Lontano da tutto, nell’oceano in tempesta: Walter Bonatti sull’isola di Capo Horn

Nel precedente articolo Walter Bonatti tra i fiordi della Patagonia, abbiamo riportato e commentato un brano di prosa del noto alpinista ed esploratore bergamasco, come invito alla lettura dei suoi affascinanti libri dedicati non solo alle sue imprese in alta quota, ma anche ai viaggi in terre lontane e poco conosciute, intrapresi dopo il ritiro dall’attività alpinistica, nel 1965, e in buona parte condotti come inviato speciale del settimanale «Epoca», corredati con le splendide fotografie da lui stesso eseguite.

A quel periodo e a quel genere di scritti appartiene anche un altro brano che qui vogliamo presentare al lettore, relativo a un breve ma avventuroso soggiorno sull’Isola di Capo Horn, la quale culmina nella famosa punta rocciosa che segna, geograficamente, l’estremità più meridionale del continente sudamericano, a 56° di latitudine Sud.

Tutti, anche coloro che non si sono mai interessati in modo specifico alla storia della navigazione a vela, hanno sentito nominare il Capo Horn e sanno, più o meno, che si tratta di un luogo terribile, non certo meta di crociere, presso le cui scogliere si sono sfasciati e hanno fatti naufragio poco meno di un centinaio di bastimenti di ogni nazionalità: dall’olandese «Orangie Boom», nel 1643, al britannico «Tranky», nel 1925; e comprese alcune navi italiane, come la «E. Granelli» nel 1868 e la «Bron Carlo» nel 1895 (per una di queste vicende, verificatasi davanti all’isola degli Stati, cfr. F. Lamendola, Naufragio ed eroismo di donna, di Mario Monti).

Nessuno, però, tra i viaggiatori del nostro tempo, ha avuto l’idea geniale di Walter Bonatti: esplorare il Capo Horn da terra, sbarcando sull’isola omonima e raggiungendo a piedi l’estrema propaggine delle terre emerse dell’emisfero occidentale, sino ad affacciarsi sul promontorio pauroso di quattrocento metri che piomba in mare con un solo balzo, là dove ondate alte più di venti metri spazzano in continuazione, sospinte dai furiosi venti dell’Ovest, i grandi faraglioni, sotto un cielo eternamente grigio e chiuso.

In realtà, non è questa la vera punta meridionale dell’America, poiché, circa un grado più a sud-ovest, a quasi 57° di latitudine Sud, e fra 68° e 69° di longitudine Ovest, vi è il minuscolo gruppo delle Isole Diego Ramirez, isolate in pieno Stretto di Drake; ma tutti i geografi sono d’accordo nell’ignorare questi scogli sperduti, e di riconoscere il Capo Horn (in spagnolo, Cabo de Hornos) quale punto estremo dell’America del Sud in direzione dell’Antartide.

La pagina di Bonatti è di grande interesse non solo dal punto di vista sportivo e avventuroso, ma anche naturalistico: con notevole sorpresa, il lettore scopre che perfino in quell’isola dimenticata da Dio, nell’arcipelago Wollaston che la Baia Nassau separa dalle maggiori isole Hoste (precisamente, dalla Penisola Hardy) e Navarino, vi è un pullulare di vita animale e vegetale, a dispetto delle piogge incessanti, delle temperature quasi polari e dei venti di uragano, sui quali una persona può addirittura «camminare» oltre l’orlo dei precipizi.

Al riparo delle valli, una fitta foresta di faggi antartici («Nothofagus») cresce con le chiome livellate dal vento, talmente compatta che un uomo può addirittura camminarci sopra, come su terreno solido; fiorellini bianchi e bacche di un colore rosso vivo ingentiliscono i prati, presso il bordo di stagni e torbiere; lunghissime alghe brune si stendono, sgocciolanti, lungo le rocce della riva, come mostri preistorici; mentre uccelli migratori e pinguini intenti alla cova sfidano le intemperie, fin sui versanti più esposti della catena montuosa che attraversa l’isola come la spina dorsale di un gigantesco rettile.

