La società degli spettri

spettriTutti quanti noi sappiamo, anche se spesso fingiamo di dimenticarcene, che gli Stati Uniti, la più grande democrazia esistente, sono fondati su uno dei più orrendi, atroci genocidi della storia, il massacro di qualcosa come cinque-sette milioni di nativi americani. Uno degli ultimi tentativi, forse l’ultimo tentativo di un popolo e di una cultura altamente civili di ribellarsi all’atroce destino imposto loro da un’accozzaglia di selvaggi che per un caso davvero beffardo della storia era in possesso di una tecnologia di distruzione incomparabilmente superiore, fu quello legato alla “società della camicia stregata” o “società degli spettri”, un tentativo sostanzialmente non violento e basato sul profondo legame dell’uomo nativo americano con la propria spiritualità, e che per un momento sembrò davvero riuscire a far vacillare il ferreo dominio dei selvaggi arrivati da oltre Atlantico. In questo caso “la società degli spettri” aveva un profondo significato mistico, significava la percezione della continuità con i propri antenati, con le loro battaglie e realizzazioni, con la loro storia.

Oggi questo termine è spesso usato in un significato che è esattamente opposto. Un conto è la “società degli spettri” di vivi che si sentono in comunità con i propri morti, un conto completamente diverso è quella di morti che si illudono o fanno finta di essere ancora vivi. Io prendo in prestito questa seconda e più macabra accezione da quel grande amico, da quel grande spirito libertario a volte superbamente polemico che è Joe Fallisi.

Mi sto sempre più convincendo che essa sintetizza come meglio non si potrebbe, i concetti di sinistra, di democrazia, di antifascismo. In Europa la democrazia è da quasi un secolo un cadavere imbalsamato. Fra le due guerre mondiali, essa rappresentava un’esperienza storica conclusa o rigettata quasi dappertutto in Europa che, a conclusione della seconda ecatombe planetaria è stata resuscitata dai vincitori come forma o maschera dei proconsolati imposti da questi ultimi agli stati europei. Già all’epoca la cosa era anacronistica, e oggi è più che mai evidente che quando sentiamo parlare di “liberalismo” e “socialismo”, di “destra” e di “sinistra”, queste sono ormai etichette del tutto prive di un qualsiasi reale significato, un giochetto assurdo che in realtà non ha alcuna relazione con il reale potere che si esercita nelle società cosiddette occidentali. La verità è questa: il cosiddetto esercizio della sovranità popolare è una sorta di rituale para-religioso che perpetua una specie di inganno collettivo a cui si fa finta di credere per convenienza, sapendo benissimo tutti quanti che qualunque sia la maggioranza che esce da una tornata elettorale, non cambia mai assolutamente nulla. La cosa apparentemente più strana è rappresentata dalla cosiddetta sinistra e/o da ciò che si debba intendere per “essere di sinistra” o marxisti. Più si considerano le cose con attenzione, meno sembrerebbe di poter comprendere come mai un movimento o una serie di movimenti nati all’insegna delle rivendicazioni delle classi subalterne, del “proletari di tutto il mondo unitevi”, possano essersi convertiti nel più solido sgabello del più parassitario capitalismo bancario e finanziario inteso a spogliare i popoli del Vecchio Continente della ricchezza prodotta dal loro lavoro mediante le istituzioni che si proclamano falsamente “europee”, laddove i movimenti popolari di resistenza a questa spoliazione: Front Nationale in Francia, Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungheria, il movimento di Neil Farage in Gran Bretagna, persino la Lega in Italia, hanno tutt’altra inclinazione. C’è, c’è sempre stata una tradizione di uomini, di spiriti davvero liberi di cui oggi forse il nostro Joe Fallisi è l’erede, che hanno abbandonato la sinistra comprendendo che dalle ricette di Marx non sarebbe mai venuto alcun reale beneficio alle classi subalterne, dall’ex socialista Mussolini all’ex comunista Bombacci fra i fondatori della RSI. Si tratta, s’intende, di una tradizione fortemente minoritaria, ma allora ricordiamoci il detto leonardesco che il capire è come il correre e non come il portare: dieci asini porteranno sicuramente maggiori some di un solo cavallo, ma non riusciranno mai a correre altrettanto veloci.

