Massoneria e Grande Guerra. Una storia ambigua

la-massoneria-nella-grande-guerra-bastogilibriLe diverse scuole storiografiche, in merito alla prima guerra mondiale, pur sviluppando analisi a volte divergenti in merito ad origine e conclusione dell’evento, concordano su un dato ritenuto, alla luce delle acquisizioni documentarie, non smentibile. Gli esiti del conflitto hanno dato origine ad una nuova fase della storia mondiale. Da allora l’Europa non è stata più il centro propulsore degli accadimenti mondiali ma, gradualmente, si è trasformata in “provincia” (secondo alcuni, meglio sarebbe dire in colonia) sotto il profilo politico, economico e culturale. Il Vecchio Continente tentò di reagire alla propria decadenza grazie agli anticorpi incubati nel retaggio di un’eredità spirituale millenaria e produsse i fascismi. Per altri versi, lo stesso comunismo sovietico non si sarebbe insediato in Russia, senza la drammatica conclusione della guerra. Per questa ragione nel 2015, in occasione del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia, nel nostro paese si sono tenuti Convegni di studio mirati a discutere aspetti noti e meno noti del conflitto. Tra essi hanno destato la nostra attenzione due simposi culturali organizzati a Piombino e a Roma dalla Gran Loggia d’Italia e presieduti da Antonio Binni, Sovrano Gran Commendatore e Gran Maestro. Gli Atti di quelle due giornate sono stati recentemente pubblicati da BastogiLibri (per ordini: bastogilibri@alice.it, 06/3406861911, euro 22,00) con l’egida del Centro Europeo Giovanni Giolitti, dell’Istituto Italiano per gli studi filosofici, e dell’Associazione di Studi Saluzzese. Curatore del volume è Aldo A. Mola, eminente studioso della storia della Massoneria.

È bene chiarire le ragioni del nostro interesse per questo libro: in esso vengono messe in luce le relazioni, non sempre chiarificate in termini definitivi, tra la Massoneria italiana e le forze politiche in campo nei mesi che seguirono il Patto di Londra. In secondo luogo sono discussi i rapporti tra le Massonerie che agivano negli Stati in lotta. Uno studio unico nel suo genere e che, a tutta prima, potrebbe apparire un lavoro per specialisti, di nicchia. Così non è! La Massoneria, lo si evince dai testi che compongo il volume collettaneo, ha giocato un ruolo significativo in Italia e all’estero in quei mesi drammatici che precipitarono l’Europa nel baratro. Quindi, conoscere l’azione messa in campo dalle Logge risulta essenziale al fine di afferrare il senso generale del conflitto. A tal fine, è bene muovere dalla relazione tenuta dal curatore al primo dei due Convegni.

Mola riferisce che nel maggio 1915 si manifestò, di fatto, in modo eclatante la fine del sistema Italia. Ci fu l’uscita dalla scena politica dell’Italia costruita da Cavour e Giolitti, del liberalismo del notabilato di marca sabauda, sempre attento ed aperto al consesso europeo. Al termine della Guerra di Libia il sistema italiano, rappresentabile come un “triangolo isoscele” i cui lati maggiori erano rappresentativi del potere sovrano e dell’esecutivo, mentre il minore simbolizzava il Parlamento, che fino allora aveva mantenuto un suo equilibrio, cominciò a traballare. Con la formazione del governo Salandra e con l’ingresso in esso, a causa della malattia di San Giuliano, di Sonnino al Ministero degli Esteri, si giunse alla sottoscrizione del Patto di Londra, che Patto in realtà non fu in quanto il Parlamento non ne era a conoscenza. Ciò ruppe in termini definitivi l’equilibrio politico del sistema Italia, e permise alle forze interventiste di scatenare la piazza per costringere le Camere a ratificare l’accordo.

L’obiettivo politico da colpire era il simbolo del sistema, Giolitti. Il leader piemontese in quei mesi si era speso nella difesa della neutralità “vigile e armata”, più utile all’Italia, a suo dire, dell’intervento. Contro di lui “agivano associazioni che avevano un piede sulla soglia delle Istituzioni, un altro nel magma della cospirazione. Era il caso del Grande Oriente d’Italia e della Carboneria, tornata improvvisamente attiva” (p. 36). Dalla lettura del diario di Ferdinando Martini, già deputato e ministro, nonché massone, si evince che il confratello Salvatore Barzilai gli aveva confidato che “…in società segrete s’era deliberata e giurata la morte di Giolitti” (p. 41). Giolitti sfuggì all’attentato in modo rocambolesco, ma la sua delegittimazione politica fu momento essenziale di quel “colpo di governo” messo in atto nel “maggio radioso”.

Le Logge, ufficialmente, che posizione assunsero, in quel frangente, rispetto al conflitto? La risposta la fornisce il saggio di Luigi Pruneti, in cui si legge “Una posizione interventista l’assunse immediatamente il Grande Oriente d’Italia, il cui Gran Maestro, Ettore Ferrari, era un fervente repubblicano” (p.66). La cosa è confermata da molti editoriali apparsi in quei mesi sul settimanale di riferimento del Grande Oriente, “L’Idea Democratica”, sul quale si potevano leggere esaltazioni della “Quarta guerra d’Indipendenza”, utile non solo sul piano nazionale, ma anche a livello europeo. La barbara Kultur tedesca, difesa dal baluardo imperiale degli Asburgo, sarebbe stata finalmente sconfitta dall’ésprit français, legato all’universalismo massonico. Ferrari addirittura pensò ad una forza di volontari massoni, intenzionati ad agire per indurre il governo all’intervento. Più cauto fu l’atteggiamento tenuto nel 1914 dalla Serenissima Gran Loggia, accusata di finalità politiche filo-germaniche. In realtà, la scelta pragmatica della Serenissima dipendeva dall’atteggiamento ostile verso la guerra del suo fondatore, Saverio Fera. Pastore protestante, riteneva che il Vangelo potesse insegnare agli uomini l’amore per il proprio paese e, al contempo, la benevolenza per gli altri popoli. Dopo la sua morte, nel 1915, il successore, Leonardo Ricciardi, lo smentì aderendo con convinzione all’interventismo.

Segnaliamo nel volume, tra gli altri, anche i contributi di Giorgio Sangiorgi che si occupa della Grande Guerra nel cinema italiano, quello di Attilio Mola che affronta la presenza dei massoni nell’esercito dal Risorgimento al Fascismo, i saggi di J. A. Ferrer Benimelli e di Luca Fucini che discutono, rispettivamente, di massoneria spagnola e francese.

In conclusione è il caso di ricordare, come fa il curatore nel contributo che chiude il volume, che, almeno nel breve periodo, la scelta interventista non giovò alla massoneria. Infatti, come le altre organizzazioni politiche che avevano spinto per l’intervento, anch’essa fu travolta dal Fascismo, vera sintesi delle spinte ideologiche maturate nel “maggio radioso”. Al di là di tale dato contingente, resta il fatto che la Grande Guerra, come aveva intuito Evola, servì essenzialmente a distruggere l’Ordine europeo. Neppure il Fascismo quale fenomeno europeo, risposta forte alla decadenza del Vecchio Continente, riuscì a ricostruirlo. Con la sua fine, le forze globalizzanti che vollero la guerra, raggiunsero  l’obiettivo che si erano prefisse  già nel 1914.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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