È impressionante pensare che, fino a tempi non lontani, le piroghe degli indiani «canoeros», Yagan e Alakaluf, si spingevano audacemente fin quaggiù, nelle loro battute di pesca, sfidando i cavalloni enormi e le bufere improvvise che non perdonano. Bonatti, su una roccia in posizione eminente che guarda verso l’oceano, scopre un cumulo di pietre che potrebbe anche essere stato eretto dagli indigeni, e ne rimane profondamente impressionato.

Dal libro di Walter Bonatti Avventura (Milano, Rizoli, 1984, pp. 97-110):

«Mi è venuta l’idea di raggiungere Capo Horn, il più remoto e leggendario scoglio della storia marinara, dopo aver letto un certo numero di libri che parlano di allucinanti naufragi accaduti a decine di bastimenti trascinati dall’uragano: avventure incredibili di gente che lottò con quei mari ed ebbe in sorte di uscirne viva, altri invece scomparvero insieme alle loro navi nel mistero di una morte che erano giunti probabilmente a sospirare. Quelle pagine, tanto suggestive e commoventi, finirono per accendere in me il desiderio di conoscere nella realtà i crudeli dirupi di quella punta estrema che domina lo Stretto di Drake.

Sul finire di dicembre 1970 raggiungo Punta Arenas, dove ho, subito, la misura di quanto sia difficile realizzare il mio viaggio. Benché sembri paradossale, sarebbe molto più semplice compiere un sopralluogo nella Penisola Antartica piuttosto che arrivare all’ultimo limite del continente americano: a dirmelo è lo stesso ammiraglio Guillermo Barro Gonzales, comandante della 3a Zona Navale Cilena. La ragione è semplice: sui ghiacciai polari esistono basi ben collegate con il continente, sul Capo Horn invece non vi sono che tragiche scogliere deserte, battute dalle peggiori tempeste. Un tempo in questo estremo sud si spingevano gli indios Yagan e Yamana, nelle loro spedizioni di pesca, e fino a qualche decina di anni fa solcavano i canali fueghini i “cutter” dei pescatori di “centolla” e quelli dei cacciatori di lontre; ma tutto ciò oggi appartiene alla storia del passato: i giovani delle nuove generazioni preferiscono fare i “gauchos” o i commercianti piuttosto che vivere la vita avventurosa dei loro padri. In extremis mi rivolgo dunque all’Ammiragliato di Punta Arenas, dove si respira ancora l’aria delle gloriose spedizioni antartiche. Sarò aiutato ampiamente, con la tradizionale signorilità che caratterizza le marine di tutto il mondo. Da lì a poco, l’8 gennaio, mi giunge la notizia tanto attesa: alte pressioni, breve tregua degli elementi atmosferici. Bisogna approfittarne e partire subito.

Un aereo militare mi trasporta a Puerto Williams, la base navale cilena sul canale Beagle nonché il centro urbano più australe della Terra. Una torpediniera, la “Fuentealba”, è lì pronta a salpare per condurmi espressamente a Capo Horn. È una nave speciale, equipaggiata da uomini scelti, capaci di inventarsi ogni soluzione suggerita dall’imprevisto. È gente che possiede un istinto per questi mari, e non a caso qualcuno di loro discende dagli indios yahgan. Normalmente il loro compito, e vanto al tempo stesso, è la sorveglianza dei fari posti sugli scogli più pericolosi di questo estremo arcipelago che conta circa trentamila isole. Quello di Capo Horn è indubbiamente fra i più rischiosi da raggiungere e consiste in un piccolo faro sostenuto da un’impalcatura di assi incrociate e tenute salde sulla roccia da una gettata di cemento. Fu costruito a lato del Capo roccioso in un giorno di bonaccia, in cui la scialuppa riuscì ad approdare al di là della risacca; per tutto il tempo che durò quell’operazione la nave si era tenuta al largo con i motori accesi, non potendo ancorarsi da nessuna parte. Il faro è alimentato da tre bombole a gas ad erogazione intermittente e la sua autonomia è di sei mesi; ma spesso ne passano anche dieci prima che possano essere rimpiazzate. Nel corso dell’ultima sostituzione, qualche tempo fa, la risacca fece ribaltare la scialuppa su uno scoglio e per poco l’avventura non finì in tragedia.