Per il resto, quella che chiamiamo “sinistra” rientra in pieno nella società degli spettri. Se voi avete seguito qualcuno dei precedenti articoli che ho scritto per “Ereticamente”, avrete visto che di questa bizzarra mutazione che forse costituisce la stranezza politica maggiore della nostra epoca, ho proposto letture a diversi livelli: storico, sociologico, psicologico che partono da quando con la simulata rivoluzione d’ottobre e l’instaurarsi del potere sovietico, quello che fin allora era un movimento rivoluzionario e libertario diventa il sostegno della più spietata delle autocrazie, passando per la “mutazione genetica” del ’68 quando il controllo del movimento “proletario” passa nelle mani dei ceti borghesi e alto-borghesi, per arrivare al 1991, quando la scomparsa dell’Unione Sovietica lascia “i compagni” privi di un padrinato forse per loro psicologicamente indispensabile, al punto da cercarne uno sostitutivo nell’alta finanza internazionale e sedicente “europea” alla quale li accomuna il sogno di un mondo globalizzato, cosmopolita, ibrido, senza barriere, senza naturalmente avvedersi che esso è il progetto di una nuova umanità di schiavi secondo i dettami del piano Kalergi. Tutto ciò a un certo livello è senz’altro vero, solo che nella spettrale società degli spettri, il reale livello delle decisioni reali si situa molto più in basso. Spettri o zombi, o nel migliore dei casi, sonnambuli che si muovono in stato ipnotico, perché “le scelte” politiche che il popolino crede di fare e che in realtà non scelgono nulla, non sono questione di ragione, ma di abitudine, di riflessi condizionati, di umori mediaticamente iniettati. Facciamo un discorso chiaro, fuori dai denti, come quelli che ho la sgradevole abitudine di fare io, e siamo sinceri, quante volte ci è capitato di provare nei confronti dei “compagni” una sorta di invidia! La gente tende a “pensare” (si fa per dire!) secondo schemi abituali che sembrano proseguire circolarmente all’infinito in maniera del tutto indipendente dalla realtà esterna, così a noi tocca confrontarci con una “destra” anticomunista e atlantista che sembra incapace di comprendere che l’Unione Sovietica è scomparsa da un quarto di secolo, e/o con un tradizionalismo cattolico che pare incapace di vedere che la Chiesa odierna è ben altra cosa da quella antecedente al Concilio Vaticano II, e con il fatto che le posizioni degli uni e degli altri sono spesso confuse con le nostre. Al confronto, la concezione della sinistra, riconducibile sempre al pensiero di Karl Marx con la spiegazione della storia attraverso la dinamica della contrapposizione delle classi sociali, appare semplice, di un semplicismo rozzo e brutale, che nei suoi tentativi di realizzazione concreta si è tradotto nelle più atroci ecatombi della storia umana, ma almeno semplice. Una cosa che non fa affatto meraviglia, è che oggi con ogni probabilità la categoria presso la quale l’ideologia marxista è più diffusa, è quella degli insegnanti, perché l’insegnante è spesso l’esempio tipico del mezzo intellettuale o dello pseudo-intellettuale “per motivi professionali”.

