La rinascita è possibile

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Tutti quanti noi, almeno fra coloro che hanno un’età non più verdissima, sappiamo che la fine della Guerra Fredda diede il via in Italia a una stagione di camaleontismo politico.

Che il PCI, quello che fin allora era stato il più forte partito comunista dell’Europa occidentale, tentasse di riciclarsi, di darsi un volto o una maschera nuovi dopo l’evidente fallimento dei regimi comunisti dell’Est, caso unico nella storia di regimi crollati sotto il loro stesso peso davanti alla dimostrata incapacità di dare ai loro sudditi altro che oppressione e miseria, era una cosa del tutto ovvia. Il PCI diventò PDS, poi DS, per confluire infine nel PD.

Sempre la fine della Guerra Fredda, il cambiamento della situazione internazionale comportò la necessità di un drastico make-up anche per la Democrazia Cristiana che era stata fin allora l’asse del sistema politico italiano, il più forte partito di governo ininterrottamente dalla fine della seconda guerra mondiale al 1991. Questa longeva presenza al potere aveva permesso alla DC di creare un articolato e capillare sistema di sottogoverno, appropriazione della cosa pubblica, corruzione, di cui tutti sapevano e che tutti, a cominciare dalla magistratura, hanno fatto finta di non vedere.

La ragione per cui gli Italiani si sono adattati per lunghissimo tempo a sopportare questa situazione indegna di una nazione civile, da Paese del Terzo Mondo, da “repubblica delle banane” come allora si diceva, era che essa appariva comunque un meno peggio rispetto all’avvento di un regime comunista, la cui instaurazione una vittoria elettorale del PCI avrebbe potuto provocare (anche se per la verità non si conosce un solo caso in cui i comunisti abbiano preso il potere in seguito a libere elezioni).

Assieme al muro di Berlino e all’Unione Sovietica, è crollata ovviamente anche la paura del comunismo che era il collante di tutto il potere democristiano, e anche per la DC è cominciata la stagione dei balletti e dei trasformismi. L’ex “balena bianca” si è trasformata prima in Partito Popolare resuscitando il nome dei tempi di don Sturzo, poi è andata incontro a varie scissioni e fusioni prima di coagularsi nuovamente per un certo tempo come “Margherita” e infine confluire nel PD assieme agli ex comunisti.

Cosa si debba pensare di quest’ultima mossa trasformistica che ha portato gli ex democristiani e gli ex comunisti a confluire nel medesimo partito, è chiaro. Per decenni gli uni e gli altri hanno vissuto di un reciproco antagonismo di facciata e di collaborazione sottobanco. Ora era come se dicessero esplicitamente: “Cari Italiani, vi abbiamo presi in giro per mezzo secolo, e intendiamo continuare a farlo!”

Ora tutto questo ci interessa nella misura in cui ci fornisce gli elementi per rispondere alla domanda se la ricostruzione in Italia di una forza politica di “destra radicale” al di là dei partitini residuali oggi esistenti sia possibile, perché è chiaro che ciò da cui partiamo nella nostra analisi, è la trasformazione-dissoluzione del MSI almirantiano.

Una precisazione certamente superflua per i più scaltriti fra noi, ma che può essere utile per qualcuno. Su questo stesso sito trovate il mio articolo Oltre la destra e la sinistra nel quale ho sintetizzato i motivi per i quali, a mio parere, non possiamo considerarci “di destra” più di quanto possiamo definirci “di sinistra”, e rispetto ad esso non ritengo di dover modificare nulla. “Destra” significa conservazione, e nell’attuale sistema che gli Italiani subiscono a partire dalla seconda guerra mondiale, non mi pare vi sia proprio nulla che meriti di essere conservato.

E’ chiaro quindi che “destra radicale” è un termine del tutto improprio, è comunque forse l’unico termine che possiamo usare, poiché definirci in termini più propri e corretti, in questa libera democrazia, comporterebbe conseguenze penali. D’altra parte è difficile immaginare quale collocazione potrebbe avere in termini di puro e semplice spazio fisico (che significa quel che significa), un eventuale “MSI rinato” se non alla destra dell’attuale PDL.

