Memorie controcorrente

A volte si prova nausea per la “grande” politica, quella che riempie le prime pagine dei quotidiani, che è creduta grande e in realtà è piccola piccola. Allora è giocoforza abbandonare questo falso empireo per tornare ad una dimensione più umana e quotidiana dove però, se siamo fortunati, possiamo trovare le chiavi per comprendere davvero il senso della “grande politica” e della “grande storia” (anche perché è ben chiaro, riguardo a quest’ultima, che quella che ci raccontano i testi storici, a cominciare da quelli messi in mano ai ragazzi delle scuole e tutti i mezzi di cosiddetta informazione, non è la storia vera!).

Questo è tanto più vero se si vive a Trieste, città che si trova come sopra una linea di faglia culturale e storica, ed è come intrisa di memorie, alcune incredibilmente drammatiche e dolorose.

Fra tutte le cose che di certo nei libri di storia non si trovano, vorrei cominciare col citare questo fatto: una signora mia conoscente, parrucchiera, mi ha raccontato di aver raccolto la confidenza di un’anziana cliente che le ha narrato come durante la guerra, nel periodo dell’occupazione tedesca dal settembre ’43 all’aprile ’45, erano sempre le donne che avevano il compito di procurare la legna indispensabile per cucinare e per riscaldarsi d’inverno, rubandola ai Tedeschi che erano gli unici a possederne, perché i soldati tedeschi non sparavano mai alle donne, neppure in flagranza di furto, e certamente contravvenendo agli ordini ricevuti.

Un tratto di cavalleria che sa di antico e sorprende in mezzo ad una guerra fra le più brutali della storia umana, specialmente se la confrontiamo con il comportamento dei guerrieri del cosiddetto bene, della parte vincitrice. Anche a prescindere dall’impiego su larga scala dell’arma criminale e genocida dei bombardamenti terroristici sui centri abitati che colpivano la popolazione non combattente, cioè soprattutto donne, vecchi e bambini, cosa dire del fatto che in Italia centrale le truppe marocchine furono lasciate libere di saccheggiare e di stuprare?

I partigiani jugoslavi non furono certamente da meno. A parte le molte, moltissime donne italiane incolpevoli di alcunché tranne la loro nazionalità, finite nelle foibe, cosa dire del martirio della povera Norma Cossetto, una ragazza sedicenne ripetutamente stuprata e seviziata nella maniera più atroce prima di essere uccisa.

Avete una figlia dell’età di Norma? Immaginatela nelle mani di una banda di bruti, violentata a più riprese, poi torturata nella maniera più atroce ed infine assassinata: avrete la percezione esatta e reale di quel che significa comunismo.

Il vertice dell’orrore, probabilmente, fu però raggiunto dagli eroi proletari della “casa madre” sovietica. Nel febbraio 1945, una controffensiva tedesca portò alla temporanea liberazione di alcuni villaggi della Prussia orientale che erano già stati occupati dall’Armata Rossa.

Le scene che si presentarono agli occhi dei soldati della Wehrmacht erano tali da sconvolgere perfino i più incalliti veterani: cadaveri di vecchi e di donne che erano stati bruciati vivi dopo essere stati crocifissi alle porte delle case. Su tutti i cadaveri di donne che i medici della Wehrmacht riuscirono ad esaminare, furono trovate tracce di ripetuti stupri, e tracce di stupri furono trovati anche sui corpicini delle bambine, addirittura di tre anni di età.

Bambini uccisi dai partigiani comunisti (Finlandia). Immagine d’archivio delle forze di difesa finlandesi.

A questa galleria degli orrori contro il sesso femminile, anche i partigiani italiani hanno dato il loro contributo, con una lunga casistica di ragazze che avevano militato come ausiliarie nella RSI uccise dopo essere state ripetutamente stuprate e spesso torturate, nella maggior parte dei casi dopo il 25 aprile 1945 quando non era rimasto più nessuno a difenderle, a conferma del fatto che la brutalità e la violenza bene si associano con la vigliaccheria.

Le atrocità commesse sia dai comunisti jugoslavi sia dall’Armata Rossa inducono a riflettere sul fatto che il comunismo è in sé un’ideologia assassina e genocida capace di scatenare quanto di peggio c’è nell’essere umano (umano, si fa per dire), ma che in questi due casi è venuto ad incontrarsi con un fondo di bestialità e violenza tipico dell’anima slava di cui abbiamo avuto anche esempi più recenti nella guerra civile nell’ex Jugoslavia, costellata di “pulizie etniche” ed atrocità fratricide.

Di un altro piccolo episodio davvero illuminante, ho avuto notizia da una coppia di signori di Rovigno d’Istria.

