Le rivoluzioni antimoderne e la Visione del Mondo

Categorie: Italiano, Orientamenti, Teiwaz | 1

Questo sia l’Argomento essenziale, fondamentale di un qualsivoglia progetto politico, metapolitico e tradizionale, prima del quale, approfondito, studiato, risolto, sublimato, ogni altro discorso rischia di divenire vano, sterile, alla mercè di uno stolto intellettualismo o di un puerile movimentismo, senza il quale gli errori del passato, le defezioni umane, di lotta, interne del passato non potranno essere evitate, non potremo scongiurarle. Comprendere realmente, effettivamente, interiormente ciò che vogliamo ri-affermare, i Valori e le Idee che vogliamo difendere, la spiritualità che vogliamo ri-conquistare è un processo obbligatorio per una comunità (organica) in via di costituzione, ma anche per il singolo combattente che voglia intraprendere la strada del Fronte della Tradizione.

Dobbiamo, pertanto, partire da ciò che ci ha inconsciamente uniti, da ciò che ha unito tanti uomini in lunghi anni di militanza e di approfondimento tradizionale, da accadimenti storici, come sono state le rivoluzioni antimoderne tra le due grandi guerre mondiali, per andare oltre, per andar in profondità e conoscere (non sapere) ciò che le ha alimentate, ciò che volevano umanamente, storicamente e contingentemente (con tutti i loro limiti!) rappresentare, i loro legami, quindi, con una Weltanschauung Tradizionale, operando una vera e propria anamnesi platonica, di ricordo primordiale e metafisico, intuendo, “vedendo” in che direzione si punta il proprio arco: “In Occidente e cioè nell’Europa elleno-romano-germanica, nonostante la sincope della sua Tradizione, nel pieno di questa bimillenaria notte, interrotta solo da eroici furori in cui, quella che voleva essere l’aurora, si è mutata in un subitaneo crepuscolo, vi è, indubbiamente, attraverso la presenza di una Via sanguigna, un tipo umano che, nel profondo, appartiene a quella Tradizione sincopata nonché a quell’Occidente”(1).

Analizzare limpidamente e serenamente i legami tra storia e politica con Metapolitica e Tradizione non è cosa semplice, specie per le implicazioni sentimentali che possono intervenire, che possono introdursi erroneamente, specie per quell’umana tendenza di far discendere tutto al proprio livello, considerando, erroneamente, l’umano come riferimento indiscutibile, che abbaglia e non fa comprendere come, tradizionalmente insegnato, l’inferiore, quindi la storia e la politica, non possano indirizzare, giustificare, giudicare il Superiore, quindi la dimensione platonico-realizzativa!

Il rifiuto della linearità storico-temporale è acquisizione comune di un certo schieramento ideale, similmente la ciclicità come valore assoluto, come norma generale di analisi: al di là dei riferimenti indù, possiamo rifarci sia al tramando esiodeo sia alla conoscenza dei saecula da parte di Etruschi e Romani, oltre che a quello che gli Elleni denominavo “grande anno platonico”. Da ciò, simbolicamente e geometricamente, invitiamo i lettori a considerare una “apertura del cerchio” ed a visualizzare come essa produca un andamento ondulatorio, con fasi ascendenti e fasi discendenti, all’interno dello stesso ciclo di decadenza: non una linea retta in caduta libera, ma una linea che a momenti, sporadici e non prevedibili, subisce brusche interruzioni verso l’Alto, quasi un richiamo, a volte a stento percettibile, a volte confuso, verso il Centro, verso il Divino. Queste fratture sono ravvisabili nella storia di tutte le civiltà conosciute e sorte nel Kalìyuga: si sono manifestate nell’Antico Egitto, in Roma Antica, nel Medioevo, tra le due guerre mondiali!

Come ripetuto più volte da Benedetto Croce, dopo la Grande Guerra, emersero Idee, Uomini, Influenze, che col passato recentissimo non avevano nulla a che spartire, come se Qualcosa ri-emergesse dall’Antichità, una sorta di moderni Hykos; solo una visione storicistica, scientista, moderna e quindi antitradizionale può limitarsi a considerare i vettori di coagulazione socio-economica, come la vittoria mutilata o il reducismo, che rappresentano il contingente, non l’essenziale, come quadro d’insieme!