Il viaggio sulla “Fuentealba” dura circa nove ore e risulta interessante fin dall’inizio, lungo il calmo canale Beagle in cui si riversano placidamente verdi, esuberanti foreste. Segue poi la cavalcata sulle ampie onde di fondo del mare di Nassau, punteggiato di isolotti affollati di foche e cormorani. Si perviene infine ai tortuosi canali tra le brulle isole Wollaston, alcuni non sono più ampi di 80-100 metri, e qui si dà convegno, con schiamazzi e voli festosi, una quantità di procellarie e altre specie magellaniche attirate dai vasti banchi di alghe. Lontre frenetiche balzano dentro e fuori dall’acqua arrivando a tuffarsi fin sotto la chiglia della nave.

E finalmente, il Capo Horn: che si eleva nella bruma del controluce come un mostro fosco e solitario.
Il profilo dentellati della sua cima più alta fa pensare al tridente di Nettuno, minacciosamente puntato verso le ignote solitudini dell’oceano. A bordo è sceso il silenzio,, un silenzio riverente e timoroso, mentre ogni sguardo è per l’isola che sta lì davanti a noi, e di cui si cerca di carpire il segreto: dove sbarcare. Il comandante Figueroa ha deciso: approderà sulla costa di nord-est. La profondità dei fondali balza improvvisamente da 33 a 20 metri. Siamo a circa un chilometro dalla costa. Scende in acqua un canotto pneumatico per l’operazione di sbarco. Le acque sono incredibilmente calme. Accostiamo facilmente a uno scoglio. Sono le 21, 40. “Adios amigo!”, e il canotto con i tre marinai a bordo si allontana. Da lì a poco vedo muoversi anche la nave che presto svanisce nell’ultimo crepuscolo. Innalzo la tenda. All’una di notte ho finito di lavorare. Comincia a piovere, all’alba è l’uragano. Il mare urla e ribolle con infinite creste spumeggianti. Nella nebbiosa opacità del paesaggio vedo l’isola di Herschel, di fronte a me, colpita da marosi alti più di 30 metri che si infrangono sulla scogliera. Raffiche di grandine lacerano in breve il telone, posto ad ulteriore protezione della tenda, e lo riducono a brandelli, che schioccano come fruste ad ogni ondata di tempesta.

Devo fuggire per evitare il peggio, cercare assolutamente una protezione naturale. La trovo infatti da lì a poco, quando, avanzando tra quelli che avevo ritenuto dei cespugli, mi accorgo che sto invece camminando su vere e proprie chiome d’albero, fittamente serrate e levigate in superficie dai venti dominanti. È un tipico faggeto australe di bassi e robustissimi alberelli. Per accedervi a livello terra, intaglio a colpi di “machete” una breve galleria; ed eccomi al riparo sotto un grande ombrello naturale, fradicio e oscuro ma sostenuto da fidati seppur piccoli tronchi d’albero. Un uccello sfuggito alla violenta tempesta sta lì fermo e pigolante su un ramo, ad osservarmi. Ritorno alla tenda per recuperarla, assieme al suo contenuto, ed arrivo giusto in tempo per salvarla dalla distruzione totale.