In tutta l’Istria, in tutte le terre italiane cadute sotto gli artigli degli assassini con la stella rossa, le foibe non hanno avuto un significato di vendette private, ma erano un metodo sicuramente pianificato di pulizia etnica, servivano a seminare il terrore per indurre gli Italiani alla fuga: in questo modo sono state snazionalizzate terre italiane da millenni. Così è stato per Rovigno come per gli altri centri istriani. Da questi signori rovignesi ho saputo la storia davvero interessante di tre fratelli antifascisti di Rovigno che avevano formato una piccola banda dedita a sabotaggi contro i Tedeschi. Catturati da questi ultimi, furono fucilati tutti e tre. I comunisti jugoslavi a guerra vinta hanno intitolato loro una strada a Rovigno, e la cosa è splendidamente ironica se si pensa che i genitori ed i familiari di questi tre ragazzi, sempre dagli stessi comunisti jugoslavi, furono costretti a fuggire dalla città per non finire in una foiba, come tutti gli Italiani dell’Istria.

Tocchiamo con mano il paradosso dell’ideologia assassina simboleggiata dalla falce e martello, dalla bandiera e dalla stella rossa, che riesce ad essere nel contempo internazionalista e ferocemente etnica e razzista.

Devo tuttavia dire che, in tutta onestà, quello di poter conservare la memoria mi sembra un privilegio che si estende alle persone della mia generazione, nata negli anni ’50, o poco oltre.

Il 10 febbraio 2006 fu inaugurato il monumento nazionale della Foiba di Basovizza. Questo monumento dovrebbe ricordare non solo le migliaia di Italiani colpevoli solo di essere tali trucidati e gettati in quest’inghiottitoio carsico dai partigiani comunisti jugoslavi, ma anche le decine di migliaia di nostri connazionali e fratelli massacrati nello stesso modo dai boia con la stella rossa nelle nostre terre rimaste oltre confine, che non sono state restituite all’Italia e che non avranno verosimilmente mai un analogo tributo della memoria.

In quella circostanza, il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza tenne un discorso talmente generico e vago, che alcuni giornalisti locali provarono a domandare ai giovani sotto i vent’anni presenti che fin allora, evidentemente, delle foibe mai avevano sentito parlare, cosa avessero capito, chi erano per quel che costoro avevano compreso, i responsabili degli eccidi delle foibe, ed i ragazzi in grandissima maggioranza, od ammisero di non averlo capito, od indicarono come presunti colpevoli “i nazisti”.

Noi apparteniamo, lo si voglia o non lo si voglia, ad una cultura che ha impiegato secoli ad elaborare compiutamente un senso della prospettiva storica (che in altre culture umane – tra i Papua, in Cina o negli USA – è del tutto assente), dall’umanesimo alla cultura idealistico-romantica, da Machiavelli ad Hegel passando per Vico. Questo senso della storicità nelle generazioni più giovani è sostanzialmente scomparso.

Vittime di una cultura mediatica nella quale sono subissati da un diluvio di “informazioni” che si succedono tambureggiando le une alle altre senza lasciare il tempo di assimilarne nessuna, per i nostri ragazzi “due settimane fa” è già preistoria. Si è regrediti alla storia come panegirico, come favola della lotta del bene contro il male, con la vittoria “dei buoni” (che sono “buoni” in quanto hanno vinto) scontata in partenza, ragion per cui è ovvio che tutti gli orrori non possono essere attribuiti altro che alla parte soccombente del secondo conflitto mondiale.

Il ritorno di Trieste all’Italia, 26 ottobre 1954.

Se un ragazzo di Trieste può essere totalmente disinformato riguardo a una tragedia che ha toccato direttamente sulla pelle la nostra gente, e di solito lo è, a questo riguardo, come ci possiamo aspettare che stiano le cose per uno di Aosta o di Caltanissetta?

Questo però è solo un lato della questione. Occorre notare che Roberto Dipiazza, l’allora sindaco di Trieste, non è un uomo di sinistra ma di centrodestra, un berlusconiano, ed allora si capisce bene che in tutto questo c’è qualcosa che non va.

Nel 2011, la sua giunta è stata sostituita da una di centrosinistra, in conseguenza della crisi generalizzata che il centrodestra sta manifestando in tutta Italia, perché – diciamolo – le fortune di questa formazione politica sono state sempre legate all’uomo di Arcore e con il suo defilarsi (non sappiamo ancora se è un abbandono definitivo) dalla scena politica, esse sono nettamente declinate.

