Luigi Pergher
Tags: alpino, morte, ritirata, Russia
Luigi Pergher
(Rovereto, 1922 – un campo nei dintorni
del villaggio di Sceljakino durante la Ritirata di Russia, gennaio 1943)

E’ così diverso dagli altri il giorno in cui si muore.
Da una settimana camminavamo in uno spazio sospeso, una nebbia bianca e senza differenze.
Ogni cosa era di cristallo, nel gelo.
In quell’alba il sole aveva aperto una ferita diagonale nel cielo.
Ne usciva, come sangue, una fredda luce d’oro.
Pensai che il cielo, così inciso, potesse provare dolore.
Quando la luce smise di tracimare da quel taglio sottile compresi che si era trattato di un segno.
Per me.
Quel giorno avevo gustato il cibo, il pane secco, la broda tiepida, le patate che si erano formate con pazienza e con umiltà nella terra scura, buoni come è buona la verità.
Anche la mia ruvida mano d’uomo, la sua ossatura forte e delicata che stringeva la gavetta mi erano parsi cosa così bella da non riuscire quasi a reggerne la vista.
Gli sguardi degli altri, Bepi, Antonio, il Comandante, i loro corpi nelle divise, le mantelle, gli animali che muovevano lenti, come affaticati da secoli immemorabili: tutto risplendeva, ere in cammino illuminate da chissà quale oriente.
Nella marcia, incontrammo una donna che mi guardò a lungo, con occhi profondi e neri tra avvolte sciarpe di lana.
Vedeva quello che sarebbe accaduto di lì a poco, la mia morte?
Verso sera – avremmo dovuto marciare ancora per due ore – qualcosa cedette in me, nel mio petto, salendo alla gola.
Esausto, morivo.
Mossi le mani davanti a me per toccare ancora una volta quella realtà, comunque così cara e insostituibile: l’aria tesa dove volavano lente sottili ostie di neve, il tronco mozzo e nero di un albero, il vivo corpo del cavallo che mi precedeva e nel ricordo e lontani Anna, mio padre e mia madre, la casa degli Erspameri, quei boschi minuziosi e felici dove ero cresciuto, la vita…
Mentre il corpo cadeva – sarebbe rovinato nella neve dura, scaglie di ghiaccio avrebbero graffiato il viso, gli occhi aperti e già ciechi – una parte chiara e sconosciuta usciva da me, avanzava in quel biancore, gravitava, veniva attratta da un centro, da un qualcosa di così grande.
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