La tempesta dura ventiquattr’ore, violenta, poi si attenua, cessa a tratti, e per brevi momenti appare il disco del sole; ma il maltempo, alla resa dei conti, resta per quest’isola la condizione normale. Ciò scontato, vivo giorni entusiasmanti in cui percorro tutta l’isola in lungo e in largo: non è più grande dell’Elba. È una terra che, vista dal mare, pare fatta di miti ondulazioni rivestite di prati giallo-verdi, ma in realtà si tratta per lo più di un susseguirsi di paludi e acquitrini su cui crescono rigogliose giuncaie e fitte graminacee frammiste a bassi cespugli di vario genere carichi sovente di bacche rosse. Fra gli acquitrini crescono ampi cuscini di muschio e verdi rigonfiamenti compatti tempestati di fiorellini bianchi; ricordano il silene alpino e rappresentano la sola nota dolce dell’isola. Le dorsali più alte sono sempre rocciose, disseminate di blocchi e scaglie su cui alligna il lichene. Sui declivi più protetti si sono invece sviluppati i compatti faggeti plasmati dal vento, appena riconoscibili da lontano per il verde più denso delle loro chiome, a tratti chiazzate dal secco degli alberi morti.
Sui vasti pianori si aprono a volte cedevoli e insidiose torbiere, dove basta la minima distrazione per ritrovarsi sul ciglio franoso di un pozzo, quasi sempre mimetizzato da una bella fioritura di erba veronica. Tali forre rivelano sovente l’esistenza di torrenti sotterranei. Vi sono inoltre innumerevoli laghetti, dimora di copiose famiglie di oche magellaniche. Ma la vita qui è presente soprattutto con specie che si nutrono e dipendono esclusivamente dal mare. Primi fra tutti i pinguini. Vi è il tipico “Eudyptes cristatus”, fornito di due ciuffi di piume giallo-oro ai lati del capo, che alberga in grande colonia proprio su una nuda scogliera del Capo Horn. Insediate invece fra i cespugli dell’entroterra, in un labirinto di tane e gallerie in cui nidificano, vi sono varie colonie dei più comuni “Spheniscus magellanicus”, che assolutamente ignari della crudeltà dell’uomo si lasciano avvicinare fin quasi a farsi toccare.

Procedendo in riva al mare, là dov’è possibile tra scogli e spiagge sassose, è facile imbattersi in covate di uccelli delle varie specie australi; non mancano le aquile marine che volteggiano insistentemente a poca distanza. Ma ciò che impressiona veramente, di questi litorali, sono gli accumuli di grosse alghe sospinte là dai marosi. Depositate sugli alti scogli, pendono sinistramente le gigantesche “Macrocystis pyrifera” dai lunghi e neri tentacoli; ammassi di “Durvillea utilis”, ben radicati sulle rocce semisommerse, fluttuano invece nella risacca e si dimenano come grovigli di serpenti acquatici.

La punta occidentale dell’isola costituisce a mio avviso il miglior belvedere, anche per gli stupendi faraglioni che là si elevano dal mare. Ma il vento dell’ovest, il famoso vento che ha procurato al Capo Horn la sua bieca fama, tocca qui limiti incredibili; basti dire che arrivo a protendermi nel vuoto, dall’alto della scogliera, sostenuto totalmente dal vento.

Ma eccomi giunto al giorno più atteso di questo mio viaggio, in cui raggiungo il vero e proprio Capo Horn. Dalla baia di sud-est, dove ero arrivato attraverso i crinali dell’isola, punto in direzione di un grande scoglio isolato contro il quale già si vedono biancheggiare gli alti frangenti del sud. Quando non mi separano che poche centinaia di metri dal punto preso come riferimento, una scogliera dirupata mi obbliga ad aggirare l’ostacolo su per chine erbose; ed è così che arrivo quasi senza accorgermene al mitico salto di Capo Horn. Prima ancora di affacciarmi sull’austero paesaggio vedo il debole faro, non più grande di una lanterna, lì arroccato sul crinale e sostenuto da un trespolo di legno verniciato in rosso. È incredibile la precarietà di un segnale tanto importante, la cui esistenza, qui, ha tuttavia del miracoloso.