In questa sede è d’uopo considerare gli aspetti ideali che possono scaturire da un’analisi storico-politica, con un crisma di universalità e di atemporalità, come indicato in un fondamentale e raro libretto di Cesare Mazza, della Scuola di Mistica Fascista e come collante per la ri-affermazione della grande Tradizione culturale Europea, e non gli elementi datati, legati ad uno sterile nostalgismo che non deve assolutamente appartenerci! La rivoluzione antimoderna italiana, fascista si caratterizzava attraverso un’efficace personificazione dello Stato, per la priorità data al volere e al benessere dello Stato stesso, rispetto a qualunque altro ideale libertario, come superamento dello Stato laico ottocentesco, demo-massonico, demo-liberale; c’è, quindi, un netto rifiuto delle teorie individualiste e contrattualiste: “Allo Stato venne riconosciuta una preminenza rispetto a popolo e nazione, cioè la dignità di un potere sopraelevato solo in funzione del quale la nazione acquista una vera consapevolezza, ha una forma e una volontà, partecipa ad un ordine supernaturalistico”(2).

Si rifiutava, perciò, l’ideale venuto fuori dalla Rivoluzione Francese, di cui l’elemento costitutivo era l’individuo e la volontà dello Stato coincideva con la somma delle volontà dei singoli, non essendo, così, una vera volontà unitaria: “Noi rappresentiamo un principio nuovo nel mondo. Noi rappresentiamo l’antitesi netta, categorica, definitiva a tutto il mondo degli immortali principi dell’89“(3). Lo Stato è, invece, un prius-logico, la cui esistenza non è riconducibile all’attività degli individui: “Senza lo Stato non vi è nazione. Ci sono soltanto degli aggregati umani, suscettibili di tutte le disintegrazioni che la storia può infliggere loro”(4). L’ordine individualistico ha rappresentato una delle più tormentate fasi di vita che la stirpe europea abbia mai attraversato e questo, in poco più di un secolo dal declino del sistema liberale e di quello sociale, è precipitato nel dissolvimento. In base a ciò l’ordine corporativo si contrapponeva a quello individualistico per la sua finalità, che era quella di elaborare da una massa informe “l’entità morale del populus”. In altre parole, il compito primario dello Stato Tradizionale è quello di permettere a ciascun membro della comunità di sviluppare la propria personalità attraverso il pensiero, la azione, la lotta e la Vittoria, in relazione a qualcosa che trascenda il banale individualismo, qualcosa che permetta al cittadino di seguire la propria natura, qualcosa  che ponga Ordine e Giustizia dentro di sé, quindi, come un riflesso incondizionato ponga Ordine e Giustizia nella comunità Organica in cui vive, secondo la Volontà degli Dei: “Noi dobbiamo imitare, per quanto sia possibile, quell’Ordine, afferma l’uomo della Tradizione, per la semplice ragione che quanto più il mondo degli uomini, la Comunità politica, si avvicina all’ordine cosmico che è eterno da sé e per sé, tanto più la stessa Comunità politica si avvicinerà all’eternità come tensione e modello”(5).

L’opposto è rappresentato dallo Stato Moderno, in cui l’autorità è fatta discendere non da un vero e giusto potere, ma dalla sopraffazione di una parte sulle altre, in cui si manifesta il totalitarismo che deve essere assente in uno Stato Tradizionale, organico, articolato, differenziato, ove, sia, secondo un’espressione di Walter Heinrich, omnia potens e non omnia faciens. Tale è l’insegnamento che deve trarsi, la via verso la vera ed autentica Libertà, non quella grigia e borghese dell’uomo-massa, ma la predisposizione, l’attitudine ad una visione simbolica della propria esistenza, liberamente magica, ad un sussulto sovracoscienziale, trascendente, partendo dall’interno, dalla propria interiorità, dalla propria natura: il fondamento della visione del mondo e della vita tradizionale è essere se stessi e restar fedeli a se stessi!

