Una tragedia di Mircea Eliade

Mercoledì 12 febbraio 1941, nella sala “Comedia” del Teatro Nazionale di Bucarest (diretto all’epoca dal romanziere Liviu Rebreanu) andava in scena la prima di Iphigenia, dramma in tre atti e cinque quadri che Eliade aveva scritto alla fine dell’autunno 1939. L’opera fu diretta dal regista Ion Sahighian e musicata da N. Buicliu; la parte della protagonista venne affidata ad Aura Buzescu. Tra febbraio e marzo, si ebbero dieci rappresentazioni, alle quali Eliade non poté esser presente, perché si trovava all’estero da diversi mesi. Le notizie che pervennero all’autore circa il successo del dramma non furono esaltanti: “Mi si disse – scrive Eliade nelle sue Memorie – che mancavo di ‘vigore drammatico’, il che probabilmente è vero. Se Iphigenia ha qualche merito, bisogna cercarlo altrove” (1).

Il testo dattiloscritto del dramma, custodito alla Biblioteca del Teatro Nazionale, fu pubblicato da Mircea Handoca nel 1974 (2); ma già nel 1951 era uscita in Argentina, a cura di un gruppo di esuli romeni, un’edizione ciclostilata del testo, cui Eliade aveva apportato lievi modifiche formali (3). L’edizione argentina recava una dedica “alla memoria di Haig Acterian e Mihail Sebastian” e conteneva una prefazione dell’Autore, nella quale si legge: “Pubblico con gioia, ma anche con una stretta al cuore, quest’opera giovanile, che piaceva tanto, quando fu scritta, ai miei amici Haig Acterian, Mihail Sebastian, Constantin Noica ed Emil Cioran. Due degli amici migliori – Acterian e Mihail Sebastian – non sono più tra noi. Dedico loro questo testo, che tutti insieme abbiamo amato nel crepuscolo della nostra giovinezza”.

Mihail Sebastian non si era recato alla prima di Iphigenia. “Avrei avuto l’impressione di assistere a una riunione di cuib” (4), scrive nel suo Diario il drammaturgo ebreo. Questo sospetto gli viene confermato da una telefonata di Nina Mares, la moglie di Eliade, la quale gli dice che l’opera ha avuto un grande successo e che proprio per questo teme che possa essere vietata dalle autorità. Da una ventina di giorni, infatti, il generale Antonescu ha instaurato la dittatura militare e sta cercando di liquidare il Movimento Legionario. Mihail Sebastian si reca dunque ad assistere a una successiva rappresentazione del dramma, ed annota: “Grande insuccesso, uno dei più grandi insuccessi del Nazionale!” Ma aggiunge anche: “Sembrava molto più interessante di quanto, per quel che ricordo, non mi era sembrata quando l’avevo letta. In compenso, lo spettacolo è grossolano, privo di stile, privo di nobiltà” (5).

Mircea Eliade, L'isola di Euthanasius. Scritti letterari In quegli stessi giorni, Petru Comarnescu (1905-1970) affidava anche lui alle pagine del proprio Diario una annotazione sul lavoro teatrale di Eliade; ma il giudizio di Comarnescu risulta alquanto diverso da quello di Sebastian. “Ifigenia di Mircea Eliade, – scrive – rappresentata al Teatro Commedia (il Nazionale è in restauro in seguito al terremoto), è molto debitrice ad Euripide e Racine, a parte il sogno di Ifigenia e la sua posizione, con cui Eliade vuole ricordare Codreanu. Montaggio grandioso, interpretazione di bravi attori, come Aura Buzescu (Ifigenia) e Mihai Popescu (Achille). Hanno stili diversi di recitazione. Aura Buzescu è statica e lirica, Mihai è irruente, impetuoso, esplosivo, esteriore” (6).

Norman Manea, un autore che a detta del suo contribule Heinrich Böll “più di ogni altro [più di Kafka, Musil e Schulz] merita di essere conosciuto in tutto il mondo” (7), scriverà mezzo secolo dopo: “Nel 1982, anno nero per via della dittatura di destra e comunista [sic: droitière communiste] di Ceausescu, assistetti a una rappresentazione dell’opera di Eliade Iphigenia al teatro nazionale di Bucarest. L’opera era stata rappresentata per la prima volta nel 1941, un altro anno nero, e poi pubblicata in romeno nel 1951 sulla stampa di destra argentina, il cui proprietario era un romeno espatriato [sic] (8). E’ innegabile che nel 1941 le tensioni fuori dal teatro, lo stato d’animo degli spettatori, le loro paure, il loro disgusto, la loro prostrazione e la loro disperazione erano in sintonia con il lavoro teatrale, in un malessere estremo, in una specie di esaltazione della morte ‘sublime’ per una ‘causa’ gloriosa” (9).

