La tracotanza e il servilismo

Viviamo senza dubbio in tempi di imbonimento mediatico. Guardando a quella cosa penosa che è diventata oggi la sedicente informazione, si nota con chiarezza solare che fatti di cronaca nera che un tempo avrebbero occupato per un tempo relativamente breve le pagine interne dei giornali, sono diventati degli affari di stato oggetto di una sovraesposizione mediatica martellante che cerca di coinvolgere tutti noi tendenzialmente all’infinito. Questo avviene probabilmente perché la formula televisiva dei reality show ha dimostrato di non funzionare granché bene nell’ipnotizzare il pollame costituito dal pubblico del piccolo schermo, e il fine, evidentemente, è sempre lo stesso, panem et circenses, offrire distrazioni che allontanino la gente dalla riflessione sui problemi reali.

Più una vicenda è squallida, più i media ci pescano a piena mani. Io credo che, ad esempio i nomi di Melania Rea, Salvatore Parolisi, Sarah Scazzi, Michele e Sabrina Misseri, Yara Gambirasio siano giocoforza diventati familiari a tutti noi.

Ad essere sinceri, non è che qualche insegnamento sul mondo nel quale viviamo, queste vicende non lo offrano; pensiamo per tutti al caso di Anna Maria Franzoni, la madre assassina di Cogne: è diventata una star, alle udienze del suo processo, un pubblico strabocchevole, soprattutto femminile, si è conteso i posti in aula creando un imponente problema di servizio d’ordine, e non parliamo naturalmente di quanti, (di quante) hanno “premiato” la sovraesposizione mediatica del caso di Cogne con un’audience eccezionalmente elevata. Il fatto è che, più o meno consciamente, moltissime donne si sono riconosciute in Anna Maria Franzoni, che ha fatto ciò che anche loro desidererebbero fare, ed è diventata, per così dire, la loro portabandiera.

Il modo di vivere e di concepire la vita insegnato dalla “cultura” contemporanea è tutto imperniato sulla soddisfazione e la gratificazione immediate. Non c’è posto per la dedizione, il sacrificio o anche la capacità di fare progetti a lungo termine. Le donne arrivano a diventare madri con un’idea della maternità plasmata dalla pubblicità dei prodotti per l’infanzia (sempre la televisione, il grande totem dei nostri tempi) e si scontrano con il fatto, al quale sono psicologicamente del tutto impreparate, che avere un bambino comporta sacrificio, dedizione, fatica, notti insonni, non avere tempo per sé, drastica riduzione delle occasioni di divertimento e di relazione sociale.

In linea di massima, però, la criminologia spiccia che ci viene ammannita in dosi generose serve soprattutto a distrarci da questioni ben più importanti e con ben altro impatto sulla vita di tutti noi.

Pensiamo solo al fatto che noi oggi ci troviamo a vivere la situazione paradossale di subire i tagli al welfare e i sacrifici economici imposti da un governo che non è in nessun modo espressione di una maggioranza voluta dagli elettori ma che ci è stato imposto con un inedito “commissariamento” da parte dell’UE, tagli e sacrifici che non serviranno a farci uscire dalla crisi economica ma solo a renderla più grave a esclusivo beneficio degli usurai della BCE (e al riguardo vorrei rimandarvi a un’attenta lettura del mio articolo Il coltello alla gola pubblicato su sito del Centro Studi La Runa), eppure l’esempio dell’Ungheria dimostra che resistere ai diktat della BCE e salvare il nostro futuro è possibile.

In una situazione come questa, un evento da sfruttare mediaticamente quanto più possibile per distrarre la gente dai problemi veri, ci voleva proprio, ed è capitato il naufragio della nave Costa Concordia davanti all’Isola del Giglio. Io non dico che questo incidente sia stato provocato, ma di certo capita a fagiolo.

Stando così le cose, io avrei evitato di parlarvene a mia volta, se non fosse per il fatto di aver notato nella faccenda un’incongruenza che apre scenari del tutto inediti, ma prima sarà forse il caso di dire qualche parola sul modo in cui i mass media, a livello nazionale e internazionale, hanno trattato la questione.

