La scomparsa della Terra Australe Incognita come paradigma del conflitto fra scienza e mito?

Pare che la scoperta dell’Antartide sia avvenuta il 30 gennaio 1820 da parte del capitano della Marina britannica Edward Bransfield, il quale, salpato da Valparaiso per effettuare rilievi cartografici delle le Shetland Australi, sbarcò sull’isola di King George, presso la costa della Penisola Antartica, e poi bordeggiò l’isola Deception.

Si trattava però di una terra gelida, coperta da ghiacci e circondata da mari tempestosissimi e da iceberg estremamente pericolosi per i velieri; insomma una terra abbandonata da Dio e dagli uomini, ove non c’era nulla che sollecitasse la curiosità o l’avidità di eventuali pionieri e che nulla aveva da offrire alle compagnie di navigazione in fatto di commercio, con la sola eccezione delle balene che popolavano le acque ad essa prospicienti.

Eppure, per due millenni, la civiltà europea aveva costantemente alimentato l’illusione che vi fosse, nell’emisfero australe, un vasto continente che controbilanciasse la massa di terre emerse di quello settentrionale; un continente che si pensava giungesse fin quasi alle medie latitudini, e le cui propaggini più avanzate dovevano quindi godere di un clima temperato, se non addirittura subtropicale.

La flora, la fauna e l’umanità che popolavano una tale Terra Australe potevamo essere solo oggetto di speculazione, ma in ogni caso si favoleggiava che fossero ricche e varie, tali da rendere assai desiderabile una presa di contatto e lo stabilimento di relazioni commerciali.

Di tanto in tanto, alcuni racconti di marinai che si erano spinti più a sud delle normali rotte oceaniche giungevano ad arricchire l’immaginazione di sempre nuovi, allettanti particolari e a rinvigorire il mito che, altrimenti, sarebbe rimasto pericolosamente privo di sostegni concreti, affidato alla sola speculazione dei filosofi e di qualche geografo.

Circa duemila anni prima di quel fatidico gennaio 1820, Aristotele, il maestro di color che sanno, aveva sostenuto che, così come esiste una zona abitabile nell’emisfero nord, al di là della quale, intorno all’Equatore, si stende una proibitiva e inaccessibile zona di spaventevole calore, allo stesso modo una zona abitabile doveva esistere anche nell’emisfero sud: ragioni di proporzione, di simmetria e di estetica rendevano quasi inevitabile tale deduzione, partendo dall’assunto che una perfetta geometria presiede tanto all’ordine dell’Universo, quanto a quello terrestre.

Il viaggio di Pitea di Marsiglia (vissuto fra il 380 e il 310 circa a. C.) verso l’Estrema Thule, la leggendaria terra boreale, venne così a rafforzare l’idea che, se il lontano Nord era abitato e accessibile, la stessa cosa doveva avvenire anche per il più lontano Sud, oltre la zona infuocata dei deserti e dei mari equatoriali.

Sembra che la geografia greca non sia mai venuta a conoscenza né dei viaggi di due flotte egiziane che, rispettivamente verso il 3000 e nel 1493 avanti Cristo, erano giunte alla mitica Terra di Punt, identificabile con la regione posta presso la foce del fiume Zambesi; né del viaggio dei Fenici che, fra il 600 e il 597 avanti Cristo, avevano circumnavigato l’Africa; ragion per cui essi continuarono a credere che questo continente fosse parte della vastissima Terra Australis e che l’unico ostacolo per giungere al cuore di essa non era costituito dall’ampiezza dei mari meridionali, ma dalla impraticabilità della cintura di fuoco equatoriale.

Bisogna così attendere il 1487 perché il portoghese Bartholomeu Diaz raggiunga ed oltrepassi il Capo di Buona Speranza (da lui chiamato, in verità, Capo delle Tempeste), mostrando così l’insularità del continente africano e la sua non appartenenza al misterioso continente australe – anche se, ad essere precisi, l’estremità dell’Africa è rappresentata da un altro promontorio, il Capo Agulhas; ed il 1497 perché, ricalcando la medesima rotta, Vasco da Gama si spinga attraverso l’Oceano Indiano e giunga alla sospirata India, impresa celebrata settantacinque anni dopo dal massimo poeta epico portoghese, Luiz Vaz de Camões (1524 circa – 1580), nei versi del suo capolavoro, I Lusiadi.

