cui è destinata ad appartenere. I tasselli del puzzle ce li dà la TV e l’incastro è necessariamente quello stabilito, ma in fin dei conti quando mettiamo insieme i pezzi nessuno ci punta la pistola alla nuca: a qualcuno tanto basta per autodefinirsi “libero”. La moltiplicazione dei canali informativi finisce quindi per coincidere con la totale assenza di reale informazione.

Se tutto ciò è vero, lo “scontro di civiltà” finisce per l’apparirci come il tentativo spettacolare di sviarci dalla “buona battaglia” (la battaglia, cioè, per cui ne va veramente della nostra sovranità, indipendenza e libertà), tentativo totalmente eterodiretto dalle oligarchie transnazionali espressione dell’asse Washington-Londra-Tel Aviv. Il che è tanto più pericoloso per un ambiente umano particolarmente sensibile a richiami “identitari” (come quello cui presumibilmente si rivolge tale rivista), e quindi sempre tentato di abboccare all’amo gettato dai vari Pera, Ratzinger, Huntington e Fallaci, che pur da cosmopoliti giocano ora a farsi cantori delle identità forti. Giova quindi ricordare che se certamente popoli, culture e religioni hanno continuamente combattuto fra loro nel corso della storia, la situazione attuale ha visto tuttavia nascere per la prima volta un comune nemico di tutti costoro messi insieme, ovvero il Mondialismo anglo-sion-americano. Eccolo, il vero ed unico “scontro di civiltà”. È questo l’unico conflitto che conta. Di fronte a “L’Altro” rispetto ad ogni popolo, il conflitto con “un altro” popolo risulta sempre secondario.

Il confronto (o anche lo scontro) con l’altro, anzi, già di per sé dà voce alla pluralità del mondo. Ed è qui che riemerge prepotentemente il polemos di Eraclito ed il pensiero di Alain De Benoist. Proprio a partire dalle riflessioni di quest’ultimo, Evelina Marolla ha potuto parlare del “rispecchiamento guerriero” come forma di confronto/scontro che lascia essere le differenze, delineando inoltre una concezione dell’essere come “tessuto vivo di opposizioni e articolazioni che si snodano, si manifestano, configgono e si incontrano […] nel fuoco sempre ardente di un polemos originario e continuo, vera linfa vitale del mondo, che appunto mette in relazione anche (e proprio, forse) in quanto mette in opposizione. Permettendo esso stesso anche, e precipuamente, nel configgere un peculiare, onorevole, plurale riconoscimento dell’altro come colui che ti sta di fronte in quanto parte anch’egli del molteplice gioco dell’essere. […] L’altro viene riconosciuto dunque, onorato come tale (come altro volto e parte di una realtà naturalmente plurale) e non demonizzato (cioè escluso dal riconoscimento, ricacciato nell’ombra dell’indegnità ad essere) proprio quando ti è di fronte in questa guerra eraclitea: onorato e ri-conosciuto, a differenza dell’esclusione-tabuizzazione monoteistica, anche quando ti è nemico” (Su Alain De Benoist, in ‘Orion’ n° 238, luglio 2004). Di fronte al soliloquio criminale di ogni fanatismo, ma anche oltre ogni illusione irenistica di affratellamento universale, l’unica via sembra ancora e sempre quella impervia ma fruttuosa del gioco eterno di identità e differenza. Polemos, in fondo, è ancora il padre di tutte le cose.

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Adriano Scianca, nato nel 1980 a Orvieto (TR), è laureato in filosofia presso l'Università La Sapienza di Roma. Si occupa di attualità culturale, dinamiche sociologiche e pensiero postmoderno in varie testate web o cartacee. Cura una rubrica settimanale sul quotidiano Il Secolo d’Italia. Ha recentemente curato presso Settimo Sigillo il libro-intervista a Stefano Vaj intitolato Dove va la biopolitica?. Scrive o ha scritto articoli per riviste come Charta Minuta, Divenire, Orion, Letteratura-Tradizione, Eurasia, Italicum, Margini, Occidentale, L'Officina. Suoi articoli sono stati tradotti in spagnolo e pubblicati su riviste come Tierra y Pueblo e Disidencias. E’ redattore della rivista web Il Fondo, diretta da Miro Renzaglia.

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