La Tradizione della Res Publica è antidemocratica

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«Je ne suis pour rien…Je suis pour qu’on ne déraisonne pas»
(Ferdinando Galiani, Dialogues sur le commerce des blés)

Che ci troviamo oggigiorno in una babele linguistica in cui il senso delle parole è oramai svuotato, è un fatto riscontrabile da molti. Il riferimento metaforico al neolinguismo orwelliano è oramai una moda dialettica, e non senza ragione. E nemmeno tanto più metaforico.

L’origine di tale confusione, alla radice, è sovente dovuta alla mancata correlazione tra l’ambito teorico e quello pratico, tra una definizione prescrittiva o normativa di un’idea e la sua definizione descrittiva. Si tratta, insomma, di un venir meno della connessione tra la radice metafisica dell’Idea e la sua attuazione pratica, tra la metafisica e la “fisica”, tra il dover essere e l’essere: separazione che è conseguenza di una visione dualistica del mondo (1).

Ricollegare le parole che utilizziamo ogni giorno alla loro radice ideale, significa ripristinarle nel loro effettivo significato e del loro effettivo contenuto, così come tradizionalmente definite. Abbiamo già accennato, in articoli precedenti, a chiarimenti riguardo a termini quali essere, razionalità, moneta, tempo e libertà.

Similmente alla confusione e fusione venutasi a creare tra i termini libertà ed uguaglianza (2), una simile sorte è toccata ai termini democrazia e repubblica. Anche in questo caso, se si va a sondare le diverse posizioni degli studiosi, ci si imbatte in un vero e proprio ginepraio.

Atene, agorà.
Atene, agorà.

Originalmente, i termini nascono tra loro antitetici: «Res publica è «cosa di tutti», mentre democrazia stava, in Aristotele, per «cosa di una parte» (il demos come parte povera del tutto). E se democrazia allude al «potere di qualcuno» (di una parte), res publica allude invece all’interesse generale, al bene comune. […] Storicamente la differenza tra democrazia e repubblica diventa addirittura una opposizione. Alla fine del XVIII secolo, nel 1795, Kant criticava coloro che avevano cominciato a «confondere la costituzione repubblicana con quella democratica», osservando che – quanto all’esercizio del potere – ogni regime è «repubblicano o dispotico», e che la democrazia, nel senso proprio della parola, «è necessariamente un dispotismo». I costituenti americani non erano di diverso avviso. […] Anche la rivoluzione francese aveva in mente l’ideale di repubblica» (3). Unica parziale eccezione fu Rousseau che apprezzò la democrazia ma comunque in subordine alla repubblica, tuttavia «se «democrazia» veniva riferita a Atene, Rousseau era allineato: quella di Atene fu cattiva democrazia. Egli pregiava invece spartani e romani, che mai furono democrazie. […] «Chiamo Repubblica» scriveva «ogni Stato governato da leggi…perché solo così governa l’interesse pubblico. Ogni governo legittimo è repubblicano» (Contratto Sociale, II, 6)» (4). Sartori, partendo dall’idea che la storia delle parole e dei loro significati, idea da noi condivisa, rifletta la storia tout court, sostiene che «il rigetto della parola democrazia sino al XIX secolo attesta quanto il tracollo della democrazia antica sia stato memorabile e definitivo. Alla stessa stregua il termine riemerge, quando riemerge, per disegnare una realtà del tutto nuova: ché le nostre sono, in realtà, democrazie liberali» (5).

Insomma, la Res Publica viene qui intesa come forma di Stato (6), il cui fine è il Bene collettivo. La democrazia è invece propriamente da intendersi come forma di governo (7), ove la sovranità spetta al demos, anticamente ed etimologicamente inteso come parte inferiore della società, la “massa” oggi diremmo; in realtà quando oggigiorno si parla di democrazia come governo del popolo, si sottintende spesso la popolazione nel suo complesso, ma in realtà così dicendo si sta parlando non di democrazia, ma di quell’ibrido concetto di “repubblica democratica” (8).

La forma di Stato indica la finalità dello Stato, da intendersi come persona giuridica collettiva di diritto pubblico, la quale esiste come titolare di un potere sovrano, la cui sovranità è esercitata da una data forma di governo. La forma di governo è il mezzo utilizzato al fine stabilito dalla forma di Stato.

