Quell’ispettore così solidamente borghese che finiamo per amare anche nostro malgrado

In vari luoghi d’Europa, ad esempio nella cittadina olandese di Delfzijl, sono stati eretti dei monumenti ad un signore dalla corporatura massiccia, che indossa il cappotto sopra la giacca e col cappello in testa, e che stringe in mano la pipa, piegando il braccio sinistro in una posa caratteristica, involontariamente pomposa e quasi napoleonica.

Quel cappotto ci fa pensare a un lunghissimo inverno che non vuol mai finire; ma quella pipa, col suo minuscolo fornello, ci suggerisce una fonte di calore che arde ininterrotta e che spande nell’aria il suo gradito aroma, introducendovi una nota di pace, se non proprio di allegria: e così tutto l’insieme del personaggio, al tempo stesso imponente e quotidiano, un po’ burbero ma anche umano, ispira immediatamente sentimenti contrastanti ma, nel complesso, positivi.

Sì: è proprio lui, il Borghese con la “b” maiuscola: la più aborrita e destata figura sociale della modernità, contro la quale Marx ha predicato l’eterno odio di classe dei proletari di tutto il mondo, e sulla quale legioni di intellettuali, scrittori, artisti, tutti o quasi tutti di origine squisitamente borghese (come lo stesso Marx), hanno riversato tutto il disprezzo e tutta l’avversione di cui erano capaci, senza risparmio di colpi, facendone addirittura l’archetipo di tutto quanto vi è di moralmente riprovevole e di esteticamente ripugnante nella natura umana.

Questo solido borghese, talmente calato e perfino compiaciuto nel proprio ruolo da apparire quasi incongruo e un po’ naïf nella sua ingenua naturalezza, non è una persona realmente vissuta in carne ed ossa, ma un personaggio letterario, uno di quelli che più hanno saputo fare breccia nell’immaginario collettivo, in ragione delle sue caratteristiche paterne, severe ma al tempo stesso rassicuranti, nonché della sua umanità profonda, sofferta e quasi risentita, che lo ha portato, più di una volta, a occultare prove di colpevolezza per consentire a dei delinquenti casuali, ma più sfortunati che malvagi, di avere dalla vita un’altra opportunità: il leggendario commissario della polizia di Parigi, Jules Maigret.

Creato dalla penna (ma Pirandello avrebbe detto: evocato, non creato) di Georges Simenon, scrittore belga nato nel 1903 e morto nel 1989, Maigret è il protagonista di settantacinque romanzi – settantanove, contandone anche quattro poi ripudiati dall’autore e scritti sotto pseudonimo – e di ventiquattro racconti, più un certo numero di articoli, prefazioni e altri scritti di vario genere: uno dei casi di maggiore assiduità fra scrittore e personaggio di tutta la letteratura mondiale.

Maigret è ispettore nella squadra omicidi e innumerevoli casi sono passati per le sue mani: casi che egli ha affrontato tutti con una tecnica d’indagine squisitamente intuitiva, immergendosi, per così dire, nell’atmosfera delle situazioni, dei luoghi, dei personaggi, sempre a caccia non solo e non tanto della verità legale, ma di quella umana che giace, sovente seminascosta, nelle pieghe più profonde di quell’altra.

Brusco, impaziente di intralci e impedimenti, avverso ai moderni metodi “scientifici” all’americana, Maigret è un perfetto europeo, un perfetto francese, un perfetto parigino, oltre che un perfetto borghese. Non ha opinioni politiche, non ha vizi se non quello del fumo, del buon bicchiere, della buona tavola; è sposato e marito fedele, ma non ha figli, cosa che vive con segreta malinconia; è temuto e rispettato, ma soprattutto ammirato dai suoi subordinati, che fa correre di qua e di là, riservandosi la parte di “cervello” in ciascuna indagine.

Con i superiori ha un rapporto formalmente corretto, ma sotterraneamente carico di attriti, perché non sopporta la disciplina, le formalità e la burocrazia, mentre essi ne sono i più tipici rappresentanti; inoltre è diretto, virile, alieno da qualunque forma di servilismo e nutre una segreta simpatia per i deboli, per i vinti, per gli inetti che la vita ha duramente provato e una altrettanto radicata, ma non altrettanto segreta, antipatia per i poltroni, per i figli di papà, per i ricchi nullafacenti.