A posteriori, si può riconoscere che l’uomo una qualche positività l’ha avuta, ad esempio il progetto, cui ha dovuto rinunciare per un’indignata levata di scudi di tutta l’opposizione “democratica”, di erigere nella centrale piazza Goldoni un monumento alle vittime di tutti i totalitarismi.

Questo progetto provocò la reazione indignata e minacciosa di tutta la sinistra non solo ex comunista; costoro argomentavano che non si potevano equiparare le vittime del comunismo a quelle “del fascismo”, perché mentre “i fascisti” erano e sono “il male assoluto”, i comunisti agivano “nel senso della storia” e avevano quindi la licenza di uccidere in base ai più perversi e grotteschi cascami dell’ideologia progressista-democratica. E questo in una città come Trieste che ha conosciuto sulla sua pelle, sulla pelle della sua gente l’orrore delle foibe!

Fatemi un favore, la prossima volta che sentite dei “democratici” parlare di diritti umani, prendeteli a sputi e pernacchie, e sarà ancora il minimo che meritano!

Io devo qui ribadire un concetto che ho espresso altre volte: a oltre vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, la tendenza delle democrazie – anche delle parti politiche che si dichiarano anticomuniste – a minimizzare, a nascondere gli orrori e le atrocità del comunismo, ormai non ci dice nulla di nuovo sul comunismo in sé, ma ci offre una chiave di lettura delle democrazie occidentali.

Per prima cosa, sbarazziamoci della pretesa che hanno questi regimi di essere giudicati non in base a fatti reali ma a ciò che dicono di loro stessi. Le democrazie, specificamente le democrazie occidentali non sono regimi caratterizzati dalla libertà di opinione e dalla sovranità popolare, che vi incontrano precisi limiti e pesanti condizionamenti, ma più semplicemente e realisticamente, i proconsolati del domino americano che tende a diventare mondiale.

Negli anni della Guerra Fredda, la minaccia sovietica offriva all’egemonia americana una comoda legittimazione, poi le cose si sono fatte più complicate. Oggi il timore dell’Unione Sovietica ormai scomparsa è sostituito come fonte di legittimazione dalla “gratitudine” che gli Europei dovrebbero agli USA per averli “liberati” dal fascismo. In quest’ottica, il fascismo è ridefinito come “male assoluto” e l’invasione americana dell’Europa è travestita da crociata salvifica.

Rispetto a questo quadro di totale mistificazione, la scoperta che fra i vincitori del secondo conflitto mondiale vi sono state forze autrici di orrori più atroci e di ampiezza maggiore di quelli attribuiti al fascismo, al presunto male assoluto, è destabilizzante. Paradossalmente, dalla fine della Guerra Fredda un anticomunismo non troppo velato diventa sospetto e pericoloso, così come sospetto e pericoloso è voler rimettere in questione l’attribuzione al fascismo dell’etichetta di “male assoluto”.

Da qui, tutta una serie di conseguenze, non solo l’ostracismo contro la nostra parte politica giunto ormai alla terza generazione, non solo la persecuzione contro gli storici “revisionisti” colpevoli di voler riesaminare la vulgata stabilita dai vincitori alla fine del conflitto, ma il moltiplicarsi delle fattispecie dei reati di opinione, che è l’evidente ed esatto contrario di quella libertà di pensiero su cui le democrazie pretenderebbero di fondarsi.

E qui s’inserisce bene l’ultima (per ora) delle memorie controcorrente di cui vorrei parlarvi, la testimonianza di un collega profugo dell’Istria. Più sotto vi racconterò non solo le traversie patite dalla sua famiglia, ma le peripezie che egli stesso ha dovuto subire, compresa una vicenda giudiziaria grottesca e pirandelliana, per essersi schierato dalla parte dell’opposizione nazionale, una storia che è davvero una conferma lampante che i buoni democratici sono così democratici da ritenersi in dovere di tappare la bocca con ogni mezzo a chi la pensa diversamente, ma ora vorrei richiamare soltanto un punto della testimonianza di questo collega e amico.

Vi sorprenderà sapere che una delle città italiane che sono state bombardate con maggiore ferocia dagli angloamericani nel corso del secondo conflitto mondiale, è stata la città di Zara in Dalmazia che ha subito nel corso della guerra ben 37 bombardamenti violentissimi, di quelli che non lasciano dietro di sé pietra su pietra. E’ da notare che a Zara non c’erano né forze militari di consistenza degna di nota né industrie importanti ai fini bellici. Ed allora, quale è stato il motivo di tanto accanimento? Semplice! Zara era il principale centro italiano in Dalmazia, con la sua stessa esistenza dimostrava la consistenza e l’antichità della presenza italiana sulla sponda orientale dell’Adriatico, ben oltre i confini che ci erano stati concessi a Versailles e con il trattato di Rapallo, e per questo motivo doveva essere distrutta, annientata.