Nuova legna al fuoco della Terra Australis si aggiunse dopo il viaggio di Fernando Magellano che, scoprendo e attraversando lo stretto che oggi porta il suo nome (ma che lui aveva battezzato Stretto de Todos Los Santos) e che mette in comunicazione il Sud Atlantico con il Pacifico, nel 1520, aveva costeggiato la riva settentrionale Terra del Fuoco; e, benché egli personalmente sospettasse la natura insulare di quest’ultima, la sua scoperta venne invece interpretata dai geografi come la conferma dell’esistenza del continente australe.

Così, nel mappamondo di Oronzio Fineo, del 1531, l’Africa appare distinta dalla Terra Australis, ma quest’ultima occupa ancora un’estensione ragguardevole, spingendosi alle medie latitudini ed include quella che poi verrà riconosciuta come l’Australia (che però, in teoria, era ancora del tutto sconosciuta agli Europei), nonché la Terra del Fuoco, che ne diviene una propaggine protesa a sfiorare l’America Meridionale.

Sulle tavole degli atlanti, i cartografi sembrano divertirsi ad arricchire il misterioso continente di particolari stuzzicanti per la fantasia degli Europei: una regione costiera di esso, per esempio, vi figura con la dicitura “Psittachorum regio” e ciò suggerisce che, essendo ricca di pappagalli, debba godere di un clima tropicale e di una vegetazione lussureggiante.

Nel 1576 il navigatore spagnolo Juan Fernandez, che già aveva scoperto l’arcipelago recante oggi il suo nome, si spinse ancora più lontano dalle coste occidentali del Sud America, in direzione Ovest, e disse poi di aver raggiunto una terra assai vasta, solcata da grandi fiumi e popolata da indigeni ospitali e civili, vestiti con abiti di stoffa.

Era un altro indizio, benché labile, dell’esistenza del continente australe: ulteriori indizi vennero da altri navigatori spagnoli, fra gli ultimi decenni del Cinquecento e l’inizio del Seicento: Mendaña de Neira, Quiros, Torres; nessuna nazione come la Spagna – in quegli stessi anni Cervantes componeva il suo Don Chisciotte – ha contribuito ad alimentare la leggenda…

Per un paio di secoli ancora, ogni avvistamento di terre ed isole nell’emisfero sud venne interpretato in quel senso; anche se le progressive scoperte dei navigatori europei mostravano poco a poco, ma inesorabilmente, che l’enorme continente meridionale non era, né poteva essere, così smisurato come si favoleggiava; anzi, che non esisteva alcuna prova che le terre, le quali avrebbero dovuto farne parte, fossero in realtà null’altro che delle isole e degli arcipelaghi.

Per giunta, alcuni di tali avvistamenti si rivelarono problematici; alcune di quelle terre, come le misteriose Isole Auroras, nell’Atlantico meridionale, viste dal capitano spagnolo Bustamante nel 1762, vengono perdute, poi ritrovate, infine perdute per sempre; lo stesso accade per l’Isola Saxemberg, sempre nell’Atlantico de Sud, così come, più tardi, per le isole Nimrod, Emerald e Dougherty, queste nel Pacifico meridionale, viste e riviste ma poi mai più ritrovate: tutte poste, ad ogni modo, alle alte latitudini e, quindi, caratterizzate da un cima sub-polare; ben altra cosa dalla lussureggiante vegetazione e dalla ricca fauna della supposta Terra Australis, per non parlare delle numerose, raffinate e doviziose popolazioni che questa avrebbe dovuto ospitare.

Il colpo di grazia giunse quando si riconobbe che né l’Australia, né la Nuova Zelanda, potevano esserne parte, data la loro natura insulare, e ciò per opera dei viaggi di James Cook; quanto alla Terra del Fuoco, già Francis Drake aveva intravisto l’enorme distesa d’acque a sud di essa, mentre il riconoscimento del Capo Horn, il 26 gennaio 1616, da parte degli olandesi Schouten e Le Maire, aveva definitivamente smentito la sua appartenenza alla Terra Australis.

Quasi di colpo, dopo il secondo viaggio di Cook intorno al mondo e la sua discesa oltre il Circolo Polare Antartico (1772-73), spariva dalle carte geografiche il fantomatico continente australe, che aveva acceso la fantasia di generazioni di scienziati e di navigatori: infatti, se anche una terra emersa esisteva ancora più a sud, non poteva essere che un desolato deserto di ghiacci, perennemente avvolto nella nebbia e reso quasi inaccessibile dalla presenza dei lastroni galleggianti, grandi talvolta come vere e proprie isole.