Da ciò non si deve dedurre che le sue simpatie politiche vadano a destra; perché Maigret è un personaggio rigorosamente apolitico (cosa che alcuni critici hanno trovato strana, trattandosi di un francese e, più in generale, di un latino); e c’è motivo di pensare che, se pure si decidesse ad esternarle, avremmo delle belle sorprese, se è vero quel che si dice un po’ sottovoce del suo autore, e cioè che è stato collaborazionista durante la seconda guerra mondiale o, quanto meno, legato agli ambienti del collaborazionismo (il fratello di Simenon lo fu certamente, tanto che a guerra finita si arruolò nella Legione Straniera e ci lasciò la pelle, durante la guerra d’Indocina).

Del resto, che Maigret sia un conservatore, nel senso più ampio del termine – e sia pure un conservatore sui generis -, stanno a mostrarlo mille particolari della sua vita quotidiana: ad esempio quel suo voler conservare, in ufficio, la vecchia stufa a legna, per il solo piacere di riempirla con le sue mani (altro indizio di amore per la manualità: la cerimonia di accensione della pipa con i cerini), mentre in tutto l’edificio stanno installando i moderni termosifoni.

Dicevamo della sua umanità. Maigret non giudica, non gli interessa di ergersi a giudice dei criminali sui quali sta indagando: gli interessa più che altro comprendere il mistero del cuore umano, rendersi conto delle molle segrete del suo agire, nel male così come nel bene (ma, per la sua professione, soprattutto nel male).

Ed è questo distacco, che non si qualifica in alcun modo come indifferenza, ma, al contrario, come suprema forma di saggezza, ossia come consapevolezza che nessun essere umano ha il diritto di giudicare, nel profondo, un suo simile, che lo pone segretamente in conflitto con la sua professione e, talvolta, con i suoi superiori, primo fra tutti il giudice Comelieau; conflitto che egli risolve, o piuttosto supera, facendo appello, nei momenti di maggior tensione, alla propria coscienza e al proprio superiore senso di umanità. Esattamente il contrario di un altro celeberrimo ispettore di polizia francese immortalato dalla letteratura: il terribile Javert, persecutore implacabile di Jan-Valjean, creato da Victor Hugo ne I Miserabili: tanto è vero che, quando la coscienza di Javert entra in conflitto con il senso del dovere formale, questi non riesce a mediarlo e risolve la crisi interiore togliendosi la vita.

Sia il cinema che la televisione si sono impossessati di questo ghiotto boccone commerciale, divenuto rapidamente celebre in tutto il mondo, con esiti più o meno felici e con maggiore o minore fedeltà alla lettera e allo spirito dell’originale. Per il pubblico italiano, Maigret possiede la faccia onesta e virilmente bonaria di Gino Cervi, che lo interpretò in alcuni mitici cicli di sceneggiati negli anni Sessanta del secolo scorso. Per quello francese dell’ultima generazione, il suo volto è invece quello rude e un po’ pesante di Bruno Crémer, i cui occhi azzurri dalle profondità abissali contrastano singolarmente con la voluta inespressività della sua maschera.

Personalmente, riteniamo che entrambi gli attori lo abbiano interpretato in maniera egregia; ma la nostra preferenza va a Bruno Crémer, perché ci sembra più realisticamente calato nel personaggio, con una psicologia più sottile e meno emotiva, meno “meridionale” di quella con cui lo ha rappresentato il pur bravissimo attore italiano; senza parlare della regia e della ricostruzione d’ambiente, incomparabilmente più efficaci e verosimili. L’acribia filologica della serie televisiva francese (ben cinquantaquattro puntate, fra il 1991 e il 2005) si spinge perfino alla cura dei caratteri di stampa nei titoli di testa, che sono identici a quelli in voga negli anni Trenta del secolo scorso; per non parlare dell’abbigliamento, degli interni, dell’arredamento.

Bruno Crémer è un Maigret meno chiacchierone e meno espansivo di Gino Cervi; più taciturno e più riflessivo; più padrone di sé in tutte le situazioni, che non perde mai la calma anche se, sotto la sua maschera di ghiaccio, palpita un vulcano perennemente in procinto di eruttare; e la bravura dell’attore francese (nato a Sain-Mandé nel 1929) è proprio quella di aver saputo contemperare ed equilibrare questi due lati contrastanti del suo personaggio, con una sottilissima cura per le sfumature che Cervi, invece, tende a saltare a pie’ pari. Insomma il Maigret di Cervi è un istintivo immediato ed estroso, quello di Crémer è un istintivo che si controlla e che media continuamente non solo con se stesso, ma anche con la vita.