Che quelli che fino a vent’anni fa erano (ma che poi sotto altre denominazioni e oggi addirittura nello stesso partito-museo della Prima Repubblica, in sostanza sono rimasti) comunisti e democristiani, avessero la necessità di prodursi nei balli in maschera che abbiamo visto, è cosa del tutto ovvia: i mucchi di spazzatura che avevano da nascondere sotto il tappeto erano davvero enormi, e coincidevano in sostanza con l’intera storia di entrambi. Io credo che gran parte dell’immondizia sia ancora sotto il tappeto, e non si tratta solo di corruzione e di finanziamenti illeciti che comunque, vista l’estensione che hanno avuto, rappresentano già di per sé un fenomeno gravissimo, ma anche cose ben più tragiche e imbarazzanti. Si pensi all’infinita serie di scheletri negli armadi del fenomeno resistenziale, che più si scava, più si rivela un fenomeno di pura delinquenza; e si pensi al livore con cui è stato attaccato uno storico come Gianpaolo Pansa quando ha sollevato parzialmente il velo su certe verità. Ma non basta, abbiamo anche il caso di un grande partito di massa che per decenni ha cospirato contro l’Italia in combutta con una potenza ostile, l’Unione Sovietica.

Forse ingenuamente, mi sono chiesto quali motivi giustificassero da parte nostra l’abbandono della denominazione Movimento Sociale Italiano per immetterci in un balletto di trasformismi analogo alle piroette di ex (?) comunisti ed ex (?) democristiani. Quali scheletri nell’armadio, quale immondizia sotto il tappeto avevamo? Dovevamo forse vergognarci di aver avuto ragione sul conto del Moloch comunista miserevolmente imploso? Dovevamo vergognarci di aver difeso l’italianità sempre, dovunque e comunque? Oppure di essere l’unica grande forza politica nazionale uscita indenne dalla bufera di Tangentopoli, l’unica rimasta estranea al sistema della corruzione generalizzata?

O era dei nostri caduti che ci dovevamo vergognare, di Sergio Ramelli, di Mikis Mantakas, delle vittime di Primavalle o di Via Acca Larenzia, e di tutti i ragazzi che avevano rischiato la pelle nelle piazze per sbarrare la strada alla sovversione rossa?

Ora, si comprende bene che con la fine della Guerra Fredda eravamo entrati in un’epoca nuova che comportava nuovi problemi e nuove risposte, ma queste mi pareva che secondo ogni logica andassero nella direzione contraria a quella imboccata da Gianfranco Fini e da A.N. La Guerra Fredda ci aveva costretti a una serie di alleanze innaturali, per non dire umilianti subalternità, dettate dall’esigenza di fare muro contro il comunismo. Con la minaccia sovietica era venuta meno anche la funzione difensiva della NATO, sarebbe stato il momento di reclamare lo scioglimento di questa struttura di cui veniva alla luce lo scopo non recondito di subordinazione degli stati europei alla potenza americana. Analogamente, sul piano interno la lotta al comunismo ci aveva costretti ad alleanze e convivenze sgradevoli, a confonderci con “la destra” liberal–conservatrice e borghese. Sarebbe stato il momento di recuperare l’anima anticapitalista del nostro movimento, ma è chiaro che tutte le novità introdotte da Fini andavano esattamente nella direzione contraria.

Sappiamo quello che è successo dopo: prima la trasformazione del MSI in AN, poi la confluenza nel PDL berlusconiano, quindi l’uscita a sinistra dallo stesso con la creazione di quell’improbabile formazione che è il FLI.

C’è una favola orientale che racconta di uno sceicco (o di un emiro) che riuscì ad avere ragione di un rivale grazie al tradimento di un servo di quest’ultimo. Dopodiché lo sceicco fece mettere a morte il servo che lo aveva aiutato. A chi gli chiedeva il perché di ciò, egli rispondeva:

“Era un traditore, prima o poi avrebbe tradito anche me”.