Eppure, gli ultimi riflessi dell’antica credenza erano duri a morire: Scott, nel 1904 stava ancora cercando l’isola Dougherty e Shackleton, nel 1912, faceva lo stesso con l’isola Emerald…

Così ha riassunto la vicenda della scomparsa del mito del continente australe l’esploratore polare Wally Herbert nel suo libro Deserti polari (titolo originale: «Polar deserts», Collins, Glasgow, 1970; traduzione italiana di Francesco Saba Sardi, Rizzoli, Milano, 1971, pp. 86-88):

«Fino all’epoca del viaggio di Diaz, i cartografi europei, continuando a far propria la logica dei Greci, avevano visto nell’Africa null’altro che l’appendice settentrionale del grande continente australe, e anche dopo l’impresa del portoghese per parecchi anni ancora alcuni di essi si rifiutarono di prendere in considerazione le affermazioni e le prove del contrario. Il cartografo da un lato era lieto di apprendere che gli esploratori avevano scoperto nuove terre: le mappe da lui tracciate sarebbero state una novità, avrebbero attirato l’attenzione del pubblico; dall’altro, tutto ci che poteva invalidare le mappe in precedenza tracciate era da lui considerato con sospetto, perché poteva ingenerare nel pubblico il dubbio che da parte sua vi fosse stato il deliberato proposito di trarli in inganno. Insomma, quella del cartografo era la professione più esposta alle smentite che ci fosse all’epoca delle grandi scoperte, dal momento che non c’era carta appena pubblicata la cui imprecisione non venisse dimostrata, di lì a pochissimo tempo, da un nuovo viaggio di esplorazione. Non può, quindi, sorprendere che i cartografi applaudissero a Colombo (1451-1506), imprecassero contro Diaz, Vasco de Gama (1469-1524) e capitan Cook, e salutassero i resoconti di Magellano (1480-1521) sull’esistenza di una terra a Sud dell’estremità meridionale del continente americano con l’entusiasmo con cui il naufrago s’aggrappa a una tavola di salvezza.

Nel 1520, nel corso del suo viaggio di circumnavigazione terrestre, Magellano aveva scorto, a Sud dello stretto che oggi porta il suo nome, una terra in cui di giorno non si vedeva segno di vita, mentre nottetempo vi brillavano i fuochi da campo degli indigeni, e per questo la chiamò Tierra del Fuego, vale a dire Terra del Fuoco. Magellano ritenne che si trattasse di un arcipelago, ma per geografi e cartografi fu, invece, ovvio che egli aveva scoperto l’appendice settentrionale del grande continente meridionale, la Terra Australis, nome che compare per la prima volta su una mappa pubblicata nel 1531.

In concomitanza con ogni nuova scoperta compiuta nell’emisfero meridionale, la Terra Australis sulle carte andò dilatandosi, fino a da avvicinarsi col suo perimetro settentrionale al Tropico del Capricorno. Durante la sua circumnavigazione del 1577-1580, Drake (1541 ca.-1595) constatò che “il capo o promontorio più remoto di queste isole [la Terra del Fuoco] si trova a quasi 56° al di là dei quali, verso Sud, non è visibile alcuna terraferma né isola”; ma neppure questo valse a scuotere la fede dei geografi nell’esistenza di un ricco e fertile continente australe, e non si decisero a rinunciarvi neppure nel XVII secolo, quando furono costretti a ridurre sempre di più le dimensioni della Terra Australis dai resoconti dei bucanieri, i quali scorrazzavano liberamente i mari del Sud, vastissime distese d’Acqua in cui non esisteva traccia delle terre indicate sulle mappe. Sulle carte il continente meridionale rimase anche dopo che gli Olandesi ebbero dimostrato che l’Australia era circondata da ogni parte dal mare, e anche in seguito alla riconferma di Cook, che neppure la Nuova Zelanda faceva parte del misterioso continente preposto all’equilibrio del mondo. E, nonostante che Cook si limitasse prudentemente ad affermare probabile la presenza di un continente del genere, per Londra si diffuse la voce che egli in effetti lo aveva scoperto e anzi trovato popolato da genti “ospitali, intelligenti e civili”.