Mircea Eliade, Il mito dell'alchimia seguito da L'alchimia asiatica Nemmeno a Eugen Weber è sfuggito il rapporto che intercorre tra lo spirito legionario e il tema centrale dell’Ifigenia eliadiana. “In alcune osservazioni introduttive alla sua commedia [sic] Iphigenia (Valle Hermoso 1951), – scrive Weber – il professor Mircea Eliade spiega come jertfa, il sacrificio, sia una concezione arcaica che egli ha già discussa in un’opera del tempo di guerra, Commenti alla leggenda di Mastro Manole (Bucarest 1943). Ifigenia dona la vita per aprire la strada ad un esercito; Manole, il mastro costruttore di una vecchia leggenda romena, sacrifica la sua sposa perché la chiesa che costruisce possa rimanere salda. Il sacrificio umano portato a compimento per far sì che qualcosa come una costruzione duri o resista è equivalente al trasferimento mistico dell’anima dal corpo mortale in una nuova costruzione: non solo è data un’anima alla costruzione, ma la vittima è rivestita con un nuovo corpo, glorioso e più durevole. Per Manole, questo corpo sarà il monastero che egli costruisce. Per Ifigenia, sarà la guerra di suo padre Agamennone e la vittoria contro l’Asia e Troia” (10). Ma tra i fratelli spirituali dell’Ifigenia di Eliade non c’è soltanto Mastro Manole: c’è anche il pastorello della ballata popolare di Mioria [L’agnellina]. Lo fa opportunamente notare Mircea Handoca, il quale osserva che “la visione d’insieme, le valenze e i significati che lo scrittore attribuisce al mito [si collocano] in uno spazio spirituale mioritico” (11) e attrae l’attenzione su queste parole di Ifigenia: “… Come cadono gli astri al mio sposalizio! E il murmure dell’acque, e lo stormir degli abeti, e il gemito della solitudine: tutto è così come l’ho conosciuto…” In effetti, il tema della morte come sposalizio è dominante nelle ultime parole di Ifigenia: “Ricordati, – dice l’eroina eliadiana ad Agamennone – è sera di nozze. Adesso, da un momento all’altro, sarò sposa… Perché tutti hanno fatto silenzio e non si odono più i canti sonori delle vergini? […] Ma perché non si sentono i canti nuziali? Perché i convitati non intreccian ghirlande di splendidi fiori, e la sposa è rimasta con l’abito triste del giorno? […] Portatemi il velo di sposa!” Sono parole essenzialmente analoghe a quelle del pastorello di Mioria: “Di’ loro soltanto – che mi son sposato – con una bella regina, – la sposa del mondo; – che al mio sposalizio – caduta è una stella”. Studiando la ballata della Pecorella veggente, Eliade dirà che “la morte assimilata a un matrimonio è [un motivo folclorico] arcaico e affonda le sue radici nella preistoria” (12). Ma questo motivo d’origine preistorica diventa un elemento importante della spiritualità legionaria: “La morte, solo la morte legionaria – è per noi lo sposalizio più caro tra tutti”, dice l’inno del Movimento, scritto dal poeta Radu Gyr. E un altro poeta legionario, Dumitru Leontieç, riprenderà il medesimo motivo in Mioria legionara [L’agnellina legionaria]: “di’ a mia madre – […] che passeggio per le nubi – con i Nicadori – e con i Decemviri, – ché anche loro sono sposi […]” (13).