Forse se avesse conosciuto questa novella, Berlusconi non avrebbe mai co-fondato il PDL assieme all’ineffabile Gianfranco, visto il modo in cui quest’ultimo aveva già tradito noi.

Se ora però guardiamo il percorso politico compiuto da quest’uomo, vediamo che è andato a cacciarsi in un vero cul de sac, un suicidio politico. Possiamo davvero pensare che l’attuale (ancora per poco) presidente della Camera, che è un uomo che certamente non difetta di furbizia, abbia portato avanti per anni un disegno tendente alla morte della formazione politica di cui era leader senza rendersi conto dove stava andando? E’ più verosimile pensare che essa, la liquidazione dell’eredità almirantiana e la perdita della propria credibilità politica fino a livelli infimi, siano state “concordate” con qualcuno dietro le quinte, qualcuno che deve avergli fatto balenare una ricompensa adeguata, magari sotto forma di una grossa e inamovibile carica istituzionale.

Riflettete attentamente su questo punto: vi sembra credibile che qualcuno si sia dato tanta pena solo per accelerare la scomparsa dal quadro politico italiano di una forza in via di dissoluzione destinata comunque a sparire in tempi più o meno rapidi? Davvero il gioco non sarebbe valso la candela.

Se ci pensiamo bene, tutta la nostra storia postbellica costituisce un enorme paradosso. Vi sono stati dei momenti e dei luoghi in cui il Movimento Sociale era la terza forza politica, subito alle spalle come consistenza elettorale della DC e del PCI. In certi momenti, in particolare nel Meridione e nell’Alto Adige negli anni ’70 abbiamo anche scavalcato i comunisti. Eppure, se ci pensiamo bene, dobbiamo ammettere che non avevamo una vera funzione politica.

La Guerra Fredda e la minaccia comunista (esterna ed interna) ci costringevano ad appiattirci su posizioni atlantiste, filoamericane, filoborghesi, conservatrici che di fatto, a parte un distinguo culturale, erano sempre sul punto di trasformarci in null’altro che un’appendice della “destra” liberal-democratica.

Invece, oggi che c’è un disperato bisogno di noi, noi non ci siamo!

Cerchiamo di avere un’idea chiara su questo punto, che è essenziale. Durante la Guerra Fredda comunismo sovietico e americanismo si sono, almeno in parte, neutralizzati a vicenda. E’ occorsa la sparizione dell’impero “rosso” perché il predominio americano svelasse le sue estreme conseguenze e il suo vero volto, perché allora non potevano essere attuate molte cose che avrebbero spinto per reazione gli stati europei in braccio all’avversario.

La globalizzazione, la totale interdipendenza economica degli stati e delle diverse aree del mondo in un’economia appunto globale centrata sugli Stati Uniti: questo significa lo svuotamento di significato pressoché totale degli stati nazionali, perché sappiamo che il potere politico dipende dal potere economico. Già adesso si vede bene che gli stati nazionali d’Europa non possono fare altro che eseguire gli ordini del capitalismo transnazionale privato della BCE.

Questo però è ancora il meno: le politiche economiche condotte in questi decenni a livello planetario sono un’evidente incentivo all’emigrazione da alcune aree del nostro pianeta preventivamente impoverite e devastate, verso le nostre latitudini, perché si vuole arrivare non solo al mercato globale, ma a un mondo ibridato, imbastardito, multietnico cancellando quella secolare diversità di culture e tradizioni che è la ricchezza della nostra specie, per sostituirla con un insieme ibrido e indifferenziato che non sia in sostanza altro che una gigantesca periferia degli Stati Uniti.