Soltanto dopo il suo secondo viaggio nel 1773-74, che lo portò a superare per la seconda volta il Circolo Polare Antartico e a spingere la sua nave, la “Resolution”, fino a 71°31’ di latitudine Sud, tra grandi distese di ghiaccio ma senza scorgere terra, il capitano si dichiarò “finalmente del tutto convinto che in quest’oceano non è reperibile alcun continente, e che terre possano trovarsi soltanto così a Sud, da essere del tutto inaccessibili a causa della presenza dei ghiacci”. A quanto pare, questa sua affermazione fu fraintesa dai geografi, i quali la interpretarono come un’asserzione da parte di Cook della totale mancanza di terre in quelle regioni; la reputazione di cui Cook godeva era tale, che non restò loro altra alternativa, se non quella di considerare il continente australe un semplice mito e, seppur con riluttanza, di cancellarlo dalle loro mappe. In realtà, affermazioni del genere Cook, come s’è visto, non ne aveva fatte. “Credo fermamente”, scrisse, “che nei pressi del polo esista una distesa di terre, dalle quali proviene gran parte dei ghiacci che si diffondono per questo vasto oceano meridionale”. È lecito presumere che i cartografi dell’epoca, delusi all’idea che la fertile terra dei loro sogni si trasformasse in una gelida distesa di ghiacci, preferissero, piuttosto, farla sparire senza lasciare tracce; certo è, comunque, che la cancellarono dalle mappe e, mentre in ogni altra parte del mondo gli esploratori con febbrile attività dilatavano i limiti delle terre note, il gelido Sud restò inviolato: per la prima volta da oltre duemila anni, era diventato inesistente».

Possiamo dedurre da questa vicenda che, quando la scienza e il mito entrano in conflitto, a trionfare è sempre la prima ed a soccombere, inevitabilmente, è il secondo?

Forse non è questa la legittima conclusione da trarre e ciò per una ragione molto semplice.

Il mito della Terra Australe è un tipico “mito” nel senso moderno della parola; quello platonico di Atlantide, per esempio, è un “mito” nel significato antico…

In greco, mythos indica un racconto che è pervaso dalla dimensione del sacro e che spiega le origini del mondo, di un certo popolo o di un certo costume; la conoscenza che esso esprime non era considerata come una conoscenza puramente umana, ma anteriore e superiore all’umana; non per niente gli antichi miti greci si riferivano a un’epoca molto anteriore all’invenzione della scrittura ed erano tramandati oralmente.

Nell’accezione moderna del termine, invece, “mito” indica semplicemente una leggenda, una credenza di natura prettamente umana, dunque un conoscere che non attinge alla sfera del divino, ma che nasce semplicemente da un tentativo di spiegare i misteri del mondo per mezzo della ragione, dell’esperienza, dell’ipotesi logicamente fondata.

Ora, la credenza nell’esistenza del continente meridionale è nata dalla speculazione di Aristotele prima, da quella di Tolomeo ed altri geografi greci, poi; non poggiava su di una rivelazione sacra, non si fondava su una tradizione spirituale, né era garantita da alcuna divinità.

Era, se vogliamo, l’equivalente antico della teoria della deriva dei continenti di Wegener, o di quella dell’evoluzione delle specie viventi per selezione naturale di Darwin e Wallace; e si fondava su un processo logico per analogia: poiché esiste una notevole massa di terre emerse nell’emisfero Nord, allora deve esisterne una anche in quello Sud, pena l’instabilità della superficie terrestre e, forse, dell’asse terrestre.

Inoltre, era espressione di una aspettativa coerente, ma “ingenua”: se il mondo è ordinato al bene, allora, si congetturava, deve essere armonioso: dunque, devono esservi simmetria e proporzione in tutte le sue parti. Era lo stesso tipo di aspettativa per cui si dice che i filosofi pitagorici rifiutassero, inizialmente, la scoperta dei numeri razionali: questi ultimi, infatti, sembravano mettere in forse l’immagine della matematica come di un regno della perfetta armonia.

Era un’aspettativa ingenua, perché l’armonia non è necessariamente riconosciuta come tale dalla ragione umana: ciò che è armonioso agli occhi di un Dio, può anche non esserlo allo sguardo degli esseri umani; lo sguardo umano è debole, imperfetto, limitato al qui ed ora: non spazia nella dimensione dell’assoluto.

Ecco perché un mito moderno può anche tramontare e dissolversi, mentre un mito antico non può essere in alcun modo smentito dalla scienza: esso riflette un altro tipo di conoscenza, che è radicalmente diversa da quella logico-matematica; il che non vuol dire, ovviamente che le sia inferiore…

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Tratto, col gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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