Ora, quando si parla di repubblica democratica non si può che intendere l’unione di una forma di Stato con una forma di governo, altrimenti non se ne comprenderebbe il senso logico. E tuttavia ci pare una contraddizione in termini: che il Bene collettivo sia gestito dalla collettività, o più precisamente dalla maggioranza di essa, equivale ad affermare che il Bene del governato sia gestito dal governato stesso, ossia che il governato sia anche governante. Non è un governo, ma un auto-governo (9).

La parola democrazia, coniata da Erodoto, sostanzialmente sparì con la democrazia ateniese nel 323 a.C., la quale durò per circa un secolo e mezzo. Dopodiché «per circa duemila anni di «democrazia» non si parla quasi, e quando viene ricordata la parola è derogatoria. Nel De Regimine Principum Tommaso fa testo per tutti: «quando un regime iniquo è condotto dai molti (per multos), viene detto democrazia» (10). Per duemila anni l’ottimo regime, la forma politica ideale, è stata chiamata respublica, repubblica. E dire repubblica è diversissimo dal dire democrazia» (11).

Ma al di là della moderna ed arbitraria interpretazione del concetto di democrazia come potere non del solo demos ma di tutti, e riferendoci all’originaria definizione, etimologica e concettuale, di democrazia, possiamo notare che democrazia e repubblica sono logicamente incompatibili. Il fine della Res Publica è il Bene (ideale metafisico) di tutti; il fine della democrazia, invece, è il potere (fenomeno fisico) di una parte del tutto (il demos, la parte meno abbiente, inferiore, della società). Sono incompatibili perché riguardano piani diversi, uno ideale e l’altro fenomenico: “repubblica democratica” non ha alcun senso logico, tanto quanto “liberal democrazia” (12).

democrazia-sfigurataQuesta incompatibilità non è certo una realizzazione moderna: «Il dualismo tra repubblica della ragione e repubblica della passione attraversa la tradizione repubblicana antica e moderna. Lo si può leggere come esemplificativo del dualismo tra repubblica e democrazia, tra un sistema ben ordinato perché centrato sulla virtù e sulla competenza e un ordinamento politico che appare strutturalmente incapace di proteggere la repubblica sia dagli interessi di parte che dalle «tempeste» e dall’anarchia delle masse» (13). In altre parole, un dualismo tra un sistema il cui fine del Bene comune rappresenta un dovere, una libertà da, ed un sistema il cui fine del potere (del demos) rappresenta un diritto, una libertà di.

Repubblica della ragione: un’espressione quanto mai esplicativa della natura razionale, filosofica e tradizionale della Res Publica. E non è casuale che l’ideologia sottostante alla repubblica della passione, o democratica, abbia teso a dare una connotazione negativa al termine razionale, associandolo ad un razionalismo freddo, calcolatore, privo di umanità o perfino di spirito.

Ma la ragione della Res Publica non è una razionalità pura, o dianoetica, bensì una razionalità illuminata, noetica e metafisica. Ex oriente lux, ma ex occidente ratio lucis (14): è in occidente che la luce intellettuale è stata portata a ragione, creando una civiltà razionale, della quale la Res Publica è la forma di Stato tradizionale per eccellenza. Una trascendenza immanente, così come espressa nella essenza da tutta la vera tradizione filosofica che è tradere della ratio (dianoesis), e nei casi migliori della ratio lucis (noesis), trasmissione della luce dell’intelletto ma in forma razionale.

La forma di governo riguarda la distribuzione del potere, all’interno della comunità; mentre la forma di Stato riguarda la finalità della comunità, applicata nel concreto da una data forma di governo. La finalità e la distribuzione del potere sono regolate dalla Legge dello Stato, come persona giuridica collettiva di diritto pubblico, distinta dai singoli membri della comunità.

res-publica-res-populiLegge che, nel caso della Res Publica tradizionale, ha origine nel Fas, ossia nella Legge divina. È una forma di Stato che si auto-impone, endogena e per sua natura non esportabile, in quanto basata su una connessione metafisica nel Fas, che non può essere imposta. Diversamente, la repubblica democratica, chiamata solitamente democrazia, è esportabile in quanto pura credenza ideologica, non Idea, priva di alcuna radice metafisica endogena, laddove vi sia terreno fertile, ovvero dove non vi siano opposizioni di altre ideologie più forti, tipicamente religiose (15).