In varie parti d’Europa stanno nascendo, si stanno organizzando movimenti identitari di difesa dell’identità storica, culturale ed etnica dei popoli europei. Per la sua storia e per la sua identità culturale, oltre al fatto obiettivo di essere allora il più forte fra i movimenti politici europei “di destra radicale”, una volta liberato da certe scorie “atlantiste” divenute anacronistiche con la fine della Guerra Fredda, il Movimento Sociale sarebbe stato in una posizione ideale per assumere questo ruolo; un’eventualità che avrebbe potuto dare parecchio fastidio non solo ai nostri politici nazionali, ma anche ai nostri padroni planetari. Ce n’è abbastanza da sospettare che nell’operazione “Disfa il MSI” Gianfranco Fini sia stato “teleguidato” e che “il telecomando” si trovi fuori dall’Italia.

A dimostrare che in Italia come in molti stati europei, c’è quanto meno uno spazio che dovremmo essere noi a riempire, uno spazio identitario, di gente sensibile all’esigenza della difesa a oltranza della nostra identità etnica e storica, c’è anche il fenomeno leghista.

Anni fa, scrivendo per “Ciaoeuropa” di Antonino Amato, ho affermato che “La Lega è riuscita ad acquisire un notevole consenso fingendo di essere ciò che noi dovremmo essere”.

Vediamo di precisare meglio il senso di questo giudizio che non ritengo di dover modificare in alcun modo.

Il movimento leghista ha una serie di idee: difesa dell’identità etnica e culturale, opposizione al centralismo, contrasto all’immigrazione, che sarebbero ottime se … se il leghisti non le riferissero invece che all’Italia nel suo insieme, solo alla parte settentrionale della nostra Penisola, a una “piccola patria” che, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, non potrebbe che essere rapidamente sommersa dal montare dell’ondata multietnica.

Vi sarebbe parecchio da dire anche a proposito dell’islamofobia della Lega che l’ha spinta su posizioni “occidentali” e filoamericane simili a quella della non rimpianta Oriana Fallaci. Ora bisogna dire con chiarezza che l’islam è un falso bersaglio. Il problema non è dato dall’islam in quanto religione, ma dall’immigrazione che rischia di cancellarci per sostituzione e/o imbastardimento. Da questo punto di vista, che gli immigrati siano mussulmani, cristiani, induisti, buddisti o sikh, non cambia assolutamente nulla.

Il leghismo, per così dire, si è centrato sul problema dell’immigrazione in seconda battuta; all’origine c’è invece uno spirito separatista dell’Italia settentrionale contro Roma e il sud.

E’ vero che il meridione italiano campa sfruttando parassitariamente le risorse del nord? Questo assunto non è mai messo in discussione, e su di esso si basa tutto il fenomeno leghista. Eppure, diversi anni fa “Il Giornale” pubblicò un’inchiesta giornalistica che cadde letteralmente nel vuoto, ma che se vivessimo in una realtà in cui l’informazione non è manipolata, dove le informazioni realmente importanti non sono sepolte sotto una montagna di spazzatura mediatica, avrebbe dovuto suscitare uno scalpore enorme.

“Il Giornale” provò semplicemente a fare “i conti della serva” del rapporto stato-regioni, verificando quanto ciascuna regione riceve dallo stato attraverso trasferimenti, stipendi e pensioni, e quanto gli versa in termini di prelievo fiscale. Che i risultati di questo confronto siano stati sorprendenti, è davvero il meno che si possa dire. Le regioni settentrionali versano allo stato significativamente di più di quanto non ricevano, questo è vero, mentre quelle meridionali ricevono un po’ più di quanto versino; il che è abbastanza logico, poiché essendo il reddito più basso, il prelievo fiscale è minore, ma non è la differenza spropositata data per scontata da tutti a cominciare dai leghisti.

E qui arriva la vera sorpresa: le vere miracolate da un diluvio di finanziamenti a pioggia sono, o sono state fino a poco tempo fa, le regioni del centro, le regioni “rosse”, Emilia Romagna, Umbria, Marche, Toscana.