Vi è chiaro, riuscite a capire esattamente cosa significa questo?

Alla conclusione della seconda guerra mondiale, dal Baltico all’Adriatico scattò una gigantesca operazione di “pulizia etnica” sicuramente pianificata da lungo tempo, con lo scopo di far avanzare il mondo slavo e comunista ai danni di quello latino e di quello germanico. Nelle terre italiane dell’Adriatico le vittime delle foibe furono “solo” qualche decina di migliaia (l’entità precisa non si conosce ed ovviamente non si conoscerà mai) perché l’area da “pulire etnicamente” era relativamente ristretta ed in fondo non si trattava di costringere alla fuga con il terrore non più di mezzo milione di persone. Tra il Baltico e il Danubio, sotto gli artigli assassini dell’Armata Rossa la tragedia ebbe un’altra dimensione: prima del conflitto, ad oriente dell’Oder vivevano quindici milioni di Tedeschi; dopo di esso, si contarono in occidente dodici milioni di profughi, tre milioni di persone scomparvero nel nulla, anche se la temporanea riconquista del febbraio ’45 di cui vi ho già detto ci da un’idea dei metodi usati per toglierle dalla faccia della Terra da parte degli sgherri comunisti che solo a prezzo di una scatenata fantasia possono essere considerati un esercito, e meglio si possono descrivere come un’orda di belve feroci che forse aveva di umano l’andatura bipede.

Se noi assommiamo a questi tre milioni di trucidati i quattro milioni di vittime civili dei bombardamenti angloamericani in Europa, le vittime delle foibe, le vittime fuori dall’Europa (non dimentichiamo che il Giappone subì due bombardamenti nucleari, per non parlare di tutti gli altri “convenzionali”), vediamo che alla parte vincitrice del secondo conflitto mondiale è attribuibile un delitto contro l’umanità, un genocidio di proporzioni non inferiori a quello di cui si è incolpata la parte perdente (con tutta l’obiettività e l’imparzialità – va detto – della ritorsione dei vincitori sui vinti).

La tragedia di Zara ci illumina su di un’altra verità più generale: le atrocità compiute dalle belve comuniste hanno avuto nelle democrazie occidentali, negli angloamericani piena complicità ed attiva connivenza. E qui viene a cadere un’altra menzogna, la pretesa delle democrazie di basarsi sul rispetto dei diritti umani.

Comunismo e democrazia, Stati Uniti ed Unione Sovietica: due facce della stessa orrida e sanguinosa medaglia, con la differenza che l’Unione Sovietica si è dissolta una ventina di anni fa, mentre gli Stati Uniti – purtroppo – esistono ancora.
Vi dicevo di questo mio collega, una storia sulla quale è opportuno insistere, perché a mio parere, a decenni dal ’68 le forze “di destra” e anticomuniste hanno dato troppo facilmente partita vinta ai “compagni” in un mondo come quello della scuola attraverso il quale passa la formazione (o la deformazione) delle giovani generazioni; è un ambito che ha un valore strategico e dal quale, se vogliamo avere un futuro, i “fantasmi del ’68” andrebbero finalmente esorcizzati. Questo per mettere in luce l’importanza e il valore di quei pochi che osano sfidare “i compagni” in quella che è diventata una delle loro roccaforti.

Questo mio collega, vi dicevo, di una famiglia italiana dell’Istria, e di forti sentimenti italiani, appartiene a quella popolazione di esuli, sradicati dalla loro terra d’origine dalla barbarie comunista di cui la stragrande maggioranza degli Italiani ignora bellamente l’esistenza.

Il padre del mio amico, all’approssimarsi del crollo, mise in salvo la famiglia ma, per quanto lo riguardava, decise di restare, pensando che se tutti avessero sgombrato il campo, i comunisti slavi avrebbero avuto gioco sin troppo facile nella slavizzazione delle nostre terre. Naturalmente, finì in campo di concentramento, perché per gli Italiani che popolavano le terre cadute sotto le grinfie della Jugoslavia comunista, non c’era che un’alternativa: la fuga o lo sterminio. Il mio amico lo rivide nel 1947 quando, dopo due anni di lager, grazie alla mediazione della Croce Rossa, fu liberato per spirare fra le braccia della sua famiglia.

Sarebbe possibile chiedere a un uomo con una storia familiare di questo genere, di essere altro che un fervente anticomunista?