Come già sosteneva Platone (16), nella Repubblica, tale Legge non può che essere applicata in modo ordinato e giusto da coloro i quali hanno una connessione con la Legge superiore divina, il Fas dell’antica romanità. Per Platone, è necessario «costituire guardiani quelli che dìano garanzia di saper custodire le leggi e le tradizioni degli stati» (VI, 484 b) e che sappiano anche «guardare la somma verità, a riportarvisi sempre, a contemplarla più esattamente possibile, e così a stabilire per questo nostro mondo i canoni relativi alle cose belle, giuste, buone, se occorre stabilirli, e a custodire e conservare i canoni già vigenti» (VI, 484 c-d). Per Platone, quindi, il ruolo del vero Filosofo, come guardiano dello Stato, è un ruolo di custodia e di trasmissione della Tradizione in senso metafisico.

I veri áristoi, dall’alto della loro visione monistica del Reale, amano sempre «quell’essenza che perennemente è» e «l’amano tutta, e che volontariamente non rinunciano a una sua parte, né piccola né grande, né più né meno preziosa» (VI, 485 b). Per Platone, come per Hegel, il Reale è razionale: «chi pensa seriamente alle “cose che sono” […] tali persone guardano invece a oggetti ordinati e sempre invariabilmente costanti, e osservano che non si fanno reciproca ingiustizia, ma che se ne stanno tutti ordinati secondo un principio razionale» (VI, 500 b-c). Per tal motivo, solo i veri Filosofi, brahmini e ksatriya al contempo (17), hanno il dovere-diritto di governare la Res Publica, perché «mai uno stato potrà essere felice se non è disegnato da quei pittori che dispongono del modello divino» (VI, 500 e).

platoneLa “repubblica della passione”, la repubblica democratica liberale, è borghese, ne è dimostrazione il fatto che l’ambito economico domina in essa, nella pratica, su quello politico e su quello culturale. La Res Publica, o “repubblica della ragione”, supporta invece in egual modo le tre sfere della società, ma con un ordine preciso, almeno nella sua forma integrale e completa: l’aspetto culturale, che nella tradizione è sempre spirituale, dei brahmini, funge da guida per l’aspetto politico (ksatriya) il quale, a sua volta, regola l’ambito economico (vaisiya) (18). Ma oggigiorno, nella società del terzo stato borghese, solo apparentemente del quarto stato, spetta alla classe immediatamente superiore degli ksatriya il ruolo della ribellione, e di assumere su di sé, gioco forza, il doppio ruolo di filosofo-guerriero.

La borghesia, mercantilistica, iniziò con il privare gli ksatriya (reali, aristocrazia) dapprima del potere di emissione della moneta (prime banche centrali della seconda metà del XVII secolo, quella svedese e quella inglese), dopodiché con essa avviò la cosiddetta rivoluzione industriale, e da tal potere monetario ed economico iniziò la modifica, a proprio favore, dell’ambito politico e culturale, con l’instaurazione di una forma di governo liberal-democratica.

Dirsi antidemocratici, oggi, sembra quasi una bestemmia tanto si è imbevuti, soprattutto in occidente, dell’ideologia democratica. Parlare di un’élite, in senso platonico, che debba essere ricostituita, sembra quasi un’offesa alla collettività, o un atto eversivo dell’ordine sociale. Ma è invece la naturale struttura piramidale della società tradizionale che deve essere ricostituita, al fine di riportare ordine sociale. D’altra parte si sa «che «elitismo» è oggi in bocca a tutti. Cosa voglia dire non si sa; ma si sa benissimo a cosa serve: serve ad attaccare la «selezione» travestendola e denunziandola come «discriminazione»» (19).

La nòttola di Minerva deve ritrovare il suo habitat naturale nel mondo fenomenico e sociale, come guida intellettuale di una novella ariste politeia. Non áristoi di censo, ma di qualificazione spirituale, che sappiano usare la mens secondo misura (20) ed ordinare, in modalità sintropica, una Res Publica aristocratica vera quale, probabilmente, mai si è vista storicamente, né con gli Scipioni, né a Venezia, né altrove e in altro tempo.

Note

1 In essenza, la visione monistica vede la realtà come Bene, ma in tante gradualità quanti sono gli enti dell’Essere, ove una data gradualità di Bene, inferiore al Bene assoluto, è definibile come male, o assenza di Bene, a quel dato grado. «Ci si deve opporre in ogni modo all’affermazione che la divinità, che è buona, cagioni dei mali a qualcuno», sosteneva Platone (Repubblica, II, 380 b). La visione dualistica, invece, vede la realtà come opposizione tra Bene e Male, ove il Male è visto come separato dal Bene: irrazionale, poiché illogico considerare l’esistenza di un’opposizione all’Essere, che tutto è. E l’Essere è, platonicamente, il Bene stesso.