E’ chiaro cosa significa questo? Negli anni della Guerra Fredda la buona qualità dei servizi, il buon tenore di vita delle regioni “rosse” italiane, la cosiddetta “vetrina del comunismo” hanno avuto un enorme valore propagandistico non circoscritto davvero solo all’Italia. Ora scopriamo che ciò non era dovuto alle qualità degli amministratori “rossi” né tanto meno all’ideologia marxista in sé, ma era una realtà artefatta, costruita appunto a scopi propagandistici sottraendo, rubando ricchezza costruita dal lavoro di tutti gli Italiani.

In più, è impossibile che questo sia avvenuto senza che coloro che erano al governo, e lo sono stati per decenni, ne fossero al corrente. Non è probabilmente un caso che oggi i sedicenti ex comunisti e i sedicenti ex democristiani, dopo aver ingannato e derubato gli Italiani per decenni, siano oggi confluiti nello stesso partito per rifarsi una verginità.

Il modo più semplice per produrre sofismi, cioè ragionamenti falsi che abbiano l’apparenza della correttezza, consiste nella duplicazione del termine medio; ad esempio: “La regina è un pezzo degli scacchi, Elisabetta II è una regina, dunque Elisabetta II è un pezzo degli scacchi”. E’ chiaro che il termine “regina” è assunto in due significati differenti.

La Lega con il celebre slogan “Roma ladrona” ha fatto un’operazione dello stesso genere: “Roma” infatti, da un lato significava “la casta” annidata nei palazzi della politica che si trovano nella capitale ma certamente non solo lì, dall’altro però, a sostegno delle sue smanie separatiste, la Città Eterna e la sua popolazione più, ovviamente, le decine di milioni di Italiani che vivono al disotto della sua latitudine.

Quando parliamo di Italia del nord, non scordiamoci che non parliamo solo dell’ambiente rurale delle valli bergamasche, ma di una realtà che comprende milioni di persone di provenienza o di origine meridionale; immigrati o figli di immigrati certamente di un’altra epoca, che arrivavano al nord (o in Svizzera, nell’Europa settentrionale, nelle Americhe, in Australia) non per farsi mantenere, ma per lavorare.

E’ stato il lavoro dei nostri operai, fra cui è innegabile una forte componente meridionale, che ha reso grande l’industria del nord-Italia, ad esempio quella FIAT che oggi Marchionne vorrebbe delocalizzare nella città africana di Detroit (Non è per errore che ho scritto “africana” invece di “americana”; a Detroit l’81% della popolazione è di colore. I capitalisti della “città dell’auto” preferiscono questo tipo di lavoratori nella convinzione di poterli sfruttare meglio; è la stessa ragione per cui anche da noi i capitalisti favoriscono l’immigrazione).

E’ saggezza non solo politica, la capacità di rinunciare a qualcosa per salvare tutto il resto. Il qualcosa a cui occorre saper rinunciare in questo caso sono le piccole e piccolissime “patrie” generate dalla tendenza alla frammentazione localistica, nemmeno scogli, ma sassi e ghiaia destinati a essere sommersi dalla montante marea globalizzatrice, per salvare l’identità nazionale ed europea.

La Lega è stata spinta in alto fino a diventare una forza protagonista della nostra vita politica nazionale dalla rabbia e dall’entusiasmo, dalla rabbia verso la partitocrazia corrotta e dall’entusiasmo della gente che si vedeva finalmente offerta un’alternativa. A partire dalle elezioni amministrative del 2011 sembra aver finalmente imboccato la parabola discendente, una parabola che non potrà che accentuarsi nel prossimo futuro, offrendoci degli spazi di manovra se sapremo coglierli.

Al di là degli slogan roboanti e dei gesti plateali, in questi venti anni, infatti, la Lega non ha fatto proprio nulla tranne che trasformarsi in una stampella del berlusconismo, in una ruota di scorta del PDL. Anche la legge Bossi-Fini è stata ben lontana dal rivelarsi uno strumento di contrasto efficace all’immigrazione, e le nostre frontiere rimangono un colabrodo.