Il comandante Schettino, che avrebbe abbandonato la nave con codarda tempestività, è subito diventato popolarissimo, una macchietta sui media e sul web, venendo in qualche modo a rafforzare lo stereotipo dell’italiano congenitamente vigliacco. Ai media internazionali non è parso vero di avere un’occasione in più per coprirci di sterco, e per ulteriore disgrazia sembra che esista un buon numero di nostri presunti connazionali che pare compiacersi di ciò.

Perché mettere sotto i riflettori un comandante che non è stato all’altezza del suo ruolo, e non parlare quasi per nulla di un commissario di bordo che si è prodigato rischiando la vita e che ce l’ha quasi rimessa per mettere in salvo i passeggeri, e che pure, del pari, non è di certo né uno svedese né un marziano, e neppure un superuomo yankee?

Gli Italiani sarebbero nella loro generalità incapaci di coraggio? Considerando la nostra storia anche recente, proprio non si direbbe. Mi vengono in mente gli episodi della seconda guerra mondiale dove i nostri soldati furono soverchiati da nemici superiori per numero e per mezzi, ma diedero prova di un valore indiscutibile, El Alamein, dove ributtarono indietro i tank britannici e Nikolajewka dove fecero altrettanto con quelli sovietici, in entrambi i casi quasi a mani nude. Mi vengono in mente le parole del nostro grande Silvano Lorenzoni, un periodo che da solo vale interi trattati di sociologia:

“E’ opinione dello scrivente che fra le popolazioni dell’area geografica italiana la percentuale di vigliacchi, traditori, disonesti, abietti non sia superiore a quanto possa essere in tanti altri paesi. Ma la “qualità”/il difetto di nascita dell’Italia è tale che quel tipo di figuri hanno nello spazio politico italiano più “spazio di manovra” e possibilità di emergere che in tanti altri paesi. E peggio ancora, l’Italia è un luogo nel quale essi, più facilmente che in tanti altri paesi assurgono a rappresentare la “tipicità”.

Questa favola della presunta vigliaccheria italiana è stata appassionatamente coltivata allo scopo di farne una profezia che si auto-adempie, oltre che dalla sinistra da sempre avversa a tutto ciò che è nazionale, almeno fino a quando l’emergere del fenomeno leghista l’ha costretta a un ridicolo dietrofront, da chi ha ininterrottamente governato l’Italia dalla fine della seconda guerra mondiale al 1991, e ha cercato di renderla quanto meno caserma e quanto più sacrestia possibile, e soprattutto da chi, alle spalle di questi ultimi, ha condizionato e continua a condizionare la nostra vita civile e il nostro costume da secoli, ed è mia opinione che se un giorno gli Italiani dovessero davvero presentare il conto alla Chiesa cattolica, i danni prodotti alla fibra morale del nostro popolo, non sarebbero la voce più piccola  e meno importante dell’elenco.

Ma torniamo al naufragio della Costa Concordia. Se si esamina la tempistica dell’incidente, ci si accorge di qualcosa di molto strano. La nave sarebbe andata a urtare contro lo scoglio vicino all’Isola del Giglio e avrebbe iniziato a imbarcare acqua alle nove e mezza di sera. Cinque minuti dopo, alle 21 e 35 il comandante Schettino si mette in contatto con un funzionario della Costa Crociere. Tuttavia l’allarme viene dato oltre un’ora dopo, intorno alle 22.40. Cosa è stato fatto in quell’ora, non solo da parte del comandante Schettino, ma anche da parte della Costa Crociere dove si sapeva che una nave con quattromila persone a bordo era a rischio di affondamento?

Sappiamo che Schettino non si è curato della vita dei passeggeri a lui affidati, ma si è preoccupato di portare con sé un computer (che gli è stato sequestrato al momento dell’arresto la mattina dopo) e uno smartphone (di cui si sono perse le tracce) e pare abbia tentato di manomettere una delle tre scatole nere di bordo. E’ chiaro che ha avuto tutto il tempo di cancellare eventuali messaggi. E alla Costa, cosa facevano dalle 21.35 alle 22.40?

E’ chiaro che Schettino si è dato da fare per coprire delle responsabilità, ma quali? Non le sue, che non potevano essere nascoste. Ce ne sarebbe più che a sufficienza per imporre a qualsiasi GIP appena un po’ sveglio di iscrivere Costa Crociere nel registro degli indagati, ma questo non è successo e non succederà, e il motivo è ovvio: la Costa Crociere non è altro che un’emanazione della Carnival, una società americana.