Pietro Angelini, L'uomo sul tetto. Mircea Eliade e la «storia delle religioni» “Due possenti motivi di mistica della morte – leggiamo in un saggio di Z. Barbu – accendevano l’animo dei legionari. Uno è quello indigeno tradizionale che costituisce il tema centrale di una delle più note ballate romene, Mioria, dove l’eroe in pericolo di morte riesce a vincere la paura paragonando la morte a un matrimonio in cui egli stesso è lo sposo e sua sposa è la natura. Si è detto spesso che questo era l’atteggiamento ‘tipico’ dei rumeni verso la morte. Ancora più forte è l’altro motivo, la resurrezione e la vittoria che si conquistano attraverso la morte secondo la mitologia cristiana” (14). Al riduzionismo implicito nel richiamo alla “mitologia cristiana” vi sarebbe da obiettare; comunque, qui importa notare come anche questo secondo motivo, la conquista della vittoria attraverso la morte, sia chiaramente attestato in Iphigenia. L’eroina non sarà sacrificata come la moglie di Mastro Manole, murata viva nel muro dell’edificio. “La mia anima – dice nell’imminenza del sacrificio – non rimarrà chiusa entro le mura di un palazzo, come in un corpo di pietra. La mia anima non farà durare nessuna costruzione innalzata da mano d’uomo”. La vita postuma e la vittoria di Ifigenia si realizzeranno in un evento assai più grandioso. Alla vista delle fiamme del rogo che brucerà il suo corpo, essa pronuncia queste parole: “Guardate! Il mio sepolcro non sarà nella terra! L’anima di Ifigenia farà sì che trionfi e duri qualcosa di molto maggior valore, di un altro mondo! L’anima di Ifigenia darà vita a una grande guerra, a un sogno lontano! Là mi troverete sempre, nelle vostre azioni eroiche, nel vostro sogno più prezioso, Troia”. Col suo sacrificio, spiega Eliade stesso, “Ifigenia sopravvive in quel ‘corpo mistico’ che era il sogno di Agamennone: la guerra contro l’Asia, la conquista di Troia” (15).

Gianfranco Bertagni, Lo studio comparato delle religioni. Mircea Eliade e la scuola italiana Eugen Weber, come si è visto più sopra, cita i Commenti alla leggenda di Mastro Manole nell’edizione del 1943 (16); ma già nell’anno accademico 1936-’37, come supplente del prof. Nae Ionescu, Eliade aveva tenuto un corso sulla leggenda, ponendone in luce la “valorizzazione della morte rituale, l’unica morte creativa” (17). E di questo “mito centrale della spiritualità del popolo romeno” (18) egli aveva visto una nuova manifestazione nella morte sacrificale di Moa e Marin. “La morte volontaria di Ion Moa e Vasile Marin – scriveva infatti Eliade – ha un significato mistico: sacrificio per la cristianità […] Ion Moa, il crociato ortodosso, partì coraggiosamente, con la pace nel cuore, per sacrificarsi per la vittoria del Salvatore” (19). Data questa sua indiscutibile conformità con l’ideale legionario del sacrificio generatore di vittoria, possiamo dire che la versione eliadiana della storia di Ifigenia costituisca un uso strumentale del mito greco? O, per dirla con Furio Jesi, una “tecnicizzazione del mito”, cioè una di quelle “pseudoepifanie del mito provocate deliberatamente in vista di determinati interessi”, che Károly Kerényi distingue nettamente dalle “epifanie genuine del mito, assolutamente spontanee e disinteressate” (20)? Nemmeno Jesi, nemico giurato di Eliade e della Guardia di Ferro, lo avrebbe potuto sostenere in perfetta coerenza con se stesso, poiché fu proprio lui a contrapporre le “trovate” del fascismo italiano ai rituali legionari, “rituali nel vero senso della parola” (21). D’altra parte, Eliade fa quello che secondo il punto di vista di Jesi non è possibile: vale a dire, riattualizza il mito. E ciò, nel senso definito da queste parole di Handoca: “Si potrebbe addirittura parlare di un’autoctonizzazione dell’antica leggenda, assunta dall’autore romeno nei suoi valori originari, e non modernizzata. Mircea Eliade ritorna alle fonti del mito, ad archetipi che si sono successivamente manifestati in una varietà di espressioni artistiche” (22). Per rendersi conto di ciò, sarà sufficiente notare come la dottrina del sacrificio generatore di vittoria sia chiaramente attestata nella tragedia di Euripide. “Io – dice l’Ifigenia euripidea – vengo a dare ai Greci una salvezza apportatrice di vittoria. Portatemi via, io sono l’espugnatrice della città di Ilio e dei Frigi” (23). Non è dunque senza una qualche ragione che François Jouan ha equiparato alla “deuotio” (24) dei Romani il sacrificio dell’Ifigenia euripidea. Devotio, come è noto, era nella religione romana quella particolare forma di votum per cui il comandante immolava se stesso al fine di conseguire la vittoria in battaglia. “Forza e vittoria” (vim victoriamque) chiede agli dèi il console Decio Mure, al contempo offerente e vittima sacrificale (25). Questa concezione dell’autosacrificio che sprigiona forza e produce vittoria riecheggia in Racine, il quale fa dire alla sua Ifigenia: “La sentenza del destino vuole che la vostra felicità sia frutto della mia morte. Pensate, signore, pensate alle mèssi di gloria che la Vittoria offre alle vostre mani valorose. Quel campo glorioso, al quale voi tutti aspirate, se il mio sangue non lo innaffia, è sterile per voi. […] Già Priamo impallidisce; già Troia in allarme paventa il mio rogo” (26).