Non dobbiamo però dimenticare che i motivi di risentimento nella gente che fecero a suo tempo decollare il fenomeno leghista ci sono ancora tutti, e semmai si sono esasperati.

Neppure il prevedibile declino del fenomeno leghista, che certamente ha assorbito una parte del nostro potenziale elettorato, tuttavia potrà esserci di grande aiuto senza la comprensione dei motivi per i quali finora i tentativi di “agganciare” o di “riagganciare” una base elettorale hanno ottenuto risultati ben scarsi, e senza una precisa volontà di porvi rimedio.

Il MSI di Almirante non era certo privo di limiti, difetti e contraddizioni, anche se rispetto alla miseranda situazione attuale ci appare quasi un eden perduto, eppure dobbiamo ammettere che alcuni dei semi delle difficoltà nelle quali oggi ci troviamo, furono piantati proprio allora, a cominciare da quell’atteggiamento psicologico che ci vedeva irrimediabilmente in declino, ed è diventato una profezia che si auto-adempie.

Quei tempi erano, lo ricordiamo, l’epoca della Guerra Fredda, una situazione che non ci lasciava altra soluzione che quella di accodarci in funzione anticomunista, ad altri nostri nemici: al dominio americano, alla destra liberal – borghese e capitalista. Il principale collante del Movimento era allora la nostalgia, ovviamente legata a chi aveva vissuto l’esperienza prebellica e/o quella della RSI, e il Movimento sembrava destinato a scomparire lentamente con la cessazione naturale di quella generazione. Coloro che hanno cercato – con una serie di tentativi alquanto maldestri – di ricostruire il Movimento, con i fallimenti cui sono andati incontro, hanno rinforzato il senso di sconfitta precostituita e inevitabile.

A parte questo sottofondo psicologico, i motivi più contingenti che hanno portato alla sconfitta dei vari movimentini che hanno tentato di riempire il vuoto, sono facilmente individuabili: il frazionismo prima di tutto, complicato sia dall’egocentrismo di alcuni ducetti, sia dall’attrattiva molto forte per alcuni, di apparentarsi in qualche modo alla coalizione di centrodestra, unico modo in tempi di maggioritario, di assicurarsi una presenza negli organi elettivi.

Occorre prima di tutto togliersi dalla testa la mentalità della sconfitta precostituita; noi non siamo gli ultimi di una temperie culturale e politica prossima a esaurirsi, quel che dovremmo incarnare è lo spirito della difesa identitaria dell’Italia e dell’Europa di cui c’è più che mai bisogno, e sempre più persone ne stanno diventando consapevoli. Dal passato possiamo trarre utili insegnamenti, ma è nel futuro che dovremo vivere d’ora in avanti.

Una volta fatti forti di questa consapevolezza, vediamo l’altro nodo della questione. Di un leader carismatico non si può disporre a comando o aspettarsi che compaia solo perché se ne desidera uno; si tratta di personalità particolari sostanzialmente irripetibili, che le circostanze possono far sì che si presentino oppure no. Dobbiamo quindi ragionare partendo dal presupposto che personaggi di questa statura al momento non ce ne sono, certamente non fra i leader dei micro-partitini residuali che si contendono quel che oggi rimane della nostra Area.

Non credo occorra sforzarsi di dimostrare che il frazionismo è di per sé un male, lo è specie nell’epoca del sistema elettorale maggioritario; non è un rimedio, tuttavia, il modo in cui finora si è cercato di superarlo, attraverso accordi “di potere” di chi in verità potere non ne ha per nulla, comunque “di vertice”, tipo “tot poltrone (potenziali, possibilità di concorrere a poltrone che generalmente si conclude con un buco nell’acqua) a me, tot a te”.

Quando la gente si ritrova sulla scheda elettorale tre o quattro listarelle “a destra del PDL” dove la differenza fra l’una e l’altra risulta del tutto esoterica e misteriosa a chi non è “addentro alle secrete cose”, la gente si stanca e si scoraggia e non vota o, altrimenti, per non sprecare completamente il suo voto e non favorire un’eventuale vittoria delle sinistre, magari vota per il centrodestra (spesso Lega).

