Centro Studi La Runa

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La prostituta di Managua

7 dicembre 2009 (09:02) | Autore:

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Patricia Ortìz

(Managua, 1958 – )

prostituta

Ogni sera raggiungo via del Sur, piccola strada di polvere, di scompaginate stamberghe ad un piano.

La via va verso la città  e a volte appare enorme, là in fondo, al termine della breve salita, il  disco rosso del tramonto.

Al mattino, quando esco dalla mia stanza per tornarmene a casa, le stelle stanno scomparendo provate dal fervore della notte, la loro luce cade sparsa sulle  colline  che così schiariscono, il Sole è pronto a salire, a dominare un altro giorno.

In uguale misura cosmico è ciò che avviene nelle case della via, l’unione dei corpi, il fremere della carne e dei nervi, le energie consumate.

Il Sacro, l’uomo, è comunque vicino: penso al figlio di Paula,  quel ragazzo dagli occhi verdi sempre stupiti, che lei aveva avuto da chissà quale cliente.

Non avrei mai potuto essere quello che sono stata per così tanti anni se in fondo a me,  là dove le cose davvero contano, non amassi quello che vedo e sento, l’energia che scorre, la carne che vive, sapendo che è altro da ciò che appare.

Larghi toraci  di ragazzi e di uomini, nuche dolci che stringo con le mani, seme bianco  che entra nel mio corpo, mi riempie la bocca, zampilla sul mio ventre, sul seno, mentre l’uomo  tiene il suo sesso tra le mani e dice parole oscene.

Alla fine della notte il lenzuolo e il materasso sono fradici di un sudore tiepido che non mi disgusta più.

Capita che seduta sul letto vi passi una volta la mano, prima di uscire, come in una carezza.

Poi ricordo lui, sarà trascorso meno di un anno.

Forse quarant’anni, ben vestito e pettinato, lo sguardo azzurro e baffi radi: mi piaceva.

Rafael, diceva, e chissà se era il suo vero nome.

Pensavo a  quello che non avrei mai saputo: il suo lavoro, la moglie, i figli.

In una dolcezza attenta, inspiegabile anche per me, lo avevo preparato.

Lui pareva tremare, diceva qualcosa ad ogni colpo della mia lingua, ad ogni mio morso.

Poi era entrato in me.

Respiravamo insieme, lui si muoveva a scatti intensi,  come colpito da delle scudisciate.

Ad un tratto  avevo sentito, dentro il suo petto che premeva contro il  mio il muscolo del cuore rompersi in uno strappo profondo,  avevo visto i suoi occhi aprirsi e fissare senza vedere qualcosa in una distanza infinita, oltre me, oltre il muro della stanza, oltre Managua, oltre tutta la terra.

Per un minuto, forse due, il suo sesso in me era diventato duro come un coltello di pietra, avrei voluto dirgli uccidimi, uccidimi così, muoio anch’io con te, lo faccio con te, per te.

Forse avrei voluto dirgli che lo amavo, ma di un amore più grande,  non mio, non di Patricia.

Un amore più grande, che amava tutto il mondo.

Era già morto ma la parte di lui che stava in me ci mise un poco a poter uscire dal mio corpo, rifluendo come una marea.

Allora smettemmo di esser uno, lo spostai  e mi alzai a chiedere aiuto.

Vennero a portarlo via e restai sola.

Da quel giorno ho pensato tante volte a lui, al simbolo che abbiamo disegnato in quella stanza, io e Rafael, quella spasimante raggiera in cui lui moriva ed io continuavo a vivere prendendo il suo ultimo respiro.

A come Dio lo tiene in Sè, quel simbolo, nella Sua eternità che contiene ogni tempo e ogni cosa.


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