La prima cosa che cerco, sporgendomi da questo estremo balcone – lo scoprirò più tardi analizzando le mie reazioni -, è di accertarmi se il continente finisce proprio lì, o se non esiste qualcos’altro, anche solo un grande scoglio, a dare continuità alle terre emerse. In tal caso ciò basterebbe forse a diminuire, sul piano psicologico, l’incanto che provo invece in questo momento per il misterioso grande vuoto che si apre dinnanzi a me e mi fa sognare. Infatti, prima ancora della realtà, si animano le descrizioni delle famose imprese marinaresche compiute al largo di queste scogliere e mi sembra di vivere realmente le sensazioni rimaste finora soltanto alla mia immaginazione. Ancora prima delle cose, sono i suoni a creare in me le prime emozioni per questo luogo insolito. Dal basso sale infatti un rumore possente che sembra uscire dalle viscere dell’oceano; è come se un convegno di mostri si stesse dibattendo con prolungati ruggiti. A mano a mano che mi sorgo sull’abisso vedo il mare, già fosco e crestato dal vento di sud-ovest, diventare sempre più schiumoso, ribollente all’urto dei suoi cavalloni contro i primi scogli che incontra. Ad attrarmi ora è il grande scoglio di sinistra, quello stesso isolotto che già mi era servito da orientamento per arrivare fin qui dalla baia di sud-est. Le sue pareti, da questo lato, sono altissime e a picco, assalite dai frangenti, eppure, come se niente fosse, sul suo culmine ampio e rugoso passeggiano centinaia, forse migliaia, di pinguini crestati. È straordinario come simili presenze bastino a far sentire meno isolati.

Ho raggiunto il leggendario Capo Horn e volgendo le spalle ai “Quaranta ruggenti” – usando il gergo dei navigatori – ho potuto guardare oltre, verso i gelidi spazi dei “Cinquanta urlanti”, dove le poderose forse della natura bene si combinano con la fantasia dell’uomo che le affronta. Ma tutti questo non mi basta.. Voglio andare oltre, fino al limite del possibile, e vedere e toccare questa natura, unica nel suo genere, il cui fascino mi ha spinto fin qui. Decido così di calarmi giù per il grande salto, e discendo un primo lungo costone erboso, rasato e ingiallito dalla salsedine. Lo scoscendimento diventa poi una catasta di massi granitici, posti a volte in bilico. Sulle zone muschiose, sempre più rade fra le rocce, occhieggia una gran quantità di graziosi fiorellini gialli simili a bottoncini. Ora la parete precipita bruscamente da un lato mentre dall’altro si allunga per vari metri una placca liscia e compatta. La discendo con molta cautela, e anche con difficoltà perché ho ai piedi gli stivali di gomma al posto degli scarponi. L’aspetto di questa placca, dilavata e un po’ scolorita, mostra la sua costante esposizione alle furie del mare, ormai vicino, che nelle frequenti ire spinge sin qui le sue tremende bordate. Sono sul margine oltre il quale la roccia scompare sotto di me nella bolgia schiumosa; mi accorgo però che sulla destra posso calarmi per qualche metro ancora sfruttando alcune pieghe della parete. È ciò che faccio, fino a quando un flusso d’acqua mi investe di rimbalzo, ma senza conseguenze. È il limite oltre il quale non si può più andare. Vedo le creste arricciate dei grandi cavalloni che avanzano velocemente dal mare aperto e mi vengono incontro, mantenendosi quasi alla stessa mia altezza. Improvvisamente urtano contro le prime rupi, disseminate qua e là, e si rompono sollevando valanghe d’acqua, creste spumose e turbini di nebbie. Poi, sempre più vicino, è il caos: un candido finimondo ribollente fatto di esplosioni devastanti, e risucchi, e grandi sollevamenti d’acqua seguiti da orride voragini nuovamente colmate in pochi istanti dalla stessa materia impazzita che non conosce tregua. Dal basso, nel tumulto nebbioso, vedo alzarsi intorno a me, più alti di me, brandelli di mare e lingue schiumose che irrompono e ricadono come cascate di coriandoli; l’ultimo atto di un rito poderoso ripetuto senza fine. La sonorità dell’aria, che tocca limiti impressionanti, scuote le rocce a cui sto aggrappato e raggiunge il suo massimo ogniqualvolta l’ondata investe, e sommerge, la roccia torreggiante, alta una ventina di metri, che ho proprio di fronte.