Marx non aveva certo torto nel sostenere che la struttura della società dipende dalla base economica, che gli interessi delle classi sociali sono divergenti, che non è la coscienza dell’uomo a creare il suo essere, ma viceversa. Solo che una volta acquisito tutto questo, i problemi restano enormi: l’articolazione interna delle classi sociali (si pensi al conflitto fra lavoro specializzato e braccia a basso costo, oggi proposto con evidenza drammatica dall’immigrazione o, su un altro piano, quello fra capitalismo imprenditoriale e bancario-finanziario), al mai chiarito rapporto fra classi sociali e nazionalità, al modo in cui la proprietà teorica dei mezzi di produzione attribuita sulla carta ai lavoratori, potrebbe mai trasformarsi in un potere effettivo. In anni che furono, per cercare d dipanare questa massa di problemi da cui la maggior parte dei “compagni” non sembra neppure sfiorata, un leader socialista italiano in esilio, Benito Mussolini, andava a seguire a Lugano le lezioni del sociologo Vilfredo Pareto, e sappiamo poi come si distaccò dalla visione marxista, ma per tanti intellettuali di mezza tacca o di un quarto di tacca, l’aver imparato le due formulette di Marx sembra la chiave per la comprensione dell’universo mondo. Diciamolo, “il fascino” del marxismo consiste nella sensazione che può dare a qualsiasi imbecille, di essere intelligente, e molto intelligente. Un’affermazione di un altro dei padri della sociologia, Max Weber, è probabilmente la chiave per la comprensione di un’ampia serie di fenomeni sociali e culturali: “Le istituzioni tendono a creare uomini che credono in esse”. In altre parole, quanto più un fenomeno sociale (tutto ciò che possiamo comprendere nell’accezione più ampia del termine “istituzione”) ha un’inerzia sociale e storica proporzionale alla diffusione e alla sua durata. Conservatorismo, abitudine, protrarsi di modi di pensare che non hanno più riscontro nella situazione reale, per la destra cattolica e atlantista, ma per la sinistra marxista vale la stessa cosa, e anche per le varie forme di centrismo e moderatismo, non è che il discorso cambi di mezza virgola, siamo nel pieno della società degli spettri, di una rappresentazione adulterata e fittizia della realtà.

Anni fa scrissi un articolo che fu pubblicato dalla rivista “Ciaoeuropa” di Antonino Amato, Benvenuti all’inferno. L’invito era ironicamente rivolto ai “compagni”. Benvenuti nell’inferno delle idee sconfitte, a partire dal 1989-1991. Non dovevano però pensare – concludevo – che la loro situazione e la nostra fossero simili. Noi all’inferno avevamo imparato a starci e scelto di starci, sapevamo fin dall’inizio che il nostro ruolo era quello di rialzare una bandiera caduta nel fango, di proseguire la lotta su posizioni perdute. Loro invece, una volta tolto di mezzo il sogno della palingenesi rivoluzionaria mondiale vista come esito inevitabile di tutto il presunto movimento del “progresso”, non avevano più in mano nulla e non erano più nulla. Non è che come ragionamento fosse sbagliato – penso – però sottovalutava l’umana incapacità di vedere il nesso tra le proprie idee e la realtà, l’umana tendenza a pensare per abitudini e riflessi condizionati anche quando questi non rispondono più per nulla ai fatti. Io credo che per la maggior parte di noi l’anticomunismo sia sceso molto in basso nella lista delle priorità. L’Unione Sovietica e l’internazionale comunista non esistono più da un quarto di secolo, e diamine, abbiamo ben altro da fare che non dare la caccia ai fantasmi. In compenso sono emerse altre priorità: il predominio americano (e sionista) che, una volta caduto l’alibi della difesa dall’aggressione comunista si rivela per quello che è, uno sfacciato piano di dominazione planetaria, le vampiresche istituzioni “europee” oggi dedite principalmente al saccheggio delle risorse prodotte dai popoli dell’Europa, l’invasione allogena, (la cosiddetta immigrazione) orchestrata da chi vuole farci sparire come popoli.

Di fronte a questi problemi reali e impellenti, non ha molto senso continuare a mimare le battaglie di decenni trascorsi. Per i “compagni” evidentemente non è così, se si dovesse giudicare da quello che scrivono sui muri, si dovrebbe pensare che la guerra civile 1943-45 è ancora in pieno svolgimento. L’odio nei nostri confronti, l’avversione per la nostra parte politica interpretata come il “male assoluto” sulla falsariga delle menzogne di Norimberga e della cinematografia hollywoodiana è pressappoco l’unico argomento che gli rimane. Se soltanto questi spettri e questi zombi si svegliassero e si rendessero conto che sono morti….

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