Julien Ries - Natale Spineto (cur.), Esploratori del pensiero umano. Georges Dumézil e Mircea Eliade Ma tra tutte le espressioni artistiche ispirate dal mito, quella che in modo più fedele ed efficace lo riattualizza è certamente l’Iphigenia di Eliade. E non poteva non essere così, perché l’autore romeno fu testimone della devotio di una generazione intera, respirò un’atmosfera satura di spirito sacrificale e raccolse personalmente dichiarazioni che manifestavano una disposizione spirituale “ifigeniaca”. Si rileggano alcuni brani delle sue Memorie: “Codreanu credeva alla necessità del sacrificio, pensava che ogni nuova persecuzione avrebbe solo potuto purificare e rafforzare il Movimento […] Senza dubbio Codreanu è morto, come tanti altri legionari, convinto che il suo sacrificio avrebbe affrettato la vittoria del Movimento. […] Puiu Gârcineanu mi ripeteva […] che lo scopo supremo del Movimento non era neanche più la redenzione individuale mediante un eventuale martirio, ma ‘la resurrezione della nazione’ realizzata grazie a una ‘saturazione di torture e di sacrifici cruenti’. La sola smentita massiccia che sia stata data al famoso luogo comune circa la non religiosità del popolo romeno (l’unico popolo cristiano che non ha dei santi, ci veniva continuamente ricordato) è provenuta dal comportamento di alcune migliaia di Romeni nel 1938-1939, nelle prigioni e nei campi di concentramento, perseguitati o liberi che fossero” (27).

Fu questo, dunque, lo scenario della riattualizzazione del mito di Ifigenia. Ma, se tale mito conobbe tra il 1939 e il 1941 una “epifania genuina e spontanea”, quale fu il ruolo specifico di Eliade? La risposta ci viene discretamente suggerita dall’autore stesso, che il 16 marzo 1974 scrive nel Diario: “Strana coincidenza: ho ricevuto Iphigenia [ed. “Manuscriptum”] mentre scrivevo una novella i cui personaggi sono giovani attori che stanno ripetendo un dramma intitolato Incognito la Buchenwald, un dramma enigmatico, di cui il lettore distingue a fatica l’argomento e il genere; ma, agli occhi dei personaggi e soprattutto di Ieronim Thanase (il direttore di scena della mia novella Uniforme de general), mirava soprattutto alla trasformazione magico-spirituale di tutto l’uditorio” (28).

Mircea Eliade, Diario d'India Incognito la Buchenwald [Incognito a Buchenwald] e Uniforme de general [Uniformi di generale] rappresentano una fase particolare della narrativa eliadiana: quella in cui lo spettacolo teatrale viene visto come una forma di rivelazione e di esercizio spirituale. Questo tema si ritrova anche nella novella Adio [Addio], che secondo Nicolae Steinhardt “è un’elegia legionaria” (29), nonché nel romanzo Nou[sprezece trandafiri [Diciannove rose], nel quale abbiamo creduto di scoprire accenni criptici all’esperienza legionaria dell’autore (30). Quanto a Ieronim Thanase, il personaggio delle due novelle citate da Eliade nel brano di Diario riportato più sopra, egli riapparirà in Nou[sprezece trandafiri, con certe caratteristiche (paralizzato, circondato da giovani discepoli) che ne fanno una sorta di… Julius Evola in versione romanzesca, più o meno come il “dottor J.E.” di Secretul doctorului Honigberger [Il segreto del dottor Honigberger]. Eliade, dunque, dice che Ieronim Thanase mira alla “trasformazione magico-spirituale” dell’uditorio; in altre parole, vuole riportare il teatro tragico alla sua funzione catartica. Partito da posizioni idealiste ma assertore della necessità di andare al di là dell’idealismo, Thanase insegna che ciascun evento storico non va solo capito e giustificato, ma va soprattutto inteso come un segno e deve perciò essere decifrato, “giacché ogni evento, ogni vicenda quotidiana comporta un significato simbolico, illustra un simbolismo primordiale, metastorico, universale…” (31).