Rientro al campo a tarda sera e l’indomani di buon mattino sono già in marcia diretto alla cima più elevata dell’isola, una rupe granitica di almeno 400 metri d’altezza che precipita d’un balzo sul Capo. Tre giorni fa avevo già tentato la stessa cosa, però la pioggia persistente mi aveva ricacciato a metà cammino, dove avevo deciso di lasciare, avvolti in un sacco di plastica e posti al riparo di una roccia, gli scarponi e una corda da scalata. Ma il forte vento e la pioggia scosciante e persistente mi inducono anche quest’oggi a rinviare il progetto.

Verso la mezzanotte di quello stesso giorno sono svegliato di soprassalto da tre colpi di sirena che risuonano nella notte. È la nave venuta a prelevarmi in anticipo sulla data prevista. Corro in riva al mare e, dopo uno scambio di segnali luminosi, ecco una scialuppa avvicinarsi lungo il fascio lucente di un potente faro di bordo. Il mare di bassa marea è relativamente calmo. La scialuppa si accosta a uno scoglio pianeggiante e ne discendono due marinai e un ufficiale; il resto dell’equipaggio rimane sulla barca. Senza tanti preamboli il tenente mi annuncia che dovremo imbarcarci subito e scappare al più presto: una grande depressione in arrivo porterà un lungo maltempo. Mi prende un accidente pensando di dover perdere il mio prezioso materiale alpinistico depositato lassù a mezza strada, ma anche all’idea che non potrò giungere sulla cima dell’isola. Senza corda e senza scarponi, come potrei recarmi, secondo i miei piani, sui ghiacciai della Patagonia? Dico al tenente: “Datemi sei ore di tempo e andrò a recuperarli, smontate intanto il mio campo e portatelo a bordo”. “Va bene”, dice l’ufficiale, “fido però nel termine di sei-sette ore!” Intanto s’è fatta quasi l’una di notte.

In pochi secondi mi infilo gli stivali, agguanto lo zaino così come sta, impugno la pila elettrica e quasi correndo mi avvio nella notte piovosa. Ma non passa un quarto d’ora che inciampo non so dove e finisco rotoloni in un cespuglio. Nella caduta, ahimé, si apre la torcia e la lampadina finisce sbriciolata. Dovrei rientrare al campo per sostituirla, ma il ricambio forse è già impacchettato e in viaggio verso la nave. Dopo un attimo di incertezza decido di continuare lo stesso al buio.

Si può dire che mi muovo a tentoni, cadendo e rotolando ogni pochi passi; è una cosa penosa, tuttavia avanzo come un disperato, quasi di corsa, avvolto in una specie di salamoia – i miei vestiti – fino a non sapere più qual è pioggia e qual è sudore. I soli e vaghi punti di riferimento possibili sono i profili neri e lontani delle elevazioni dell’isola; posso dire perché grazie alla discreta conoscenza del terreno acquisita in questi giorni, bastano pochi segni premonitori a farmi intuire, quindi schivare, zone pericolose come pozze e paludi. Già alle 2,15 raggiungo la pietra sotto cui avevo sistemato la corda e gli scarponi; e a questo punto confesso che l’impellente necessità del loro ricupero era forse inferiore al desiderio di scalare questo monte a cui tenevo moltissimo.

Proseguo dunque il mio cammino puntando alla cima, ma fa ancora buio e c’è il pericolo di finire giù da un precipizio. Allora mi arresto e mi metto rannicchiato a ridosso di una roccia. Sono esposto al vento, completamente macero, scarso di indumenti e intirizzito; non resisto più di un quarto d’ora in quell’immobilità. Quando riprendo a salire è appena iniziato un debole crepuscolo e scopro che la cima è lì, 20 metri sopra di me. Mi arresto ancora, sotto un cespuglione d’erba, per non espormi al forte vento che rade la sommità, fino a quando non farà giorno completo. Il mio intento infatti è di fotografare, oltre che osservare il paesaggio da lassù. Mi muovo finalmente alle 4,40, dopo un’attesa di oltre un’ora. Albeggia a rilento sotto quella fosca nuvolaglia di burrasca e dovrà passare ancora una buona mezz’ora prima che possa azzardare qualche fotografia. La prima cosa che mi colpisce affacciandomi su quella punta rocciosa è il debole lumicino del faro che si accende e si spegne a intermittenza laggiù sulla scogliera. Nella luce ancora incerta e nebulosa vedo tutta la gialla isola di Capo Horn adagiata sotto di me e mi sorprendo nel constatare il lungo tragitto che ho percorso nella notte. Ma l’emozione più grande la provo quando riconosco, ancorata al largo della costa da cui sono partito, la nave che mi attende. Si tratta della “LSM Morel” che ha cinquanta uomini di equipaggio, eppure vista da quassù appare come una macchiolina scura a ridosso della riva orientale dell’isola.