Le storie più belle, secondo noi, sono quelle di due generi: quelle ambientate nei quartieri poveri di Parigi, popolati da personaggi ambigui ma intimamente dolenti, perché mortificati dalla vita; e quelle che si svolgono in provincia, nella vastità delle campagne o in qualche minuscolo borgo rurale dove non c’é che un unico posto telefonico pubblico, e nei quali la vita sociale ruota attorno a pochissimi luoghi un po’ claustrofobici, primi fra tutti l’osteria e la locanda con ristorante a prezzo fisso, i cui clienti sono modesti borghesi, sensali o commessi viaggiatori e le cui cameriere, giovani e meno giovani, si portano dentro una profonda tristezza e un male di vivere che i sogni infranti di un avvenire diverso hanno indotto a ripiegarsi su se stesse oppure, all’opposto, a sfidare la società perbenista con gesti inattesi di protesta e di ribellione.

Quest’ultimo aspetto ci porta a parlare dei veri nemici di Maigret: che non sono di certo i criminali cui dà la caccia e nemmeno i superiori che sovente lo intralciano con le loro ridicole pignolerie, ma i piccoli borghesi, di città e di provincia, che in nome dell’invidia, della gelosia, dell’avidità o della noia, finiscono per perdere ogni senso morale, per diventare disumani e per ostacolare il corso della giustizia con il groviglio velenoso del loro astio e della loro omertà; astio e omertà che ricordano altre situazioni della società francese, ad esempio quelle descritte in romanzi come Groviglio di vipere di François Mauriac, Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos, Il caos e la notte di Henri de Montherlant e Leviatano di Julien Green.

Davanti a quelle astiose zitelle di provincia, a quelle zie consumate dal rancore, a quei vecchietti cui la vita non ha insegnato né saggezza né compassione, a quegli osti e a quei portinai che si impicciano di tutti per una forma di curiosità senza calore e senza pietà, a quegli imprenditori che non sanno farsi amare né sul lavoro né in famiglia, tutti chiusi nel cerchio meschino del loro interesse materiale e del loro guadagno, Maigret non giudica e, tuttavia, è profondamente a disagio. Il che non gli impedisce di portare avanti, sino in fondo, la sua indagine, senza riguardi per nessuno e, soprattutto, senza lasciarsi minimamente distratte dalle apparenze o, meno ancora, da quel che dice “la gente” che si crede bene informata.

In questo senso, Maigret è un borghese atipico e, in fondo, fuori posto; perché, a dispetto della sua estrazione, della sua cultura e della sua visione del mondo, egli detesta con tutta l’anima quel complesso di qualità e di difetti che formano l’armatura caratteristica del borghese, primi fra tutti l’ipocrisia e la capacità di muoversi disinvoltamente, senza mai arrossire, nei meandri della più sfacciata doppia morale: una per sé, tollerante e permissiva; l’altra per il prossimo, dura e intransigente.

C’è aria di chiuso, c’è molto cattivo odore – direbbe il buon vecchio Nietzsche – in quei personaggi e in quelle situazioni: sia che si tratti di grandi borghesi dalla moralità (apparentemente) irreprensibile, sia che si tratti di piccoli e piccolissimi borghesi di provincia, baristi, carrozzieri, piccoli commercianti, artigiani. Maigret si salva, di tanto in tanto – oltre che rifugiandosi nella dolce, serena amicizia della moglie – nella simpatia per qualche bambino o bambina coinvolti nelle sue indagini, talvolta perfino nel ruolo di colpevoli; e, quando le circostanze delle inchieste lo richiedono, tuffandosi nell’ambiente semiacquatico degli ampi canali che intersecano la vasta pianura francese e che, con la Senna, si spingono fin nel cuore della vecchia Parigi.

