Le conversazioni a tavola di Hitler

La benemerita Libreria Editrice Goriziana ha appena ripubblicato le Conversazioni a tavola di Hitler, un documento già conosciuto da molti decenni, ma che mantiene intatto il suo valore storiografico. Si tratta degli appunti stenografici che, a partire dal luglio 1941, il funzionario del partito nazionalsocialista Heinrich Heim trascrisse in occasione delle conversazioni conviviali del Führer nei suoi gran quartieri generali: la Wolfsschanze, la “tana del lupo” di Rastenburg, e il werwolf, il sistema di baracche e alloggiamenti chiamato “lupo mannaro”, organizzato nel 1942 a Vynnitza in Ucraina. A questi quotidiani ritrovi partecipavano volta a volta generali, ministri, segretari, ordinanze, ospiti d’occasione.

L’idea di mettere per iscritto quanto si diceva in quelle riunioni informali fu di Martin Bormann, il fedele e solerte braccio destro di Hitler, l’uomo che aveva sostituito Rudolf Hess a capo della NSDAP e della segreteria. Hitler dette l’assenso, precisando che non voleva registrazioni sonore e che il trascrittore doveva starsene defilato da una parte. Evidentemente, mentre si rilassava con i suoi intimi, il gran capo non gradiva che gli venisse ricordato in maniera troppo evidente che quanto diceva era fedelmente riportato. Queste storiche conversazioni, un po’ frivole e un po’ pesantemente ideologiche, ma sempre decisive testimonianze sull’uomo-chiave del secolo XX, hanno una storia complicata alle spalle.

Messe ogni volta al sicuro da Bormann in persona, che le sigillava in cartelle con la scritta “segreto!”, dopo la Guerra le trascrizioni giunsero nelle mani del cittadino svizzero François Genoud, che nel 1952 ne acquistò i diritti da Paula, sorella del Führer e sua unica erede, pubblicandole in francese nello stesso anno. Il prezioso documento, conosciuto come Bormann-Vermerke, con la prefazione di Augusto Donaudy, fu pubblicato in italiano nel 1954 dalle edizioni Richter & C. di Napoli col titolo Conversazioni segrete. Questo testo, che è il medesimo oggi riproposto, reca gli appunti che vanno dal 5 luglio 1941 alla notte del 30 novembre 1944. Di questo materiale è circolata anche un’edizione ristretta, le Conversazioni di Hitler a tavola 1941-1942, stesa sulla base delle trascrizioni di Henry Picker – uno stenografo che per per alcuni mesi sostituì Heim – e pubblicate in Italia da Longanesi nel 1970. Il testo di Picker era un resoconto in terza persona, quello di Heim è invece in forma diretta: Hitler parla in prima persona. Inoltre, ricordiamo che le Edizioni di Ar, nel 1980, pubblicarono l’intero corpus delle Bormann-Vermerke in tre volumi, sotto il titolo Idee sul destino del mondo, con una nota introduttiva di Franco Freda.

Si tratta, dunque, di materiale ben noto anche in Italia. L’attuale edizione goriziana, per altro, si arricchisce di una prefazione di Hugh Trevor-Roper – lo stesso che nel 1983 prese il grosso granchio di autenticare per veri i celebri falsi Diari di Hitler – e di un interessante memorandum politico firmato da Bormann, ma probabilmente ispirato da Hitler, sul futuro demografico del popolo tedesco.

L’importanza di questo testo è nella vivezza, nella spontanea immediatezza. Non si tratta di un documento politico, ponderato e limato. Va considerato per ciò che è: un insieme di conversazioni, monologhi, osservazioni estemporanee, commenti del tutto informali, non di rado battute di spirito, aneddoti, il tutto non pensato per le masse o per la storia, ma come semplice esito di stati d’animo domestici e riservati.

È quel tipo di Führer amabile conversatore, rilassato intrattenitore dei suoi ospiti, galante con le signore, ricco di humor quando occorre, di cui molti osservatori ci hanno parlato. Un personaggio che contrasta non poco con lo stereotipo del tiranno collerico, intrattabile e psicopatico, che in privato inveisce con i suoi generali rotolandosi sul tappeto, secondo quella gag inventata da Rauschning e che ancora oggi gode di qualche credibilità tra certi storici dilettanti. Come scriveva Donaudy nel 1952, qui siamo davanti a un Hitler privato, umano e accessibile pur nella sua indiscussa aura carismatica. Durante le cene, che più spartane non sarebbe possibile immaginare (Picker scrisse che lo scarno menu era quasi sempre lo stesso: zuppa di cavolfiori, razione fissa di pane con venti grammi di burro, un po’ di formaggio… e questo era tutto), e che seguivano magari lunghe ore di spasmodica tensione, le conversazioni presto diventavano monologhi. Era il modo con cui Hitler, per sciogliere la pressione delle enormi responsabilità della giornata, si lasciava andare ai ricordi, commentava un avvenimento, oppure lanciava la fantasia a briglia sciolta.