Per intenderci, la Carnival – Costa è una multinazionale delle crociere che usa personale di tutto il mondo, proveniente soprattutto dai Paesi più poveri, sottopagato e di sicuro insufficientemente addestrato soprattutto per le emergenze, potremmo dire – volendo – che è una sorta di equivalente turistico di quel Mc Donald’s che con la sua catena di fast food ha contribuito notevolmente a diffondere la diseducazione alimentare e l’epidemia di obesità che colpisce sempre di più anche da noi, soprattutto fra i giovani.

Il naufragio – come minimo colposo – della Costa Concordia va ad aggiungersi all’elenco già considerevolmente lungo dei delitti commessi da cittadini statunitensi sul nostro suolo o – come l’uccisione di Nicola Calipari – a danno di cittadini italiani, e rimasti e destinati a rimanere per sempre impuniti. Vogliamo ricordarne qualcuno?

“L’incidente” di Ustica: nonostante tutte le cortine di fumo e i depistaggi sollevati, si sa benissimo come sono andate le cose: il DC9 dell’Itavia fu abbattuto dal missile lanciato da un aereo da caccia americano che inseguiva un velivolo libico.

“L’incidente” del Cermis: i cavi della teleferica furono tranciati da un aereo da ricognizione statunitense tipo “prowler” i cui piloti, quattro cow boys ubriachi, si erano messi a fare pericolose evoluzioni a bassa quota. Le autorità americane si sono rifiutate di consegnare all’Italia i quattro assassini identificati con certezza.

Poco tempo dopo la strage del Cermis, in un albergo di Roma scoppiò un incendio causato da due turiste americane che provocò la morte di quattro persone. Le due donne ubriache fradice avevano buttato dei mozziconi accesi in un cestino che avevano riempito di carta e dove avevano versato il contenuto di una bottiglia di whisky. Alla polizia italiana fu consentito di indagare (ossia mettere il sale sulla coda) solo dopo che l’ambasciata yankee di via Veneto ebbe provveduto a rimpatriare le due assassine in tutta fretta.

L’omicidio per errore del funzionario italiano in Irak Nicola Calipari, freddato a un posto di blocco da un marine dal grilletto facile. Anche in questo caso le autorità yankee si sono rifiutate di consegnare il responsabile a quelle italiane.

Il caso più vergognoso, più umiliante per chi ha il senso della giustizia e vorrebbe che questa nostra disgraziata Italia non fosse così bassamente asservita al dominatore d’oltreoceano, è stato con ogni probabilità il delitto di Perugia. Qui, durante una festicciola di halloween a base di sesso, alcool e forse meno naturali e più stupefacenti ingredienti, una studentessa inglese, Meredith Kercher è stata uccisa, forse per aver resistito a un tentativo di stupro, dai suoi “amichetti”, l’ivoriano Rudy Guede, l’italiano Raffaele Sollecito e l’americana Amanda Knox.

Come era prevedibile, dopo che Amanda e Raffaele sono stati condannati in primo grado, in attesa del processo di appello, negli Stati Uniti si è scatenata un’enorme pressione mediatica, Amanda Knox è diventata un’eroina, una novella Giovanna D’Arco di cui si invocava la liberazione a tutti i costi. E’ intervenuto persino il Segretario di Stato, l’ex first lady Hilary Clinton. A costei non deve essere parso vero di avere un’occasione di “mostrare i muscoli” a poco prezzo dopo il fallimento dell’intervento umanitario in favore di Haiti terremotata (il cervello, quello gli yankee non lo possono mostrare, perché per mostrare qualcosa bisogna averla). Un’ingerenza della politica nell’azione giudiziaria che non sarebbe stata tollerabile già all’interno di un singolo stato.

Alla tracotanza americana, è prontamente corrisposto il servilismo italiano, il processo d’appello è stato una ridicola e umiliante farsa; le prove che avevano determinato la condanna in primo grado (prova chiave il reggiseno di Meredith su cui era stato identificato il DNA di Sollecito) sono comparse in aula irrimediabilmente deteriorate, e così un’altra assassina a stelle e strisce è stata rimessa in libertà con tutti gli onori.