2 Cfr. nostro Libertà e Tradizione.

3 G. Sartori, Democrazia. Cosa è, RCS, Milano 2007, pp. 150-151.

4 Ibid., p. 151.

5 Ibid., p. 151.

6 Lo studio delle forme di Stato riguarda tipicamente solo lo Stato moderno, quell’ordinamento giuridico, territoriale e sovrano che inizia a manifestarsi nel XVI secolo. La repubblica, soprattutto a partire dal XVIII secolo e con la rivoluzione francese, viene ad essere intesa come forma di governo contrapposta alla monarchia. Il che, etimologicamente, ci pare avere poco senso logico e dare adito ad ulteriore confusione terminologica. Similmente a quanto accade alla democrazia, che viene intesa talvolta come forma di governo, talaltra come forma di Stato.

7 Come già sostenevano Erodoto, Platone ed Aristotele, tutti e tre dando alla democrazia un’accezione negativa.

8 Termine introdotto da Montesquieu in De l’esprit des lois, Barillot, Genève 1748.

9 Anche qualora la forma di governo sia una democrazia rappresentativa, trattandosi di mandato dei rappresentanti a nome dei rappresentati (collettività), la titolarità del governo rimane in capo alla collettività.

10 Considerando l’enorme e determinante influenza del pensiero tomista sulla dottrina cattolica, ci pare problematico il supporto di una visione democratica da parte della Chiesa cattolica; alla luce, tanto più, della monarchia assoluta vigente nello Stato della Città del Vaticano.

11 Ibid., p. 150.

12 La critica verso la liberal democrazia è molto più evidente, nei fatti, di quella verso la repubblica democratica; la motivazione è, a nostro avviso, che la critica verso la liberal democrazia risenta in modo preponderante della componente economica del liberalismo e degli effetti percepiti come conseguenza dell’adozione dello stesso. Effetti non altrettanto “palpabili” nel caso della repubblica democratica. Già Tocqueville, d’altra parte, affermava che «le repubbliche democratiche rendono immateriale il dispotismo».

13 N. Urbinati, Democrazia sfigurata: Il popolo fra opinione e libertà, UBE, Milano 2014, s.p..

14 Ratio lucis è un’espressione usata da Marsilio Ficino.

15 Esempi classici di esportazione efficace della democrazia sono il Giappone e l’India: nel primo caso la quasi “laicità” e flessibilità dello scintoismo non hanno creato alcun problema ideologico, nel secondo caso invece la questione fu un poco più complessa. Gli inglesi dovettero cedere alla separazione dall’India della parte musulmana, che poi divenne Pakistan e Bangladesh, pena l’impossibilità dell’attecchimento del costituzionalismo britannico.

16 Vi sono stati negli ultimi decenni vari tentativi di associare la filosofia politica di Platone alla liberal-democrazia, soprattutto attraverso l’uso del mito di Protagora, accennato da Platone nell’omonimo scritto. Tentativi, a nostro avviso, alquanto velleitari, se non ridicoli.

17 Platone pone quasi sul medesimo piano filosofi e guerrieri, avvicinandosi in tal modo al concetto di filosofo-guerriero evoliano. D’altra parte, anche in certe tradizioni orientali, pensiamo ad esempio nel buddhismo, nel taoismo e nello scintoismo, il ruolo spirituale e quello guerriero, soprattutto come maestro di arte marziale, non sono separati. Questo è da intendersi con l’idea che colui che si situa in una determinata classe sociale, nella tradizione, abbia già acquisito le facoltà, in questa vita o in altre passate, che spettano ai membri di classi inferiori. Così, il filosofo-brahmino saprà anche essere guerriero e buon amministratore, persona pratica nelle attività economiche e finanche servo, ma verso il divino e non verso altre persone.

18 Gli shudra sono tali per vaisiya, ksatriya e brahmini: in tal senso, non vi è incompatibilità tra la presenza di quattro classi sociali e di sole tre sfere sociali. Quattro classi che, almeno dal medioevo occidentale, diventano di fatto tre, venendo meno lo schiavo come classe a sé, per quanto non ancora abolito di fatto. Per ridursi a due, terzo e quarto stato, a partire in particolar modo dalla rivoluzione francese.

19 G. Sartori, cit., p. 112.

20 «La mente è ciò da cui è il termine e la misura di tutte le cose. Ritengo che la mente si chiami così dal misurare».(Mentem esse, ex qua omnium rerum terminus et mensura. Mentem quidem a mensurando dici conicio) (N. Cusano, De Mente, I, 57).

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