Seguendo tale filone, non possiamo non notare come nella rivoluzione antimoderna germanica, nel Nazionalsocialismo l’idea di Stato prima espressa si trasmuti nell’idea del Volk, del popolo-razza, ma non secondo canoni bio-zoologici, ma secondo una qualità direttamente spirituale: qui non neghiamo che in tale movimento non ci siano stati elementi di razzismo biologico, che giustamente Evola ha stigmatizzato e condannato, ma vogliamo evidenziare come nelle alte sfere, nell’idea dello stesso Hitler l’istanza ultima e decisiva fu quella spirituale(6). In quell’esperienza all’idea del Volk, al suo Capo (quasi un centro ed una circonferenza), si affiancò la tradizione aristocratica del Prussianesimo, degli Junker, che riuscirono ad imprimere quella qualità elitaria, d’ordine, di contro alle pretese populiste delle SA, stroncate drasticamente. Si riproposero le basi affinché un nuovo “Stato dell’Ordine” prendesse vita, retto da una élite, da un Ordine che sapesse farsi testimone di una tradizionale visione del mondo.

È consigliabile uno studio approfondito sui Castelli dell’Ordine, sull’Ahnenerbe, ma quello che qui è importante evidenziare è la consapevolezza di un rivolgimento che fosse principalmente spirituale, interiore, prima che politico e sociale, la creazione di un umanità diversa, differenziata, consapevole nella vita e nel Sacro delle proprie origini, della propria tradizione. Analizzando, inoltre, la presenza in tale schieramento del Giappone è ovvio notare che non si trattò in tal caso di una rivoluzione, ma di una plurisecolare tradizione solare, di diritto divino che lottò per il diritto alla propria esistenza, contro l’allora già dilagante imperialismo americano. Da esso possiamo riprendere la figura del Samurai, il portatore ed il servitore della Spada, cui lo lega un rigido codice etico: l’anima di colui che impugna la spada deve essere tagliente, acuta, forte, infrangibile e lucente, come la spada stessa. In Giappone, infatti, la spada è ritenuta figlia del lampo e nell’arte dello Iaido sussiste ancora oggi il motto “sayabakare itto”, “con il fodero rimosso il colpo è immediato”, ad intendere l’impossibilità per una lama di stazionare fuori dal fodero senza muoversi e colpire, similmente a come avviene alla folgore che, uscita dalle nubi, non può non muoversi e subitaneamente colpire: è la spada l’anima purificata che deve accogliere in sé il Divino e co-vibrare con esso. Non è casuale, poi, che negli ambienti dove si studiava lo Iaido ed il Kendo si sia creato un gioco di parole che avvicina il termine “Cavalleria”, ossia Kishido (Ki=cavalcare; Shi=uomo; Do=metodo), all’arte della guerra tradizionale, il famoso Bushido (Bu=combattere; Shi=uomo, samurai; Do=metodo).

Qui riecheggiano gli insegnamenti di altre grandi personalità, come Degrelle, Codreanu, Josè Antonio, di questa grande rivoluzione antimoderna europea, mondiale; in quegli anni sorse e si manifestò l’esigenza che noi qui, in pochi, ancora non narcotizzati dall’Isola dei Famosi, avvertiamo come primaria, fondamentale, quella di una rivoluzione silenziosa, interna, che sappia nel mondo, renderci differenti dallo stesso: “Questa tradizione culturale europea si è tradotta nella prima metà del XX secolo nella grande corrente politico-culturale che si è convenuto definire spiritualista nonché religiosa, come fenomeno epocale europeo che ha rifiutato il materialismo moderno e che è consistita in un generale stato d’animo e visione del mondo o complesso di idee senza parole”(7).

Oggi lo spettacolo cui assistiamo quotidianamente è la massa informe che accorre nelle piazze, la prevalenza della quantità sulla qualità delle idee, proprio perché questa società aberrante porta, chi si lascia portare, a ragionare sempre più in termini utilitaristici e non in termini di un valore spirituale, di una realtà eterna che sia legittimata dall’Alto: il membro della comunità militante, perciò, non deve abbandonarsi alla corrente di una società esclusivamente di consumo, ma in sé deve rivivificare quello stato d’animo di cui parla Giandomenico Casalino, in nome dei valori sacri delle stirpi eroiche (Onore, Fedeltà, Giustizia, Verità, Sacrificio) per cementificare l’Organicità e l’Autorità della propria comunità, che deve assumere le forme di una vera e propria Civitas, di uno Stato Tradizionale, in cui poter liberamente seguire il proprio demone.  Ciò che va inteso e ribadito delle rivoluzioni antimoderne è la valenza di riproposizione del Mito, che cerca di reincanrsarni nella storia, di idee-forza che sublimano qualità umane non adeguate, forse opportunamente non adeguate, affinché ciò che accadde valga come Simbolo di una Reazione e non ad uso strumentale di paranoiche interpretazioni storicistiche, sociali, economiche.

