Lo stato sociale nel fascismo

In un periodo storico come l’attuale, in cui la crisi della politica genera la crescente erosione dello Stato, fa un certo effetto notare che, appena una generazione fa, si aveva chiara l’idea della comunità di popolo come convivenza basata sulla politica. E politica vuol dire essenzialmente esperienza partecipativa. Partecipazione attiva alla decisione pubblica e condivisione dell’autorità che unisce nell’idea stessa di potere come potere della collettività: comando e ubbidienza, gli antichi poli dialettici di ogni organizzazione umana, negati a parole dalla liberaldemocrazia “egualitaria”, ma nei fatti imposti come oligarchia individualista, furono invece rilanciati negli anni Trenta dal Fascismo europeo come i due momenti dell’agire pubblico. Col proposito – un po’ mitico e un po’ eroico – di costruire il solidarismo di massa attorno ai simboli dell’autorità nazionale. E proprio col significato anti-egualitario di assegnare a ognuno il suo rango sociale secondo giustizia. Una gerarchia socializzata. In ogni caso, si trattava di dare dignità organica all’appartenenza. Di qui l’enfasi fascista sulle espressioni della totalità: unanimismo, democrazia autoritaria, acclamazione, mobilitazione. La rappresentanza rimaneva estranea per principio al metodo elettorale liberale quando, tra manipolazioni e brogli, si depone una scheda nell’urna e si torna ognuno a casa propria senza più riapparire per cinque anni. Alla maniera dello Stato tradizionale, si aveva in mente piuttosto lo Stato “per ordini”. Ma uno “Stato nuovo” che esercitasse dinamismo, cancellando le vecchie consorterie della corruzione e liberando le energie fino ad allora inespresse.

Se c’è un senso da dare all’idea fascista dello Stato è quello di sistema organico. E proprio su questo punto gli storici rivelano una singolare contraddizione. Abituati a considerare il Fascismo-regime come un blocco più totalitario che totale (più autoritario che non a partecipazione condivisa), molti si sono meravigliati nel constatare che, al contrario, la sua struttura, se analizzata da vicino, si presenta come una specie di policrazia. Esistevano centri di potere, certo organici alla decisione del vertice, rappresentata dal Capo del Governo (non più “Primo Ministro” all’inglese), ma non in maniera esclusiva. Similmente a quanto accadeva nel caso del Nazionalsocialismo, anche il Fascismo, al di sotto del protagonismo spettacolare del capo carismatico, presentava luoghi di relativa indipendenza, in cui la decisione politica poteva esprimersi con sorprendente autonomia.

Guido Melis, Lo Stato negli Anni Trenta
Guido Melis, Lo Stato negli Anni Trenta

È questo un aspetto finora non molto indagato dagli storici. Ad esempio, nel recente libro a cura di Guido Melis Lo Stato negli anni Trenta. Istituzioni e regimi fascisti in Europa (il Mulino), si legge che nel caso italiano, a lato di una burocrazia rimasta in larga parte quella pre-fascista, agirono uomini e organismi di rottura nei confronti del passato, che elaborarono una loro cultura politica e che decidevano in proprio, spesso sottraendosi al controllo delle vecchie istituzioni, ancora affollate di idee e di personale liberale. È un dato sorprendente. Eravamo abituati a sentir battere il tasto marxista di una sotterranea continuità tra potere liberale e potere fascista. Quasi il secondo fosse la versione solo dittatoriale e imperialista del dominio di classe del primo. Non ci hanno ripetuto questo falso per decenni? Invece: «Molti vertici di questi nuovi soggetti subivano un’influenza diretta del Partito, che interveniva in modo più o meno diretto nominando parte dei gruppi dirigenti oppure esercitando in varie forme un indirizzo e un controllo politico», afferma Melis a proposito dei nuovi soggetti introdotti dal Regime: il Gran Consiglio, il Direttorio, le segreterie federali, gli enti dipendenti dal PNF, la Camera Corporativa. Questi nuovi soggetti, continua l’autore, costituirono «una élite strutturalmente diversa dalle precedenti», composta da uomini formatisi nel Movimento, provvisti di qualificazioni extra-istituzionali e mai prima concepite (come i titoli di Sansepolcrista, Sciarpa littoria, Marcia su Roma), in possesso di «una cultura di base composita» (sindacale, organizzativa, a volte comprensiva della laurea nelle nuove facoltà fasciste di “Scienze Politiche” di Roma, Firenze o Perugia), tale in ogni caso da produrre «una moderna conoscenza delle tecniche della comunicazione di massa e della organizzazione dei gruppi». Tutto questo fa dire allo storico (per altro, ovviamente, di sicura fede antifascista) che gli enti pubblici creati dal Fascismo furono il terreno di prova di questa nuova élite politica, in grado di competere con le vecchie istituzioni del conservatorismo sul terreno dell’autonomia decisionale.