E’ evidente che nel personaggio Ieronim Thanase non c’è soltanto Julius Evola, ma c’è lo stesso Mircea Eliade, l’ “evoliano” Eliade degli anni trenta, sicché quanto vien detto circa l’azione spirituale che Thanase vuole esercitare sul pubblico vale anche per l’autore di Iphigenia. L’azione “magico-spirituale” di quest’ultimo si svolge secondo il paradigma della grande tradizione tragica, perché, “suscitando pietà e paura, opera la purificazione [katharsis] di tali sentimenti” (32). Ma in tal modo la stessa funzione catartica assegnata alla tragedia viene a inserirsi nella strategia spirituale legionaria: quella che Corneliu Codreanu indicò più d’una volta ricorrendo a termini e a immagini corrispondenti ad una vera e propria “grande guerra santa”.

Note

1. M. Eliade, Mémoire II 1937-1960. Les moissons du solstice, Gallimard, Paris 1988, p.58.
2. M. Eliade, Ifigenia, in “Manuscriptum” (Bucarest), a. V, n. 1 (1974). Con una breve presentazione di M. Handoca, Mitul jertfei creatoare [Il mito del sacrificio creatore]. Pagine non numerate. La grafia Ifigenia è soltanto nel titolo; nel testo si trova regolarmente la forma Iphigenia. – “Il 13 marzo, ho ricevuto la rivista Manuscriptum, nella quale Mircea Handoca ha pubblicato Iphigenia, un lavoro teatrale scritto nel 1939, l’unico mio lavoro teatrale che sia stato rappresentato (al Teatro nazionale di Bucarest nell’inverno 1941). Ma io non lo vidi mai, perché nell’aprile 1940 ero stato nominato addetto culturale presso la nostra legazione di Londra” (M. Eliade, Fragments d’un journal II. 1970-1978, Gallimard, Paris 1981, p. 177).
3. M. Eliade, Iphigenia, Cartea Pribegiei, Valle Hermoso 1951. Le nostre traduzioni dei brani della tragedia sono state eseguite sul testo di questa edizione.
4. Cuib, “nido”, è la “cellula” dell’organizzazione legionaria.
5. M. Sebastian, Jurnal (inedito), cit. in: C. Ungureanu, Mircea Eliade si literatura exilului [Mircea Eliade e la letteratura dell’esilio], Viitorul Românesc, Bucuresti 1995, p. 140.
6. P. Comarnescu, Romanul generaiei mele [Il romanzo della mia generazione], in România si Europa. Studii si articole selectionate si coordonate de J.C. Dr[gan [La Romania e l’Europa. Studi ed articoli selezionati e coordinati da J.C. Dr[gan], “Revista Fundaiei Dragan” (Roma), n. 10, maggio 1993, p. 459.
7. Il singolare apprezzamento per l’ingegnere ebreo emigrato dalla Bucovina a New York è riportato su un risguardo di Un paradiso forzato di N. Manea, Feltrinelli, Milano 1984.
8. Si tratta, ovviamente, di un’allucinazione di Manea. In realtà, l’edizione argentina di Iphigenia fu “scritta a macchina e stampata da Grigore Manoilescu, con l’aiuto di Andrei Coman”, come si legge nel colophon del fascicolo ciclostilato. Quanto ai potenti mezzi economici dell’editore, lo stesso Mircea Eliade scriveva sul periodico “Românul” nel dicembre 1951: “Talvolta arrivano degli operai dall’anima angelica e donano i loro averi affinché si possano stampare i versi e le prose dei nostri sognatori o dei nostri veglianti; è il caso di quell’operaio che sta in Argentina, Ion M[rii, il quale ha donato all’editore di Cartea Pribegiei tutto quello che aveva risparmiato in un anno e mezzo di lavoro (Ion M[rii, primo membro d’onore della Società degli Scrittori Romeni, quando ritorneremo a casa…)”.
9. N. Manea, Mircea Eliade et la Garde de Fer, in “Les Temps Modernes”, n. 549, aprile 1992, p. 113. Preferiamo tradurre dal testo francese, perché la versione apparsa su “Linea d’ombra”, n. 93, maggio 1994 (Felix culpa. Mircea Eliade, il fascismo e le infelici sorti della Romania) è alquanto inesatta. Su questo articolo di Manea, cfr. Ph. Baillet, Prefazione a: C. Mutti, Le penne dell’Arcangelo, Barbarossa, Milano 1994, p. 6.