Ora, io vorrei evidenziare che questo atteggiamento di arrogante supponenza che fa sì che gli Stati Uniti non tollerino che lo yankee responsabile delle azioni più infami possa essere chiamato a rispondere davanti a un tribunale estero non dipende da un’elevata considerazione dei propri cittadini: la “giustizia” americana è una delle più spietate del mondo, che in più di un caso è arrivata a condannare a morte minorenni. No, si tratta di un “principio” diverso, semplicemente i servi, quali ci considerano, non devono avere il diritto di giudicare i padroni.

L’altra faccia della medaglia della tracotanza americana è ovviamente l’assoluta mancanza di rispetto per la sovranità altrui. Non ho purtroppo sottomano il numero preciso degli “interventi” di tipo militare fatti senza dichiarazione di guerra nello spazio territoriale altrui dagli Stati Uniti dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi: dal Vietnam all’Afghanistan, da Grenada all’Irak, Cuba, Santo Domingo, Serbia, Cambogia, Libia, un po’ dappertutto, seminando allegramente bombe e napalm, ma è un numero che certamente si scrive con tre cifre.

Non parliamo naturalmente di embarghi, sabotaggi, atti di pirateria informatica, quelli proprio non si contano, come l’ultimo recentissimo contro l’Iran. Il concetto di base che ispira la politica americana è che questo pianeta nella sua interezza non è altro che una periferia degli Stati Uniti.

Per gli USA, l’abbiamo visto, i trattati internazionali sono pezzi di carta, a cominciare da quelli di estradizione, e se non tollerano che il peggior criminale a stelle e strisce compaia davanti a un tribunale straniero, non si sono a loro volta mai fatti scrupolo di sottoporre a processi (farsa, naturalmente) neppure capi di stato stranieri rei di svolgere una politica contraria ai loro interessi tutte le volte che sono riusciti a mettere loro le mani addosso: Karl Doenitz, Slobodan Milosevic, Saddam Hussein, per fare qualche nome; esemplare il caso di Slobodan Milosevic, il presidente serbo che gli assassini a stelle e strisce non hanno avuto il coraggio di portare nell’aula di un tribunale internazionale dove egli avrebbe avuto modo di denunciare la vilissima aggressione NATO contro il proprio Paese, e si è preferito avvelenare in carcere. Analogamente Muhammar Gheddafi è stato vittima di una “esecuzione preventiva”.

Si può constatare non senza amara ironia che l’unico straniero che la “giustizia” americana ha rinunciato a perseguire in quanto capo di stato estero, è stato Joseph Ratzinger che in quanto presidente della Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Sant’Uffizio) ha insabbiato le numerose segnalazioni sui preti pedofili negli Stati Uniti e altrove, poiché mentre il procedimento era in corso, lo stesso è diventato papa Benedetto XVI.

Io personalmente ritengo che il totale, umiliante servilismo nei confronti del moloc americano da parte dell’Italietta democratica e antifascista nata dal tradimento dell’8 settembre 1943, sia una delle nostre maggiori vergogne nazionali. La cosa sarebbe forse meno umiliante se questo atteggiamento fosse limitato alla classe politica, che tutti indistintamente sappiamo composta di intrallazzatori e disonesti. Purtroppo le cose non stanno così.

Anni fa mi è capitato di ascoltare un’intervista televisiva a una certa signora presentatrice e conduttrice di reality show che molto appropriatamente risponde al nome di S. Ventura (cioè sfortuna, iella, disgrazia). Costei, con l’espressione gioiosa tipica di un personaggio mediatico che sta per dire una colossale stupidaggine, ha dichiarato di amare l’America e di aver insegnato ai suoi figli ad amarla. I miei genitori, persone di certo molto meno trendy (perché anche la nostra lingua si sta imbastardendo) della signora Sventura, mi hanno insegnato ad amare l’Italia, e io ho insegnato la stessa antiquata cosa ai miei figli.