Questa moderna e dinamica burocrazia corporativa costituì un caso di rivoluzione istituzionale mai prima né dopo verificatosi in Italia. I nuovi centri di potere creati dal corporativismo «crebbero rapidamente e senza controlli, sfuggendo persino ai ripetuti tentativi della Ragioneria generale dello Stato di porre sotto tutela la loro spesa». Le istituzioni nuove create dal Regime (dall’ONMI all’IRI, dall’INA all’INAIL all’INPS: insomma, lo Stato sociale smantellato in questi ultimi anni) erano dunque in grado di fare politica autonoma gestendo i propri bilanci e mettendo a segno i propri obiettivi gestendo la decisione politica in accordo, ma in autonomia rispetto al comando politico rappresentato dal Duce e dalla scala gerarchica delle istituzioni statali ereditate dal liberalismo. Il che, sinceramente, appare un’ammissione non da poco, decenni e decenni di martellamenti storiografici sull’inefficienza del Regime, sull’elefantiasi burocratica e anche sulla soggezione del Partito nei confronti dello Stato.

Per la verità, già da qualche anno – nel silenzio dei divulgatori di massa – gli storici parlano apertamente di questa policrazia fascista, smentendo in un colpo tutta la retorica negativa circa il Fascismo monolitico e tirannico. Per fare solo un esempio, qualche anno fa lo storico Marco Palla, nel suo libro Lo Stato fascista (La Nuova Italia), dopo aver ricordato la struttura di base del Regime proprio in quanto policratica, e dopo aver descritto il riformismo fascista come fenomeno di “razionalizzazione” nella “riorganizzazione dei servizi” e nel “contenimento della spesa” (alla faccia delle disfunzioni dell’attuale sistema liberista!), ha affermato che il metodo fascista «consentiva la guida e il coordinamento nazionale dell’intero meccanismo sociale».

Emilio Gentile, La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime fascista
Emilio Gentile, La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime fascista

Dopo di che, lo stesso autore sottolinea che il corporativismo espresse «la vitalità di un polo antagonista in grado di contare» nei confronti dei poteri finanziari e imprenditoriali ancora sotterraneamente legati alle vecchie logiche, concludendo con una frase dal suono sbalorditivo: «La costruzione dei grandi enti dello Stato sociale fu anch’esso un terreno per questo confronto e, più che creare autonomamente una classe di tecnocrati avulsi dalla politica, definì tante tessere di sintesi di quegli stessi equilibri sociali ed economici da far confluire nel mosaico generale della dialettica decisionale». Fuori dal politichese, questa frase significa forse che Bottai e Spirito centrarono in pieno l’obiettivo, quando spingevano la rivoluzione verso un’alleanza tra i “tecnici” e il “lavoro”, mirando alla corporazione come fulcro della competenza e dell’efficienza, ma sotto l’autorità del Partito? Tra l’altro, l’espressione “dialettica decisionale”, se non ci sbagliamo, significa né più né meno che lo Stato fascista, lungi dall’essere quel giocattolo nelle mani di un dittatore succube dei poteri forti, che ci ha spacciato la storiografia antifascista, si presenta invece come una riuscita sintesi tra decisione politica del Capo del Governo e decisione politica dei “corpi intermedi”, di cui la corporazione era il cuore. Tutto ciò, a rigor di logica, dovrebbe sollecitare l’osservatore a concludere che la rivoluzione corporativa, in fondo, nonostante tutto, funzionò alla perfezione. O, almeno, che lo Stato fascista attuò per davvero quella identificazione tra sovranità politica e decisionismo intermedio, tra competenza e qualifica delle rappresentanze del lavoro, che era in cima ai pensieri dei corporativisti: a cominciare da Rossoni per finire a Cianetti.