La cima raggiunta è costellata di massi granitici tappezzati di spessi muschi e licheni. Grandi ciuffi verde scuro di erbe coriacee ondeggiano crepitanti al vento sul precipizio. Il mare da quassù ha quasi un’aria mansueta, ma le scogliere della costa occidentale appaiono abbondantemente orlate di bianca schiuma. Ecco, chiarissima, la linea di incrocio dei due oceani, l’Atlantico e il Pacifico, le cui correnti si incontrano e si mescolano formando turbolenza. È davvero impressionante vedere quel lungo nastro bianco che dal promontorio dei pinguini crestati si spinge sinuoso nel mare aperto verso sud-est fino a perdersi nell’orizzonte brumoso.

Grosse, piatte scaglie invase di licheni sono raccolte confusamente a ridosso di un roccione; certamente sono i resti di un segnale antico, ma con più probabilità, data la loro collocazione appartata e posta al riparo dai venti prevalenti, potrebbero aver custodito in passato una specie di ricovero dei primitivi indios fuegini che – è assodato – si spingevano fino su queste isole per le loro cacce stagionali. O addirittura si potrebbe attribuirle a qualche naufrago che, rimasto prigioniero dell’isola, poteva aver posto sulla cima più alta il suo osservatorio da cui richiamare l’attenzione di una nave di passaggio. Sul punto più alto e dominante della cima – sono in realtà due punte rocciose separate fra loro da una breccia – erigo un cippo di pietre accatastandole una sull’altra a testimonianza del mio passaggio. Mi dedico infine a fotografare da ogni lato ciò che sta sotto di me, prime fra tutte le dirupate scogliere del Capo Horn, ancora più truci sotto il fosco cielo dell’alba burrascosa.

Da questo alto pulpito a picco sul mare prossimo all’Antartide, ancora una volta spazia la mia immaginazione che vede al di là delle cose. Sono visioni tremende fatte di orride burrasche, di ondate colossali, di ghiaccio alla deriva, e cento naufragi appaiono in un paesaggio apocalittico, senza orizzonte. Alle mie spalle, a settentrione, l’arcipelago delle Wollaston sfuma nel violetto nebuloso con le sue terre frastagliate tra insenature e canali. Penso alle rovine di un mondo che sta lentamente inabissandosi.

Sono le 5,30 quando incomincio a discendere dal picco e alle 7 in punto, in orario perfetto, arriva la scialuppa a prelevarmi dallo scoglio, presso il campo appena raggiunto.»

Abbiamo deciso, contrariamente alla regola fin qui seguita, di presentare due brani dello stesso Autore, perché ci sono sembrati entrambi di un certo pregio letterario: mediante una prosa asciutta, vigorosa, ma non priva di gentilezza e di poesia, Bonatti ha saputo rendere efficacemente sia la magica atmosfera dei fiordi, dei ghiacciai e delle lagune che orlano la costa cilena all’altezza della Penisola di Taitao, sulla costa occidentale americana, ingentiliti da una lussureggiante vegetazione subtropicale; sia il suggestivo ambiente dell’Isola di Capo Horn, sferzato dai venti incessanti della «fine del mondo».

