La tassa sui sogni

Qualcuno forse si ricorderà di un ministro democristiano degli anni Sessanta che voleva tassare l’ombra, cioè lo spazio ombreggiato dalle tende di bar, ristoranti e negozi. E qualcun altro forse ricorderà un’avventura disegnata dal grande Carl Barks in cui Paperino si proclama Imperatore del Mondo con l’intenzione di applicare al collo di ciascun suddito lo spirotassometro: ad ogni respiro, tot da pagare. Ebbene, l’invenzione di Paolo Pasi, giornalista della Rai di Milano, non è da meno per fantasia e assurdità: non il respiro si tassa, bensì i sogni. Incontrollabili e fondamentali entrambi per vivere. Il suo romanzo, dal bel titolo ma dalla orribile copertina, dice tutto: Memorie di un sognatore abusivo (Edizioni Spartaco, pagg. 214, euro 14). Ormai uno dei tanti che si immagina una futura Italia da quasi incubo, in questo caso fra ironico, grottesco e tragico.

Un referendum, votato da oltre il 60% degli italiani, stabilisce che tutte le tasse vengano abolite e sostituite da quella sui sogni. Una cosa semplice, ma il sogno diventa una ossessione fiscale: nel 2035 la macchina X-19 collegata con ventose alla testa stabilisce quantità e qualità dei sogni, al risveglio contabilizza il tutto, lo inoltra alla Centrale Onirica che stabilisce l’imponibile da pagare a scadenze fisse. Gli italiani sono un popolo di sognatori e ben pochi sono quelli che hanno un sonno che ne è privo. Quindi i conti sono salatissimi. Particolarmente colpito è il protagonista del romanzo che tiene uno psicodiario.

Un microchip sottocutaneo segnala chi non si collega alla macchina. Da qui multe e arresti. Non si scappa. Sicché l’insoddisfazione popolare cresce e nasce un Fronte di Liberazione Onirico che costruisce una macchina proibita che annulla l’effetto della X-19, contabilizzando zero al risveglio. Misteriosamente la macchina arriva a casa dei cittadini (alla fine si scoprirà come): il Fronte riesce a saturare la Centrale Onirica che trasmette alla popolazione conti iperbolici e impossibili da saldare. Da qui scatta la rivolta. La Comunità collassa in pochissimo tempo e viene sostituita dalla Repubblica Onirica, con i vecchi responsabili politici e tecnici convertiti sulla via di Damasco e subito re-immessi nel circuito.

Finito il romanzo? No, perché Pasi ha la geniale idea di proseguire la storia dimostrando che non è tutto oro quel che luccica e con un doppio colpo di scena: il primo si può rivelare, il secondo proprio no. Il nuovo corso non è poi tanto nuovo: viene creato un Centro Produzione Sogni, sicché mentre in precedenza si poteva sognare quel che si voleva pagando, adesso è lo Stato che produce «sogni in scatola», estrapolandoli da quelli di forti sognatori come il protagonista, vendendoli «certificati» alla popolazione che così può sognare quel che è nei suoi desideri (avventura, eros ecc.). Insomma, prima tutti i sogni erano ammessi, adesso soltanto quelli accettati dalla Accademia de’ Nobili Onirici che li seleziona: prima tutti i sogni erano veri, adesso tutti sono artificiali (altrui, in sostanza). Un passo avanti ed ecco che si creano i «sogni personali»: si scannerizza la memoria di un soggetto e si traggono sogni vividi e precisi di un certo momento del passato che si vuole rivivere. Vanno a ruba: peccato che contengano spot subliminali degli sponsor che hanno finanziato il progetto inducendo il povero sognatore a comprare questo e quello. Insomma, il regime onirico della nuova «democrazia» è peggiore di quello della vecchia «autocrazia»! E così al protagonista non resta che cercare una «vita vera», «sogni veri»: qui l’ultima rivelazione che lascia l’amaro in bocca e un senso di disillusione sulla libertà in epoca democratica. Da Orwell a Dick.

Sicuramente questo Memorie di un sognatore abusivo è uno dei migliori romanzi futuribili italiani degli ultimi anni.

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Tratto da Il Giornale del 16 marzo 2010.

Segui Gianfranco de Turris:
Giornalista, vicedirettore della cultura per il giornale radio RAI, saggista ed esperto di letteratura fantastica, curatore di libri, collane editoriali, riviste, case editrici. E' stato per molti anni presidente, e successivamente segretario, della Fondazione Julius Evola.

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