Un bell’epitaffio a tutte le speculazioni circa il predominio dello Stato pre-fascista sulle “velleità” rivoluzionarie del Regime, e una bella pietra tombale su tutte le mistificazioni circa la mancata modernizzazione della società italiana negli anni Trenta, li colloca Chiara Giorgi (coautrice di Melis nel libro dianzi citato), scrivendo la seguente sintesi sul ruolo dello Stato secondo la prassi fascista: «Non è un caso che molti degli esperti affermatisi all’interno del parastato riescano a mantenere un equilibrio durante il ventennio tra la difesa delle proprie competenze professionali e l’ascesa ai vertici del potere fascista, tra il proprio ruolo di tecnici ed esperti di management (nella sfera privata e pubblica) e, in molti casi, la loro immagine di uomini di fiducia del PNF». Libertà di iniziativa imprenditoriale, efficientismo pubblico e privato, ma – a differenza del sistema liberista – ancoraggio sicuro alla catena del comando politico. Il tecnico altamente qualificato e il leader politico, spesso, dunque, erano la stessa persona. Infatti, pensiamo a Beneduce (enti statali) a Freddi (cinematografia), a Serpieri (bonifiche), a Cianetti (sindacalismo), a Bottai (scuola e cultura), etc. Tutti buoni esempi di programmatori e capaci realizzatori dell’integrazione attraverso il doppio uso della competenza e del ruolo politico. Risultato: l’economia va dove vuole la politica e non viceversa; la macchina di protezione sociale del popolo è doppiamente garantita, dalla capacità tecnica e dalla protezione politica. Ognuno vede da sé che un’ammissione del genere liquida all’istante buona parte della vecchia vulgata sull’inefficienza burocratica, che avrebbe fatto dello Stato fascista un vuoto apparato di cartone nutrito solo di retorica.

Certo, il Fascismo alla fine sbatté contro i poteri forti rimasti illesi, dalla Corona all’alta magistratura, fino all’esercito. Come sottolinea Melis, le istituzioni hanno una forza d’inerzia naturale «che nei momenti “rivoluzionari” agisce generalmente da freno rispetto alle dinamiche del cambiamento». Tra rafforzamento interno, guerre e crisi mondiali, il Fascismo ebbe a disposizione solo qualche anno per cambiare lo Stato classista liberale e per intraprendere la gerarchizzazione della società di massa secondo merito, qualità e capacità. Ma la “democrazia”, che invece per ora di anni ne ha avuti a disposizione sessanta, senza guerre, senza intralci come la Corona, senza recessioni economiche epocali, in materia di Stato sociale, di competenza e di cambiamento ha saputo fare davvero di meglio?

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Tratto da Linea del 20 giugno 2008.

4 Responses

  1. Saoncella Giovanni
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    Complimenti, non ho mai letto niente del genere.
    Perché non inviate questa pagina a Bersani? forse, alla prossima occasione, eviterà di pronunciare frasi arroganti e presuntuose nei confronti di Berlusconi (e di chiunque altro) solo per aver detto che il fascismo ha fatto anche qualcosa di positivo

  2. Roberto
    | Rispondi

    É solo la pura VERITÁ nascosta dai falsi storici e dalla retorica antifascista degli ultimi 65 anni

  3. vate
    | Rispondi

    60 anni di democrazia sono serviti solo a sradicare prima gradualmente e poi in modo sempre più deciso l’opera sociale instaurata dal Duce. Ora che ciò è palese e non può essere negato, chissà se i comunisti che sono stai i maggior nemici dello stato funzionale, avranno il coraggio di mettersi una mano sulla coscienza. Purtroppo ne dubito, altrimenti entrerebbe in contraddizione con la loro stessa natura.

  4. Roberto
    | Rispondi

    Giá, ma di coscienza bisognerebbe averne una…. La portavoce del M5S a Montecitorio si permise di dire che era esistito anche un “fascismo buono” . Definizione che non condivido in pieno, preferisco dire un “fascismo utile” che ha fatto riforme socialmente importanti e tuttora funzionanti. Beh, per aver “osato” esprimera questa opinione la poveretta évstata metaforicamente sbranata su stampa e social network. L’ ingnoranza della storia, quella vera, é cosí dilagante in Italia é l’egemonia culturale osí fortemente “politicizzata e di parte”che un franco riconoscimento del “fascismo utile” (ci fu poi quello disastroso, vanno riconosciuti entrambi) non ci sarámai.

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