Cosa che non si può certo dire di molti che lavorano nell’istruzione, il mio amico, oggi in quiescenza, è una vera tempra di educatore, insegnante per vocazione. Dopo il 1968, quando i fumi mefitici dell’ideologia marxista hanno infettato alla grande la scuola italiana, anche lui si è trovato nei guai, anche se i tentativi di “crocifiggerlo” sono andati perlopiù a vuoto per la sua competenza e professionalità, fino a quando si è trovato coinvolto in una vicenda che pirandelliana è dir poco, e ricorda piuttosto la truce atmosfera del Processo di Kafka. Questa vicenda, cosa che la rende ancor più interessante, non me l’ha raccontata lui, aveva troppo amor proprio per lasciarsi andare a simili confidente; un uomo con una dignità da senatore romano, ma l’ho saputa per caso da terze persone.

Aveva accompagnato in gita scolastica una classe interamente composta da ragazze; in una settimana bianca. La sistemazione in albergo risultò assai poco confortevole, perché le ragazze erano sistemate a tre o quattro per stanza, e soprattutto i servizi igienici erano alquanto carenti. Il mio collega autorizzò quindi le allieve a utilizzare il bagno della propria camera, una singola con servizi, quando lui non fosse stato presente nella stanza.

Al ritorno dalla settimana bianca, il mio amico ebbe la sorpresa di trovarsi sul capo una denuncia penale. Il vicepreside della scuola che, da buon democratico e antifascista, lo odiava ferocemente, aveva pensato bene di presentare la faccenda in questi termini, che si era portato in camera le allieve! Nonostante la totale inconsistenza delle accuse, si è trovato un carico pendente sul capo per anni. Dalla persona da cui ho saputo la vicenda, sono stato anche informato che le ragazze partecipanti alla gita (la mia informatrice era una di loro) sono state ripetutamente interrogate dalla polizia che cercava in tutti i modi di ottenere delle testimonianze che dessero sostanza alle accuse del vicepreside.

Intanto il “compagno” vicepreside ha fatto carriera diventando preside di uno dei più importanti licei triestini, e come era giusto per il campione di democrazia che è, è stato anche candidato del Partito Democratico alla presidenza della provincia.

Quest’uomo, poi, è riuscito a far parlare di sé nel 2004. Quell’anno cadeva il cinquantenario del ritorno di Trieste all’Italia, e il Comune aveva organizzato una cerimonia per celebrare la ricorrenza, e richiesta la partecipazione di rappresentanze dei ragazzi delle scuole triestine, e all’uopo fece pervenire alle scuole dei pacchi contenenti bandierine tricolori e copie dell’Inno di Mameli. I presidi cittadini, tutti rigorosamente “compagni”, decisero di comune accordo di boicottare la manifestazione, ma questo non bastava al nostro uomo che fece platealmente allestire nel cortile della scuola un rogo dove furono bruciati i pacchi con bandierine e inni, e dando alla cosa la massima pubblicità.

Noi stiamo parlando di qualcosa avvenuto otto, non ottanta anni fa. Da allora i “compagni” si sono improvvisamente scoperti “patrioti”, sia perché con l’istituzione della Giornata del Ricordo la cappa di silenzio che costoro hanno imposto sulle tragedie delle foibe e dell’esodo ha cominciato a squarciarsi, sia perché inventarsi un patriottismo di comodo è un modo per dare fastidio alla Lega, sia perché avvolgendolo in un incarto patriottico sperano di farci ingoiare il frutto avvelenato di un’Italia multietnica, che cioè diventa ogni giorno di più una non-Italia in cui noi nativi ci ritroveremo nella situazione di stranieri in casa nostra.

Oggi non si chiamano più, non vogliono essere più chiamati comunisti, preferiscono chiamarsi democratici, ma sono sempre gli stessi, e l’unica cosa buona è anche l’ultima che possono fare, diventano buoni precisamente nel momento in cui cominciano a puzzare. Il problema, però, io penso, non è rappresentato tanta da loro, quanto da una “democrazia liberale” che con la rete di complicità e di silenzi che ha steso e continua a stendere attorno alle loro malefatte, dimostra di essere esattamente al loro stesso livello.

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Una Risposta

  1. Nebel
    | Rispondi

    E allora, santo cielo, documenti alla mano e giù a scrivere libri, articoli, rapporti che nessuno potrà più contestare!! E queste testimonianze dovranno essere ascoltate, proprio per amore di patria, democrazia e giustizia, no? Se questo è ciò che è accaduto davvero e lo si può dimostrare, coloro che si reputano democratici e tolleranti dovranno dare prova di esserlo davvero, stavolta. Ascoltando quello che verrà reso pubblico.

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