L’altra filosofia d’Occidente. Le parole sonanti di Massimo Donà

parole-sonantiSarà a causa della nostra vocazione innata per l’estremo, accompagnata da un giudizio critico sui presunti “fondamenti” della visione del mondo attualmente dominante, divenuta senso comune, che seguiamo con interesse ed apprezziamo, fin dai suoi esordi, la via speculativa di Massimo Donà. Inutile negarlo, la sua filosofia recupera un sapere Altro, che ha avuto uno sviluppo carsico, in quanto pensiero “notturno”, “novalisiano”, ma comunque presente, nonostante la marcia trionfale del lógos diairetico-eleatico, in Occidente. Il sapere distintivo ha segnato di sé il percorso intellettuale, esistenziale e politico dell’uomo europeo, sino al limite rappresentato dalla ratio manipolante della tecno-scienza. Sappia preliminarmente il lettore che l’ultimo libro del filosofo veneziano, che di seguito presentiamo e discutiamo, Parole sonanti. Filosofia e forme dell’immaginazione (Moretti&Vitali Editori, Bergamo 2014, euro 20,00), ha provocato in noi una forte impressione. Si tratta di un vero e proprio distillato delle posizioni teoretiche di Donà (il paragone con la bevenda di civiltà europea non scandalizzi, è in qualche misura, connesso alle tesi del filosofo, non casualmente latore di una filosofia del vino).

Innanzitutto, i saggi che compongono il volume sono il risultato dell’intenso dialogo intrattenuto dal pensatore veneziano, nel corso degli anni, con comites intensamente frequentati nella personale “cerca”, dai Presocratici a Plotino, dai neoplatonici rinascimentali ad Andrea Emo, vero nume tutelare, sotto la cui potenza speculativa sono state pensate e scritte queste pagine. La prosa di Donà, in forza di tali nobili “accompagnatori” è, sotto il profilo dell’argomentazione logica, stringente e per certi aspetti ripropone, mutata di segno, la discorsività organicamente strutturata di Severino. Il suo pro-porre ha sempre, implicata in sé, l’emergenza dell’obiezione. Prosa, quindi, costitutivamente dinamica, mossa, risonante: sintonica alle argomentazioni concettuali presentate.

Da un punto di vista generale, Parole sonanti conferma quanto scrisse Karl Kraus. Fare filosofia: “…è entrare in un labirinto”. In un labirinto in cui è custodito il “…mistero della Parola”. Quello di Donà è un percorso mirato a ripensare i diversi linguaggi dell’umano: “…alla luce di una fondamentale risonanza” (p. 11), per individuare vie d’uscita dalle incertezze del dire e dello scrivere. Ma, come è noto, è arduo trovare la via d’uscita dai labirinti. Questi, simboli di Dioniso, dicono semplicemente la possibilità dell’impossibile. In ogni caso, quello tracciato da Donà, ha una porta d’accesso, a nostro parere, privilegiata, il saggio Distante prossimità. Sull’isola di Pasqua o la sua “magia”. La misteriosa storia dell’isola di Rapi Nui, resa arida, desertificata dal conflitto continuo tra i suoi abitanti è metafora della condizione attuale dell’umanità e, al medesimo tempo, monito per tutti noi: “…raggiungere quest’isola credo sia come proiettarsi nel futuro possibile dell’umanità tutt’intera; …è come se ci ammonisse a non dimenticare il fatto che anche la natura ha un’anima” (p. 219). Gli etnologi hanno mostrato che nella cultura dell’isola sono essenziali gli enigmi, quegli stessi che costituiscono ogni singola esistenza, e intorno ai quali l’umanità si arrovella dalle epoche più remote. L’attenzione degli autoctoni era attratta dal tema della morte, così come dal suo “opposto”, l’amore. Nella visione del mondo aborigena vigevano le eterne corrispondenze e simmetrie del cosmo: la finitudine del nostro esserci stimolava in loro la richiesta di salvezza. L’isola di Pasqua, quindi, è esperita da Donà quale metafora del Centro, cui ogni uomo naturaliter tende, pur sapendo di non poterlo mai positivamente incontrare. La simbologia onfalica suggerisce che: “…ogni distruzione potrà comunque venire trasfigurata, e tornare a manifestarsi per il tramite della divina potenza custodita in ogni vero e proprio atto creativo” (p. 222).

