L’Isola di Brendano

Carlo Sgorlon, a parere di chi scrive, aspetta ancora di essere riconosciuto come uno dei grandi nomi della letteratura italiana della seconda metà del ventesimo secolo. A dieci anni dalla morte, la casa editrice Mimesis  ha iniziato a pubblicare nella collana appena inaugurata, Opere di Carlo Sgorlon, i suoi romanzi inediti. E’ da poco nelle librerie, per la cura di Franco Fabbro e Marco D’Agostini, un libro che lo scrittore friulano terminò poco prima della scomparsa, L’isola di Brendano (per ordini: mimesis@mimesisedizioni.it, 02/24861657, pp. 289, euro 20,00). Restano da dare alle stampe altri dieci romanzi inediti e gli scritti, assai numerosi, che l’autore pubblicò su riviste e giornali. La bibliografia prodotta da Sgorlon è decisamente consistente. In vita sono usciti circa trenta romanzi, che gli hanno concesso una certa notorietà. Fu, infatti, chiamato a far parte, tra le altre, dell’Accademia Pontificia, vinse nel 1973 e nel 1983 il Premio Campiello e nel 1985 il Premio Strega. Nonostante ciò, i suoi testi, in più di un’occasione, hanno fatto storcere il naso alla critica à la page, prona ai canoni letterari imposti dall’intellettualmente corretto.

Sgorlon si formò alla Normale di Pisa, dove si laureò discutendo una tesi su Kafka. L’interesse per  la letteratura mitteleuropea, come ricorda la moglie, Sig.ra Edda Agariuis Sgorlon, nella postfazione del libro che stiamo presentando, ha condizionato la prima fase scrittoria di Carlo. Successivamente, le sue opere tematizzarono il profondo sentimento dell’amicizia, per affacciarsi infine, alla discussione della condizione esistenziale di spaesamento dell’uomo moderno: «Al suo rientro in Friuli si convinse che anche la cultura locale, con i suoi archetipi, l’inconscio collettivo del suo popolo […] potevano assurgere a valori universali» (p. 287). Sgorlon divenne così cantore del mondo rurale, dei suoi valori centrati sui cicli della natura e sul rispetto della dignità umana. La sua poetica, come egli stesso riconobbe, si fondava: «sui pilastri dell’archetipo, dell’ecologismo, dell’invenzione mitico-fantastica, della sacralità e del mistero del mondo» (p. 287). Da tale affermazione si evincono le ragioni dei dinieghi, nei suoi confronti, della critica modernista e progressista, incapace di confrontarsi con l’eterno. Al contrario, tale confronto è essenziale nelle pagine dello scrittore friulano.

Nella narrativa di Sgorlon emerge, innanzitutto, il rapporto serrato con gli enigmi della vita e della morte, con il bisogno del sacro. E’ presente, inoltre, nella sua opera, un’attenzione al cosmo fuori dal comune, che si evince, in particolare, negli ultimi romanzi, e in quello che ci apprestiamo a presentare. Ciò testimonia la sua curiosità innata oltre all’interesse, giunto a compiutezza nell’età matura, per tematiche scientifiche. La cosa è riconosciuta nell’introduzione all’Isola di Brendano, da Fabbro e D’Agostini. Se la pars construens del mondo ideale di Sgorlon è da individuarsi nel rimpianto per il mondo contadino ed artigianale, la pars destruens va colta nella sua polemica volta a stigmatizzare l’omologazione della realtà indotta dal modo di produrre capitalistico. Esso realizza la dismisura, tende allo sconfinato e non ha alcuna considerazione per i confini culturali, per le identità locali, per le piccole patrie e le tradizioni popolari. I suoi racconti, hanno la natura per protagonista indiscussa: sono costruiti e ambientati in un tempo sospeso tra realtà e finzione ed hanno al centro storie di uomini a volte dure e violente. Ogni protagonista incarna l’archetipo dell’eroe.

Questi si batte in un confronto serrato con la realtà per conseguire l’integrazione, per far si che l’io divenga, junghianamente, Sé. Non sempre l’esito del conflitto è positivo. In tal senso: «L’Isola di Brendano […] può quindi essere considerata il compendio migliore come punto di arrivo e maturazione dello stile e della poetica di Sgorlon» (p. 8). La storia è ambientata alla fine del Novecento. Il protagonista, Brendano Mac Finnegan, è un architetto di origine irlandese, residente a Baltimora che decide, anche per ragioni di lavoro, di trasferirsi in una cittadina friulana, ai piedi delle montagne. Giunto nella nuova realtà, il protagonista inizia ad occuparsi della ristrutturazione di edifici lesionati da un recente terremoto. Brendano era uomo per il quale: «tutto era miracolo, un raggio di luce come un atomo di idrogeno […] tutto era un mistero. La vera sostanza dell’universo» (p. 283). Va, ben presto, a vivere in un’abitazione ottocentesca ed incontra Antonia, volitiva trentottenne accompagnata dalla figlia, Jole. Antonia diventa la compagna dell’architetto, mentre la giovane Jole darà alla luce un bambino, Bindo, dalla personalità complessa, dotato com’è di capacità magica e predittiva. Alla fine del racconto, il bambino indurrà la madre ad avvicinarsi a Bonifazio, personaggio che esemplarmente incarna l’energia che anima la natura. Questi, non casualmente, porterà in dono alla donna una statuetta di legno intagliato raffigurante un tröll, incarnazione dello spirito dei boschi e delle selve.

Bindo, infatti, per attrazione simpatetica, aveva riconosciuto in Bonifazio un suo simile, un prototipo di uomo magico. Jole entra in affari con un’altra figura affascinante, Fatma, ragazza originaria dell’Afghanistan, dallo sguardo magnetico, che si era lasciata alle spalle un passato di  dolore, tragico. Molti personaggi secondari entrano in relazione con loro, dando vita alla sinfonia armonica della storia: «Ogni donna ed ogni uomo hanno un ruolo preciso, muovendo ed agendo in accordo o disaccordo con un destino che pare ineluttabile» (pp. 8-9). Dalla narrazione emergono, quindi, i temi maggiormente caratterizzanti la poetica di Sgorlon. In particolare, il continuo irrompere dell’elemento mitico-fantastico, non solo fa dimenticare al lettore l’effettiva collocazione temporale della narrazione, ma ricorda, per molti tratti, le atmosfere del miglior Buzzati, quello de, Il segreto di bosco vecchio e di Barnabo delle montagne. L’attenzione posta sul paesaggio, sulla natura cangiante secondo ritmi dati, per non dire del bello che in essa si mostra in modo repentino, quasi a voler sorprendere il lettore-spettatore, avvicinano la tecnica descrittiva di Sgorlon alla prosa di uno dei grandi della letteratura mitteleuropea, Adalbert Stifter.

Ci auguriamo che la pubblicazione dell’opera omnia renda, finalmente, giustizia a Sgorlon, moderno cantore della tradizione e dei suoi valori.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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