Su tale punto, crediamo sia essenziale puntare i piedi: considerare la rivoluzione italiana, quella germanica o, magari, la splendida avventura legionaria rumena, squarciandone gli accadimenti col bisturi ed il microscopio per universalizzare elementi contingenti per avvallare qualche meschina opinione personale, significa solo condannarsi a non partecipare spiritualmente a quella tensione mitica, che travalica e supera gli stessi avvenimenti e gli stessi attori dei fatti storici, quella tensione che unica può condurre l’uomo, il militante di oggi ad accedere ad una dimensione trascendente, secca, solare, priva di sentimentalismi, di orgoglio, di vanità: “Da un lato, una nazione che, da quando era divenuta una, non aveva co­nosciuto che il clima mediocre del libera­lismo, della democrazia e della monarchia costituzionale, osò riprendere il simbolo di Roma come base per una nuova concezione politica e per un nuovo ideale di virilità e di dignità. Forze analoghe si svegliarono nel­la nazione, che, essa stessa, nel Medioevo aveva fatto suo il simbolo romano dell’Im­perium, per riaffermare il principio di auto­rità e il primato di quei valori, che nel san­gue, nella razza, nelle forze più profonde di una stirpe hanno la loro radice. E mentre in altre nazioni europee dei gruppi si orien­tavano già nello stesso senso, una terza for­za si aggiungeva allo schieramento nel con­tinente asiatico, la nazione dei samurai, nel­la quale l’adozione delle forme esteriori del­la civilizzazione moderna non aveva pregiu­dicato la fedeltà ad una tradizione guerrie­ra incentrata nel simbolo dell’Impero solare di diritto divino. Non si pretende che in queste correnti fosse ben netta la distinzione fra l’essenziale e l’accessorio, che in esse alle idee facesse da controparte un’adeguata persuasione e qualificazione delle persone, che vi fossero state superate influenze varie risententi del­le forze stesse che si dovevano combattere. Il processo di purificazione ideologica avreb­be potuto aver luogo in un secondo tempo, risolti che fossero alcuni problemi politici immediati e improrogabili. Ma anche così era chiaro che stava prendendo forma uno schieramento di forze, rappresentante una sfida aperta alla civiltà «moderna»: sia a quella delle democrazie eredi della Rivolu­zione francese, sia all’altra, rappresentante il limite estremo della degradazione dell’uomo occidentale: la civiltà collettivistica del Quarto Stato, la civiltà comunista dell’uomo-massa senza volto”(8).

A tal punto, precisata l’ottica metapolitica con cui partecipare idealmente al passato prossimo, quello che inconsciamente ci ha riuniti, ci ha reso simili nell’animo, non possiamo non vedere che da tutto ciò una nuova Weltanschauung emerge, nuova ed arcaica allo stesso tempo, un ricordo ed uno stato d’animo, una vibrazione magica che ci rende partecipi degli arcani del mondo, della Natura, della nostra più profonda interiorità. Una vibrazione che si sviluppa, in primis, nell’individuo e nella polis in cui vive, quasi simultaneamente, come se i sue elementi non possano avere sviluppi separati, ma simbiotici, correlati tra loro. Una vibrazione che non si manifesta senza un ricordo, senza un’anamnesi, come scrivevamo all’inizio di codesto articolo, essendo le due cose inseparabili, come il cittadino e la sua polis. Questa vibrazione non-duale noi la definiamo il Furor, lo stato d’animo ed il ricordo della nostra Tradizione. Nella tradizione nordica Odino colloquia col gigante Mìmir, custode di un pozzo che dispensa sapienza e conoscenza ai piedi dell’Albero del Mondo, essendo egli “colui che ricorda”, colui che conduce verso la via dell’oblio celeste, di contro all’oblio terreno: in quello terreno l’uomo decade non ricordando più la sua matrice e la sua origine divina; in quello celeste l’uomo dimentica la dimensione profana, chiude i canali di connessione con essa, non ricorda la propria condizione caduca per ascendere a piani di sovracoscienza. Similmente in Grecia vi è Mnemosyne, dea della Memoria e sposa di Zeus, madre delle Muse protettrici delle Arti di palingenesi ermetica dell’umano nel Divino. La Dea, infatti, rappresenta, con la sua fonte anch’essa di saggezza, una delle due vie che l’anima può intraprendere nel post-mortem. Secondo Platone a destra, verso Mnemosyne, si conducono i dikaioi (i giusti) ed a sinistra i adikoi (gli ingiusti): “Chi non ha fresche nella memoria le beate visioni di lassù, o le ha dimenticate del tutto, non si riporta subito all’essenza della bellezza allorché vede quaggiù l’immagine di essa, perciò non la venera quando la vede”(9).