Per comprendere appieno quanto sostenuto, è necessario riferirsi al saggio Sul Bianco. Sola mente, chiave di volta, sotto il profilo logico, dell’intera prospettiva di Donà. Nelle sue pagine l’autore ricorda che Matisse diceva il bianco essere l’habitus di ogni vero artista che riesca ad approssimarsi all’arché. A giudizio di Kandinskij, il bianco colpirebbe l’osservatore come un grande silenzio. In altra occasione ci è capitato di rilevare, su questo stesso tema (cfr. Vitaldo Conte-Giovanni Sessa, Pulsional Ritual, Gepas, Avola 2012), come il bianco ri-veli l’indistinzione originaria. A questo stato alludono le tele bianche di Raurchenberg che, è noto, “svegliarono”, portarono a coscienza in John Cage, l’intuizione del suono silenzioso. Donà suggerisce il bianco essere un colore che: “…esprime totale disponibilità e pudore, in-uno;…capace di vero abbandono nei confronti dell’ad-veniente e delle sue infinite possibili connotazioni cromatiche”(p. 150). In quanto somma di tutti i gradi della scala cromatica, nessuna singola determinazione di colore può contrapporvisi: “…ogni altro colore può trovarvi sobrio sostegno…Un sostegno in grado di far accadere l’evento rendendosi silente”(p. 150). Insomma, il bianco si costituisce in forma paradossale, perché in sé non manca mai degli altri colori. Per la qualcosa, gli altri gradi cromatici non sono il bianco, ma il bianco è sempre anche loro. Ciò non significa, comunque, che il rapporto bianco-colori sia, sic et simpliciter, riducibile alla relazione tra la parte e il tutto, in quanto il bianco lascia essere qualsiasi colore venga a determinarsi in relazione ad esso quale sfondo. Agisce come parte, in relazione alle altre parti. Il bianco evidenzia, pertanto, quanto sia necessario ri-definire il lógos e le sue figure, ripropone un sapere negato nell’assolutizzazione dicotomica imposta dal principio d’identità, che dice A essere A e non B. Il bianco è latore di una “totalità” parziale e relativa. Il suo esser negato, poniamo dal rosso, testimonia un negare determinante, che fa essere. E’ la lezione emiana, un negare affermativo: “…il bianco…si afferma nel render manifesto il rosso; anzi proprio nel renderlo manifesto come altro-da-sé. Afferma se stesso perché il rosso è compreso in esso, per quanto nella forma dell’in-visibile” (p. 163). Il bianco negandosi si afferma nel rosso, in quanto vi ritrova sempre qualcosa di sé. La sua è un’affermazione assoluta, svincolata dal polemos delle opposizioni, in quanto la negazione nega in primis sé medesima. Insomma, tutto, nei colori è bianco che ripete sé stesso all’infinito. Il nero infatti dice il semplice “esser negato” del bianco: “…indica un’alterità che non si situa mai… al di là del bianco” (p. 167). La metafisica del bianco che Donà propone è rigorosamente monista, fa ex-sistere il principio solo nella parte e come parte.