Purtroppo, non si tratta certo di un caso isolato: da tutto il sistema mediatico spande una nauseante americanofilia. Ricordo ad esempio un irritante piagnisteo da parte di una trasmissione televisiva altre volte seria, “Super Quark”, in un servizio sullo sbarco in Normandia, sui poveri giovanottoni yankee morti “per la nostra libertà”. Che lo sbarco in Normandia sia stata un’operazione mal preparata e mal condotta che senza l’enorme sproporzione delle forze in campo, si sarebbe risolta in un disastro per i nemici dell’Europa, questo è un fatto, ma i nostri caduti dove li mettiamo? Gli eroi di El Alamein o i ragazzi della RSI che nel 1944 sfondarono le linee angloamericane in Garfagnana (un successo che non fu possibile sfruttare per mancanza di riserve), e i civili, i bambini vittime del bombardamento di Gorla, gli infoibati dell’Istria e della Venezia Giulia; non sono degni che su di loro si versi neppure una lacrima?

Tuttavia, questo è ancora il minimo. Pensiamo al danno enorme rappresentato dall’americanizzazione, cioè dall’imbarbarimento della nostra cultura e del nostro stile di vita. A una civiltà più che bimillenaria si sta sostituendo una “cultura” rudimentale, infantile, fracassona e irrimediabilmente stupida.

Non è un caso che il titolo di questo articolo richiami il famoso pamphlet della non rimpianta Oriana Fallaci La rabbia e l’orgoglio scritto all’indomani dell’attentato dell’11 settembre 2011, e della bella risposta datale da Franco Cardini: La paura e la vergogna che ne smontava le paturnie americanofile. E come dimenticare il bel saggio di Maurizio Blondet Auto-attentato in USA, un bellissimo esempio di autentico giornalismo investigativo che illustrava bene i molti indizi che fanno ritenere inverosimile l’attribuzione dell’attentato ai terroristi islamici e lasciano intravvedere invece lo zampino della CIA e del Mossad israeliano. Saggio che costò a Blondet il suo lavoro come giornalista de “L’avvenire”, a riprova del fatto che in democrazia si può propalare qualsiasi sciocchezza delirante, ma se si osa dire la verità, te la fanno pagare.

Ricordo con disgusto all’indomani dell’attentato, una grande manifestazione capeggiata a Roma dagli allora leader del centrodestra (e a quel tempo solidamente alleati) Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, dove le poche bandiere italiane sembravano quasi contaminate, infettate in mezzo al profluvio di stracci a stelle e strisce e stelle di David. Poco dopo, arrivò la dichiarazione dell’allora leader dell’opposizione di centrosinistra, Francesco Rutelli, a dire del quale i due non erano stati abbastanza pronti nel presentare agli Stati Uniti la solidarietà italiana. Centrodestra e centrosinistra competevano in un’umiliante gara di servilismo.

La cosa più ironica, però, è che questi ipervitaminizzati superuomini yankee che si credono i padroni del mondo, in realtà non sono padroni di un bel nulla.

Avete presente la metafora biblica del possente toro condotto al pascolo da un fanciullo? In realtà non è un’impresa così difficile, perché la cartilagine nasale dei bovini è molto sensibile, e basta un anello infisso in essa, e una corda legata all’anello, e l’animale per non sentire dolore seguirà anche una lieve trazione. L’anello al naso del toro USA è la lobby ebraica americana; nessun politico yankee può sperare di fare carriera se non si dimostra uno zelante sostenitore dei suoi interessi, essa non ha solo un immenso potere economico, ma il controllo monopolistico dei media, a cominciare da Hollywood che ne è totalmente asservita.

Il colosso americano è in realtà un burattino che il burattinaio circonciso può manovrare come vuole. Se ne accorse in maniera drammatica alcuni anni fa una ragazza americana, Rachel Corrie, che lavorava come cooperante in Palestina. In occasione di un’ennesima distruzione di un villaggio palestinese da parte dei corazzati israeliani, si mise davanti a un carro armato sperando di ostacolare lo scempio contro la popolazione inerme nell’illusione che la sua qualità di cittadina americana l’avrebbe protetta. Una raffica di mitragliatrice di un Merkava la tolse di mezzo. Ovviamente, il suo assassinio a freddo ebbe pochissima eco sui media internazionali e nessuna su quelli americani.

Dietro il tracotante e decerebrato predominio americano, chiediamoci chi sono i veri padroni di questo pianeta.

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