Uno dei maggiori pregi di questa prosa è la capacità che essa dimostra di riuscire a fondere armoniosamente cose e impressioni vivide e immediate, con improvvisi e struggenti voli della fantasia, la quale, complice l’atmosfera stregata di quei luoghi lontani da tutto, afferra e trasporta il lettore come su un tappeto magico, depositandolo in un luogo che non è più soltanto fisico, per quanto remoto, ma anche e soprattutto interiore: un luogo dello spirito, capace di abbattere e dissolvere le barriere dello spazio e del tempo.

Citiamo un paio di esempi di questa fusione di realismo e di immaginifico.

A un certo punto, Bonatti scrive: «[…] prima ancora della realtà, si animano le descrizioni delle famose imprese marinaresche compiute al largo di queste scogliere e mi sembra di vivere realmente le sensazioni rimaste finora soltanto alla mia immaginazione. Ancora prima delle cose, sono i suoni a creare in me le prime emozioni per questo luogo insolito. Dal basso sale infatti un rumore possente che sembra uscire dalle viscere dell’oceano; è come se un convegno di mostri si stesse dibattendo con prolungati ruggiti. A mano a mano che mi sporgo sull’abisso vedo il mare, già fosco e crestato dal vento di sud-ovest, diventare sempre più schiumoso, ribollente all’urto dei suoi cavalloni contro i primi scogli che incontra».

L’atmosfera del sogno si diffonde, qui, al di sopra dello spettacolo grandioso e terribile – un pittore romantico avrebbe detto: sublime – di una natura primigenia e tempestosa, ove a dominare sono le sensazioni uditive e, in special modo, l’urlo incessante del vento, che sembra riempire di sé ogni cosa e, assordando l’esile creatura umana che osa addentrarsi in quell’orrido regno che non è stato fatto per essa, pare trascinarla in un’altra dimensione.

Subentra poi la sensazione visiva. Lo spettacolo dei frangenti visti dall’alto, da quel salto vertiginoso che si tuffa nell’oceano ribollente, è di una tale grandiosità e di una tale affascinante potenza, che il lettore riesce ad immaginarselo, ma nessuna penna sarebbe in grado di descriverlo compiutamente.

In un altro punto, Bonatti così descrive le proprie emozioni, allorché si affaccia dalla cima dello strapiombo dominante il mitico Capo Horn: «Da questo alto pulpito a picco sul mare prossimo all’Antartide, ancora una volta spazia la mia immaginazione che vede al di là delle cose. Sono visioni tremende fatte di orride burrasche, di ondate colossali, di ghiaccio alla deriva, e cento naufragi appaiono in un paesaggio apocalittico, senza orizzonte. Alle mie spalle, a settentrione, l’arcipelago delle Wollaston sfuma nel violetto nebuloso con le sue terre frastagliate tra insenature e canali. Penso alle rovine di un mondo che sta lentamente inabissandosi».

Due sono gli spunti letterariamente pregevoli in queste ultime righe.

Il primo riguarda quella facoltà immaginativa che si spinge a vedere al di là delle cose, ossia al di là del mondo fisico: una sorta di terzo occhio, o di occhio dell’anima, che esplora il mondo non al di là del reale, ma al di là del visibile: perché anche l’immaginazione è qualcosa di reale, specie in quel contesto quasi fiabesco, ove le cose tangibili e la fantasia tendono continuamente a sovrapporsi ed a confondersi.

Il secondo punto notevole è alla fine: quella evocazione di antiche rovine d’un mondo che lentamente, ma inesorabilmente, si va sgretolando sotto gli assalti incessanti del mare in tempesta, ha una potenza degna quasi della narrativa grandiosamente allucinata di H. P. Lovecraft, e fa venire alla mente, ad esempio, qualche brano dell’impressionante romanzo dello scrittore di Providence Alle montagne della follia.

Speriamo di avere invogliato il lettore a confrontarsi direttamente con i testi originali di questo scalatore-poeta che, quando si cimentava in solitaria con le più difficili pareti delle Alpi, così come quando viaggiava in terre lontane e disabitate, sapeva guardare alle cose con occhi pieni di stupore e di incanto per la bellezza del mondo.

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Tratto, col gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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