La memoria, quindi, squarcia il velo dell’illusione profana, accendendo nell’uomo un vero e proprio fuoco divino: nella tradizione nordica tale fuoco, tale furore, come invincibilità ed invulnerabilità, si manifesta nei guerrieri odinici Berserkir e Ulfeànar(10).

Un’Idea è stata mossa, evocata nel secolo avanti questo da forze che ne hanno richiamato il Simbolo ed allora facciano quadrato tutti quelli e quelle che anelano fortemente a far riemergere , in primis in sè, l’antica voce sacrale di questo Simbolo, di questo Mito; occorre, infatti, che si incontrino tutti coloro che “soffrono” l’ansia di essere presenti nella storia attuale e desiderano fortemente ri-collegarsi interiormente con la Tradizione, quella vera, vivente, espressione di una Forza e di un’Idea imperitura. E’ necessario, tramite la memoria, alimentare il Furor, l’Impetus, come atteggiamento interiore, eroico, veloce da tenere, come Hermes, sveglio perennemente, nelle antiche raffigurazioni rappresentato con elmo e calzari alati: “Il loro agire non è umano e ciò che è inaccessibile diviene accessibile per loro per effetto della divina ispirazione, e si gettano nel fuoco, vi passano attraverso, attraversano i fiumi. Tutto questo dimostra che essi, nel loro entusiasmo, perdono coscienza di sé e non vivono una vita umana o animale, legata ai sensi e agli impulsi, bensì una vita più divina che li ispira e li possiede completamente”(11).

Quanto scritto sinteticamente non è rivolto a tutti, l’acquisizione della cittadinanza nella polis non è automatica o dovuta, ma riservata a chi è dignificato per raggiungere la Pax Interiore, attraverso la conquista del proprio Genius, ma anche per ri-manifestare, ancora una volta, in piena Età Oscura, l’antica e sapiente Parola della Tradizione.

Note:

1)      Giandomenico Casalino, Res Publica Res Populi, Edizioni Victrix, pag. 138;

2)      Julius Evola, Fascismo e Terzo Reich, Edizioni Mediterranee, pag. 42;

3)      Benito Mussolini, La Dottrina del Fascismo, Edizioni riservata del Fuan Caravella, Roma, 1951;

4)      Benito Mussolini, op. cit.;

5)      Giandomenico Casalino, op. cit., pag. 23;

6)      Julius Evola, op. cit., pag. 252-3;

7)      Giandomenico Casalino, op. cit., pag. 25-6;

8)      Julius Evola, Orientamenti, Primo Punto, Edizioni Settimo Sigillo;

9)      Platone, Fedro, 250e;

10)  Informazioni utili sulle relazioni tra Memoria e Guerriero è possibile ritrovarle nel testo di Mario Polia, Furor, Guerra Poesia Profezia, Edizioni Il Cerchio – Il Corallo;

11)  Giamblico, I Misteri dell’Egitto, Red Edizioni, pag. 63.

(Originariamente pubblicato sulla rivista Orientamenti anno IX – n. 1-2  Gennaio – Maggio 2006).

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Nato a Taranto nel 1977, è stato l’animatore nei primi anni del 2000 del Centro Studi Tradizionali Cuib Mikis Mantakas, con la correlata fanzine Camelot, a cui hanno offerto la loro preziosa collaborazione numerosi studiosi del tradizionalismo italiano. Attualmente, i suoi interessi, che spaziano dalla metapolitica alla Tradizione, dall’antichità classica alla dottrina ermetico-alchemica, lo coinvolgono in alcune collaborazioni di rilievo con riviste come Vie della Tradizione, Elixir, Arthos, Orientamenti, Orion. Suoi articoli sono apparsi anche su pubblicazioni come Ciaoeuropa, Graal, Hera, Simmetria ed Arketè.

Una Risposta

  1. Luca Valentini
    | Rispondi

    Grazie ancora Alberto!

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