Le storie più avvincenti sono quelle ambientate lungo fiumi e canali, a bordo di chiatte o di vapori carichi di merci, lungo i moli e le banchine ove questi attraccano, nelle osterie che accolgono gli equipaggi. Con il vento dell’Atlantico che spazza la superficie dell’acqua e fa rialzare al commissario il bavero del cappotto, ma che sembra portare poderose boccate di aria fresca e che trasmette, scompigliando i capelli e disperdendo il fumo della pipa, un senso quasi doloroso di libertà, di orizzonti sconfinati non solo dei luoghi, ma anche dell’anima.

Ed ecco, forse, il significato più autentico della popolarità di Maigret, la ragione per cui noi tutti lo percepiamo come una presenza non solo familiare, ma addirittura necessaria, nello spazio della nostra immaginazione. Impavido e incrollabile nel suo senso morale che sa andare oltre la giustizia formale e i chiusi modi di pensare delle coscienze pigre, di quanti sono spiritualmente morti, egli è la personificazione della nostra parte migliore, non senza una segreta sofferenza dovuta alla oscura consapevolezza di ciò che ci impedisce di tradurre quel senso di pulizia morale nella nostra vita di ogni giorno: vale a dire la paura della libertà.

Noi tutti, chi più e chi meno, abbiamo paura di quella libertà, perché, in fondo, abbiamo paura delle responsabilità che ne derivano e preferiamo, tutto sommato, trascinarci dietro le nostre segrete catene, specialmente se sono dorate. Maigret, no. Lui è diverso: perché, come direbbe ancora Pirandello, essendo un personaggio non possiede l’esistenza ma, in compenso, possiede quell’essenza di cui noi siamo così spesso carenti.

Maigret non vacilla, non scende a compromessi. Egli respira i liberi venti della vita in piena sicurezza, anche se, talvolta, non senza un moto di disgusto per le sue brutture, che lo costringe istintivamente a cercare conforto in una chiacchierata con una semplice popolana, o nella compagnia casuale con un bambino (quel figlio che sua moglie non gli ha potuto dare, ma cui ripensa con rammarico), o, ancora, in una silenziosa battuta di pesca in riva a un fiume, nella campagna tranquilla, dove lo sciacquio delle onde suggerisce l’illusione del mare aperto e dei grandi, liberi orizzonti di cui l’anima ha eternamente nostalgia.

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Tratto, con il gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

2 Risposte

  1. enzo
    | Rispondi

    e meno male che era un borghese! già uno che preferisce la pipa all'effimera sigaretta prontocuoci va ammirato a priori!

  2. Paganitas
    | Rispondi

    Il termine borghese è un termine economicista. La contrapposizione tra marxismo e borghesia non è stata così nettamente delineata da Marx. Senza ombra di dubbio la borghesia fu il nemico dichiarato del marxismo. La loro visione del mondo non è però così distante. Marx considerava un passo fondamentale il dominio della borghesia per il compimento del progresso lineare della storia, il trionfo del proletariato e la realizzazione della Gerusalemme terrena. Definisce la borghesia sommamente rivoluzionaria.
    Allo stesso tempo il borghese Conservatore propriamente detto, ritiene l'utopia marxista irrealizzabile per l'impossibilità di raddrizzare in terra, vista come un mondo inferiore ontologicamente e moralmente al cielo, il legno storto dell'umanità. Non crede necessariamente nel cielo, può essere anche ateo e materialista. Il Reazionario e il Progressista sono quindi due figure complementari, come lo sono il Conservatore e il Rivoluzionario. La visione borghese-centrica, capitalismo fine della storia in stile Fukuyama, rappresenta l'altra faccia della medaglia della visione proletario-centrica, in stile marxista. Entrare in questo tipo di "dialettica" non è altro che inconsciamente accettare gli assiomi del marxismo, ovvero: storia lineare, l'esistenza di un legno storto (cioè un peccato originale) raddrizzabile o meno, l'utile come linea guida del homo oeconomicus ecc. Il Conservatore borghese può al limite limitarsi a fare da antitesi alla tesi marxista senza a sua volta poter fare da tesi. La sua visione del mondo o si allinea ad un progressismo moderato volto ad arginare il marxismo, o si attesta in una visione immobilistica della storia destinata a cedere ancora più tragicamente sotto i colpi della critica marxista.
    L'unica possibilità è la Tradizione: Cicli Cosmici, Eterno Ritorno dell'Eguale, Fedeltà alla Terra, Pluralismo ontologico, Volontà di avvicinarsi al Centro della Ruota, Rivoluzione Conservatrice.

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