Il Messico eterno di don Juan

Stati Uniti, 1960. Il rock imperversa e i primi hippy mettono “fiori” nei loro cannoni. L’America classica, quella dei protestanti bianchi anglosassoni, è al culmine della sua potenza storica. In virtù della schiacciante superiorità industriale questa America ha vinto due guerre mondiali e la musa cinematografica di Hollywood non cessa di cantarne le glorie. L’“altra America”, quella dei nativi americani che all’arrivo dei Padri Pellegrini popolavano il continente da costa a costa, quella degli ispanici cattolici, devoti prima e poi ribelli ai Re Cristianissimi di Madrid, rimane in ombra. Mentre gli afro-americani cominciano a rivendicare la loro pari dignità al cospetto degli antichi padroni, gli ispanici ancora tendono in quell’inizio di anni Sessanta a camuffarsi, a confondersi con i loro vincitori.

Ricardo Valenzuela, ragazzo di Los Angeles con il talento per il rock, si fa chiamare Ricky Valens e il suo ritmo scatenante “Para balar la Bamba” agita le teen agers americane appunto in virtù di un abile camuffamento di ritmi “latinos”. Anche un altro ragazzo di Los Angeles attua in quegli anni una trasmutazione della sua identità. Si chiama Carlos Castaneda. E tuttavia non trasforma in “Charles” il suo nome; al contrario compie un viaggio nella zona d’ombra dell’America moderna, superando una linea metafisica oltre la quale trova un personaggio reale o leggendario, sicuramente “mitologico”: lo sciamano chiamato don Juan.

conversazioni_con_castaneda Di Carlos Castaneda molto si è scritto, ma molto ancora lascia spazio ad interrogazioni. I suoi libri hanno avuto un successo enorme in tutto il mondo, ma la sua identità in un primo tempo si è nascosta all’ombra del grande sciamano tolteco don Juan, poi ha cominciato a dispiegarsi – non senza rinunciare a qualche velo. Conversazioni con Castaneda, pubblicato di recente dalle edizioni Lindau, aggiunge una tessera in più al complesso mosaico della identità di Castaneda. L’autrice dell’intervista, Graciela Corvalan, in un certo senso replica l’ambiguità del giovane Castaneda. Da un lato è docente alla Webster University di Saint Louis, avvezza ai rigori e ai criteri quantitativi delle accademie d’oltreoceano, dall’altra è perfettamente integrata nel ruolo di discepola di una congrega mistica. Allo stesso modo Carlos Castaneda si abbeverava alle fonti della sapienza precolombiana di don Juan, ma non rinunciava a catalogarne i concetti secondo una logica che ricorda quella delle filosofie idealistiche ancor prima che i metodi osservativi dell’antropologia. Ma forse è proprio in questa sintesi di arcane esperienze e di rigore metodologico moderno che si trova la chiave dell’enorme successo di opere come A scuola dallo stregone, Il secondo anello del potere, Viaggio ad Ixtlan.

Queste opere peraltro riempivano un vuoto, rispondevano ad una domanda di spiritualità che il moralismo protestante – tutto proteso al fare concreto – lasciava inevasa. E rispondevano con un rigore, una severità ben diversa dalle smielate formule degli autori “New Age” che sarebbero venuti alla ribalta un decennio dopo. Le Conversazioni con Castaneda curate da Graciela Corvalan sono più agili di quelle che Castaneda intrattenne col suo maestro. Ma dalle pagine che si sfogliano facilmente emerge ancora una volta il mondo arcaico di don Juan: gli spiriti “alleati”, le prove da superare, il paesaggio di un’America più povera, arsa dal Sole cocente, percorsa ogni notte da maree di sabbia del deserto, ma non per questo dimessa. A chi dicesse che il mondo descritto da lui è solo un grande, circostanziato sogno, Castaneda facilmente potrebbe replicare che tutta l’arte consiste appunto nell’introdurre lucidità, quozienti di realtà nei propri sogni. E lo ripete ancora una volta parlando con la discepola Graciela: «L’esercizio consiste nell’imparare a sognare volontariamente e in modo sistematico. Si comincia con il sognare una mano che entra nel campo visivo del sognatore. Dopo, si vede tutto il braccio. Si procede fino a poter vedere se stessi nel sogno. La tappa successiva consiste nell’apprendere come usare i sogni. Cioè, una volta che si è riusciti a controllarli bisogna imparare ad attuarli».

Questa compenetrazione di sogno e coscienza desta, di mito e realtà concreta è la stessa meta che in Europa hanno rincorso indagatori come Jung e Steiner ed è lo stesso obiettivo indicato in India dalle Upanishad. Mentre ai confini del Mexico don Juan rivelava arcani precolombiani, le etnie ispaniche e amerindie sono lentamente uscite dal cono d’ombra dell’America. La musica pop americana parla sempre di più la lingua e i ritmi dei “chicanos” e la demografia scuote alle radici l’egemonia dei “bianchi anglosassoni” sul Nord America. Questo risveglio però spesso assume il volto brutale delle gang giovanili etniche. I paesaggi di don Juan, i sogni che trasmise a Castaneda rimangono relegati in una “riserva” d’America. Posti oltre una sottile linea metafisica.

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Tratto da L’Indipendente del 29 aprile 2007.

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