Muovendo da tale presupposto logico, il filosofo si fa latore di un recupero dell’originaria cultura mediterranea: “Si tratta di ripensare queste radici; per capire quale sin-fonia si stia ancora eseguendo, e se l’unità, piuttosto che destinarsi a un’immagine rigida che troppo spesso ha funzionato da idolo identitario…possa riuscire a specchiarsi in queste stesse differenze” (p. 89). Da qui il confronto con la tradizione pitagorico-platonica nello scritto Platone e la musica. L’arché del pensiero mediterraneo. Dalle sue pagine si evince che il tratto musicale del filosofare, o più in generale il suo valore musaico, sta nel tentativo di armonizzazione del chaos. La musica filosofica e la filosofia musicale leniscono, quali farmaci, le fratture prodotte dal polemos diairetico. Esse sono azione, movimento, tanto nel micro, quanto nel macrocosmo. Dynamis che dice il principio, il sempre identico a sé: “Pitagora concepiva la musica come potenza capace di unificare i contrari” (p. 93). La musica muove e libera, rende udibile, esplicita quindi, l’esserci degli enti, come rilevato da Marius Schneider. La sua temporalità è promessa: “…di un seguito non ancora essente” (p. 101), è incompiutezza, non-finitudine. L’intuizione pitagorica, sarà limitata da Platone che, distinguendo i generi musicali in positivi e negativi, ripropose in questo ambito la distinzione per eccellenza, quella di essere e nulla. Infatti, il filosofo ateniese non giunse mai, neppure nel Parmenide e nel Sofista, in cui si rese conto dell’aporia implicita nel suo stesso eleatismo, ad ammettere la piena coincidenza degli opposti. Lì pensò uniti nell’esperienza, ma ciò non eliminava la differenza sussistente tra loro. Si badi, quanto riferito non significa che Donà, nella sua esegesi di filosofia della musica si rivolga, in modo univoco, al passato. Infatti, egli ribadisce che: “…la musica moderna e contemporanea, lungi dall’incarnare, nella propria traiettoria, il progressivo processo di consunzione della verità…vada al contrario intesa come occasione di una progressiva emersione del vero nel suo significato più autentico” (p. 104-05). Tutta la musica rinvia all’identità palesata da Eraclito, che dice il polemos e la sua negazione essere uno.

Nel mito è possibile rintracciare evidenti confutazioni dell’asserto presuntivamente veritativo dell’identità. Nella coppia Hermes-Hestia, innanzitutto (Distante prossimità. Antichissima relazione). La determinatezza e la sua unilateralità sono rese possibili dal principio di non contraddizione. Hermes indica, al contrario, il principio in base al quale è possibile chiarire come ogni apparente identità custodisca in sé l’alterità più radicale. Mobilità e immobilità, essere e nulla, sono due volti della stessa realitas. Hermes, dio dell’aperto, è in relazione con Hestia, dea del chiuso. Il loro rapporto originario testimonia che il conoscere cui il sapere ermetico rinvia, non nasce nel giudizio, nella ratio assertiva, ma: “…in una consapevole volontà di verità!…da una sorta di incantesimo che fa dimenticare ogni ingiustizia commessa” (p. 32). Chi, come il dio, varca i confini ed abita la soglia non riconosce l’ultimatività delle distinzioni. Questo “sapere” rivive originalmente, nel senso di “immagine” dell’Origine, nel pensare di Donà, che all’Altro dal positivo rinvia, mentre dice le appartenenze determinate. Per la qualcosa, colloquianti essenziali lungo la sua via, sono i filosofi neoplatonici del Rinascimento.

Tra tutti Bruno che, ne De la causa, principio e uno, sostiene che a distinguere le cose esistenti “è la loro stessa originaria e perfetta indistinguibilità” (p. 499). La vera Sapienza si muove dunque nell’ombra, essa insegna che i distinti dicono il medesimo: “…nell’ombra infatti l’ente è come “riflesso”; ed è presente come ciò che ha luogo nell’altro da sé” (p. 50). Nell’ombra la cosa non è mai quel che è. Chi abbia conseguito tale contezza, il filosofo-poietes, avrà accesso a quel ridere alto che la dossografia attribuisce a Democratico e che Donà ricorda essere stato nelle corde teoriche di Leopardi. Un riso che sgorga da una prospettiva lontana dalla cosalità del mondo, qualità di chi abbia acquisito il coraggio, di fronte al non-senso, di accettare la fine, la morte, la propria morte. Filosofare, classicamente, significa prepararsi a morire e il riso filosofico è inscritto nella negazione originaria, la quale vanifica la tragicità che solitamente si attribuisce allo scontro tra senso e non-senso. Tale riso ha, implicato in sé, il pianto attribuito dalla tradizione ad Eraclito, mentre questi custodisce naturalmente in sé, la risata democritea. Il filosofo veneziano si fa latore di una logica ludica o del non-senso, quintessenza del mondo infantile che, con Deleuze, ci invita ad abitare negli eventi puri, oltre le opposizioni falsificanti indotte dell’“aut-aut”. Il mondo infantile, della fantasia destrutturante, è la perfezione possibile della vita matura: “Si tratta di tornare a frequentare quel senso originario del gioco che nessuno ha saputo rappresentare meglio del mito” (p. 214), secondo il quale la fanciullezza è appunto il sempre possibile futuro dell’umanità. L’altra filosofia, così ci piace definirla, vige, da sempre, come possibilità da recuperare, nel tempo dell’uomo.