Alle elezioni amministrative del 2011 a Trieste è accaduto una specie di miracolo: “alla destra del PDL” c’era per non so quale fortunata circostanza, una sola formazione politica, che ha ottenuto oltre il 10% dei voti, e questo nonostante la presenza del MSI-FT nella coalizione di centrodestra. Questo risultato che si può definire brillante visto il livello dal quale ordinariamente partiamo, non ha avuto peso a causa del sistema maggioritario, ma ha il pregio di dimostrare che un elettorato potenziale paragonabile a quello del vecchio MSI e forse più esteso, esiste ancora, e il problema è “riagganciarlo”.

In assenza di un leader carismatico che si imponga a tutti con la sua autorevolezza, credo che ci sia un solo rimedio al frazionismo: un programma chiaro, basato su pochi punti, fra i quali non potranno mancare l’opposizione allo strapotere americano in casa nostra, lo stop all’immigrazione e l’espulsione dei clandestini: chi lo condivide è dentro, chi non lo condivide è fuori.

C’è naturalmente il problema che il sistema elettorale maggioritario è fortemente penalizzante per le formazioni minori, ma allora diciamolo con chiarezza: l’obiettivo è quello di costituire un movimento forte e significativo nel Paese, fra la gente; quello della presenza negli organi rappresentativi potrà venire in un secondo momento. Se abbiamo pensato che il nostro problema sia quello di ottenere qualche consigliere comunale qua e là, abbiamo sbagliato tutto, un errore tanto più grave se ci siamo limitati a pensare a coalizioni temporanee per fini elettorali.

Che non ci sia “grasso che cola” è perfino meglio: chi si accosterà a noi non lo farà per fini personali.

L’Italia e l’Europa non hanno mai avuto tanto bisogno di noi come adesso: subordinate al dominio americano e prive di reale indipendenza, minacciate di essere stravolte nelle loro basi etniche dalla valanga umana che si riversa dal sud del mondo, non c’è mai stato tanto bisogno come ora di un forte movimento identitario che conduca la lotta per la sopravvivenza, per dare un futuro ai nostri figli e ai figli dei nostri figli.

Per quanto le nubi all’orizzonte siano fosche, il futuro è sempre – almeno in parte – il frutto delle nostre decisioni.

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3 Risposte

  1. Alessandro
    | Rispondi

    Egregio Calabrese, quoto al cento per cento il suo articolo. Quando lei scrive "noi", a quale movimento politico si riferisce?

  2. Fabio Calabrese
    | Rispondi

    Caro Alessandro: Se le rispondessi che con "noi" intendo tutti quegli ex missini (o di movimenti "a destra" del MSI) che NON si sono riconosciuti nella svolta finiana, sarei abbastanza preciso? Senza, per carità, voler escludere tutti quei ragazzi arrivati dopo queste esperienze e che nonostante la propaganda di una scuola "democratica" e "progressista" imbevuta di antifascismo, si sentono irresistibilmente "neri"
    Saluti.
    Fabio Calabrese

    • Alessandro
      | Rispondi

      Gentile Fabio, quei ragazzi che si sentono "neri", sono l'altra faccia della medaglia dei ragazzi "rossi" dei centri sociali. Sono delle zucche vuote, che non riescono a mettere tre parole in fila. Per restare nella "nostra" area, la responsabilità è di chi ha fondato un movimento che si dice "sociale" e "cattolico" ed ha come base un coagulo di tifoseria calcistica e di skinheads. Il risultato è un danno a tutta quell'area perché si allontanano le persone interessate alla politica e non alle "parate" in maglietta nera. Anche il danno di immagine per tutta quest'area è enorme. Sull'autore di quella sventurata svolta meglio sorvolare, il male che ha causato gli tornerà indietro.
      Saluti,
      Alessandro

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