10. E. Weber, Romania, in: H. Rogger e E. Weber, The European Right. A Historical Profile, Berkeley and Los Angeles, The University of California Press, 1965, pp. 524-525. Cfr. M. Eliade, Commenti alla leggenda di Mastro Manole, in I riti del costruire, Jaca Book, Milano 1990, p. 90. “Il riferimento dello storico americano cercava di spiegare, con la persistenza di un nucleo ancor vivo di tradizioni popolari, quell’ansia di autosacrificio che guidò il Movimento nel primo periodo della sua esistenza fino all’instaurazione della dittatura di re Carol II (1938)” (R. Scagno, Libertà e terrore della storia. Genesi e significato dell’antistoricismo di Mircea Eliade, Print centro copyrid, Torino 1982, p. 20). Ci si consenta di osservare che Iphigenia fu scritta nel dicembre 1939 e rappresentata nel 1941, sicché non dovette proprio essersi estinta nel 1938 quell’ “ansia di autosacrificio” che Roberto Scagno correttamente indica come caratteristica del Movimento legionario.
11. M. Handoca, Mitul jertfei creatoare, cit.
12. M. Eliade, La pecorella veggente, in Da Zalmoxis a Gengis-Khan, Ubaldini, Roma 1975, p. 208.
13. D. Leontieç, Prin mlaçtini çi furtuni [Attraverso paludi e tempeste], Dacia, Rio de Janeiro 1969, p. 84.
14. Z. Barbu, Romania, in: AA. VV., Il fascismo in Europa, a cura di S.J. Woolf, Laterza, Bari 1968, p. 183.
15. M. Eliade, Iphigenia, cit., p.11.
16. M. Eliade, Comentarii la legenda Meçterului Manole, Bucuresti 1943; nuova ed. in Meçterul Manole, Iasi 1992. Ed. it. in I riti del costruire, cit.
17. M. Eliade, I riti del costruire, cit., p.5.
18. Ibidem.
19. M. Eliade, Ion Moa çi Vasile Marin [Ion Moa e Vasile Marin], “Vremea”, 472, 24 gennaio 1937.
20. F. Jesi, Mito, Isedi, Milano 1973, p. 107.
21. F. Jesi, Cultura di destra, Garzanti, Milano 1979, p. 32.
22. M. Handoca, Mitul jertfei creatoare, cit.
23. “soterìan Hellesi dosous’ erchomai nikeforon”. )/Agete me tan Iliou kai Frugon heleptolin” (Iphig. Aulid., 1473-1476).
24. F. Jouan, Notes complémentaires, in: Euripide, Iphigénie à Aulis, Les Belles Lettres, Paris 1983, p. 152.
25. T. Livio, Ab Urbe condita, VIII, 9.
26. “Et les arrêts du sort – Veulent que ce bonheur soit un fruit de ma mort. – Songez, Seigneur, songez à ces moissons de gloire – Qu’à vos vaillantes mains présente la Victoire. – Ce champ si glorieux, où vous aspirez tous, – Si mon sang ne l’arrose, est stérile pour vous. […] Déjà Priam pâlit. Déjà Troie en alarmes – Redoute mon bûcher” (Iphigénie, 1535-1540, 1549-1550).
27. M. Eliade, Mémoire II 1937-1960. Les moissons du solstice, cit., pp. 35-40.
28. M. Eliade, Fragments d’un journal II. 1970-1978, cit., ibidem.
29. N. Steinhardt, Jurnalul fericirii [Il diario della felicità], Dacia, Cluj 1994, p. 368.
30. C. Mutti, Mircea Eliade e la Guardia di Ferro, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1989, pp. 47-55.
31. M. Eliade, Diciannove rose, Jaca Book, Milano 1987, p. 83.
32. Arist., Poeth. 1449 b.

2 Responses

  1. C. Mutti
    | Rispondi

    NOVITA' EDITORIALE

    La tragedia "Ifigenia" di Mircea Eliade è appena stata pubblicata dalle Edizioni all'insegna del Veltro.

  2. neculoiu ioan
    | Rispondi

    Y wont to find one book named Ora 25 published in 1951 in Argentina ,Editura Cartea pribegiei writed by Constantin Virgil Gheorghiu.My e mail adress is ioaniada98@yahoo.com .Thank you

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