Muovendo da tali presupposti teorici, Donà ci guida attraverso la seconda parte del libro, In colloquio. In questi scritti, veri esercizi di ammirazione cioraniani, il confronto dialogico ha per protagonisti grandi contemporanei. La poesia esoterica e mistica dei Canti Orfici di Dino Campana, connotata dal tratto notturno rinviante alla negazione originaria: “…questa presenza che pro-viene da un passato immemoriale non fa sentire i propri passi…Mero riflesso di ciò che sarebbe da sempre stato” (p. 229). La pittura-poesia di Virgilio Guidi, che mette in luce come per l’artista tutte le cose siano esperite per quel che (non) sono. Guidi, maestro della insicura perplessità, già vissuta e tematizzata da Pirandello: la perplessità come esito esistenziale della constatazione che ogni ente, in quanto esistente, non-è. Il linguaggio astratto di Carlo Ciussi e Andrea Zanzotto, entrambi impegnati in una lotta strenua contro l’ingannatrice potenza dell’esperienza empirica del mondo. In loro si rende evidente il logos sconfitto, che Donà ripropone alla nostra attenzione, in quanto: “…consente di travalicare l’orizzonte dello spazio-tempo, aprendoci così…al mistero di un “altro scorrere” (p. 249), mettendoci in condizione di attendere la possibilità dell’impossibile. Tale logos vivifica anche la poesia di Mario Luzi che, in un confronto forte con l’evidenza originaria, riconosce il reale quale luogo in cui l’impossibile si dà. Tale cognizione (da intendersi in senso ulteriore rispetto al raziocinio), è intrascendibile, tanto che anche il falso gli appartiene. Infatti, una verità che debba distinguersi dall’errore, che debba riconoscere l’erroneità dell’errore: “…non può non comprenderlo quale sua originaria manifestazione” (p. 257). Donà colloquia anche con Nancy, con la sua teoria dell’arte. La pratica artistica sospendendo, in quanto “toccare”, il communicativum, produce una epoché e del senso e del mondo. Essa diviene messa in opera del non-senso della vita stessa, una visione lucida che manifesta il nostro eccedere in quanto esistenti gratuiti e ingiustificabili. Il pensatore francese lambisce il nucleo vitale del fare artistico: sostiene che il fondo si dà sempre e solo in un esserci. Con Pessoa, commenta Donà : “…le cose non hanno significato: hanno esistenza. Le cose sono l’unico senso occulto delle cose” (p. 282). Quindi ogni finito ed ogni presenza non sono privazione, incompiutezza, perché in loro si dà ogni volta il medesimo in modo sempre diverso. Per questo, dirimente risulta lo scritto dedicato al Prometeo di Luigi Nono, Massimo Cacciari e Emilio Vedova, rappresentato a Venezia nel 1984. Le vicende di Prometeo sono lette quale paradigma della Libertà infondata. Il filosofo ci sollecita a vivere la libertà come legge, in un processo trasfigurativo. In che modo? Facendo del nostro ergon il nomos: “libero, infondato, e proprio per questo fondante” (p. 294), un modo per riflettere l’incondizionato che è sempre in opera.

In conclusione, Donà ripercorre sentieri davvero interrotti della tradizione speculativa occidentale, e attribuisce, in modo assolutamente originale, alla filosofia un compito arduo ed essenziale: l’acquisizione della trasparenza del vetro. La cosa non stupisca! Il vetro, infatti, è l’unico tra i materiali fisici, a non escludere, dalla propria prospettiva visuale, tutto ciò che esso non è: “Solo il vetro…non nasconde, facendo piuttosto apparire anche ciò che esso non è” (p. 174). La sua quidditas è erotica, vale a dire unitiva, riconnettiva ed accogliente. E’ la medesima agente in ogni poietes, totalmente altra dalla prosaicità del mondo in cui ci è dato vivere, preconizzato da Max Weber nella metafora della gabbia di ferro, invalicabile ed intransitabile. La trasparenza del vetro e le parole sonanti presuppongono, al contrario, sguardi lievi, corrispondenze ed eco.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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