E da uno spunto, da una notizia, da una casuale osservazione, poteva partire un lungo excursus sui più disparati argomenti: l’ammirazione per il Duce, il valore del soldato italiano mal comandato, oppure quelle «vecchie capre, rinsecchite e rabberciate, e per di più ingiuriosamente scollate» che erano le dame della corte italiana, da lui conosciute da vicino nel 1938. In altri momenti, il Führer si perdeva nei grandiosi progetti sui territori orientali o, con modi più familiari, nei ricordi: e allora ecco i vecchi insegnanti delle scuole austriache, qualche episodio giovanile della Guerra di trincea, gli anni ruggenti della lotta politica. Oppure, si spaziava dalla psicologia dei gatti alla gelosia femminile, dalla protezione della specie alla migrazione delle anime o al “pericolo giallo”. Nulla di diverso, pensiamo, da quello che si ricaverebbe dalla trascrizione delle conversazioni che ognuno di noi tiene la sera a cena con gli amici. Solo che qui, a parlare, è il padrone dell’Europa, colto nel momento di massima potenza, mentre tiene in scacco la bellezza di tre imperi mondiali e ancora con buone possibilità di farcela. Solo poco a poco, Hitler si inoltra verso quel corrusco Walhalla che già si profila all’orizzonte, nel momento in cui le annotazioni si interrompono.

Vi sono osservazioni a volte banali, altre spiritose, altre volte tecniche e innovative. Come, ad esempio, quando Hitler raccomanda la fabbricazione di motori raffreddati ad aria, oppure l’utilizzo di energie alternative, come l’acqua e il vento per azionare le macchine agricole. Poi abbiamo un Führer libertario, come in quel mezzogiorno del 23 giugno 1942, in cui afferma: «Se qua o là c’è qualche piccolo tumore da estirpare, non prendiamo l’abitudine di fare intervenire immediatamente la polizia. Reagiamo piuttosto con misure di ordine educativo». Alle invettive brutali contro Churchill o gli Ebrei e alle tirate contro la Chiesa cristiana, per la quale dopo la Guerra si pronostica una brutta fine, fanno improvvisamente seguito pacate osservazioni in favore del decentramento amministrativo o atteggiamenti tolleranti, secondo quel modo di fare che già Picker aveva rilevato: «È poco noto che il dittatore si rallegrava visibilmente quando qualcuno, a tavola, si permetteva di contraddirlo con parole appropriate». Ma il valore di questa vasta documentazione, unica nel suo genere per personaggi storici di questa portata, risiede nella ricostruzione di un’atmosfera, di un clima, in cui si racchiude tutta quell’epoca dominata da una figura di «romantico assetato d’infinito», come lo descrisse Donaudy. Una definizione che gli sarebbe piaciuta.

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Tratto da Linea dell’11 aprile 2010.

11 Risposte

  1. iach
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    Sì, certo. La mia tesi inquadra Hitler in una lettura anche spirituale del nazionalsocialismo e di tutto il periodo storico del conflitto. Quello che espongo è una semplice sorpresa che si ha spesso nel visitare città come Berlino ad esempio o ci si inoltra più a fondo del mondo ebraico tutto. Ricordiamo che i profeti e le scritture stesse preannunciarono immagini di punizione lungo la storia del popolo e ciò si manifestò a mio parere anche per mezzo di Hitler stesso. Pare come se tra i due mondi alcune volte si potesse tracciare un parallelismo sorprendente, come se Hitler fosse una faccia esterna del mondo ebraico. Il nazionalsocialismo esasperò il rigore e leggi di stato con tecniche tutt’altro che criticabili alle volte, semplicemente mise in pratica regole e modi di vita “puliti”, e privi di mezze misure. Ora non so se per caso, ma la materia di queste leggi, alle volte è la stessa delle leggi ebraiche e di qualsiasi altre leggi, come se le leggi comunque fossero fatte di materia divina, superiore rispetto ad altre materie. Ed essendo della stessa materia ecco che i due mondi entrambi riguardanti le leggi si incontrano.

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