La Porta (Santa) del Perdono a Santiago de Compostela, il mistero di un percorso iniziatico

Durante uno dei nostri viaggi che, per lavoro o per diletto, ci ha condotto in giro per l’Europa, vi è una località che ci ha colpito particolarmente, Santiago de Compostela, e non solo per essere, insieme a Roma e Gerusalemme, una delle città pellegrine più importanti della Cristianità o per il suo animus tradizionalmente celtico, essendo la capitale della Comunità Autonoma di Galizia, regione, appunto, di forti e viventi, nella musica e nella simbologia, radici celtiche, ma per ciò che il nostro cuore, come spesso accade nei nostri approfondimenti, ha scorto di più profondo, di nascosto, alla continua ricerca di quell’intima essenza che ogni manifestazione del divino ha nell’esistenza umana. Facciamo esplicito riferimento alla nota Cattedrale, al significato esoterico del pellegrinaggio che conduce ad essa e, in particolare, ad una parte della suddetta Cattedrale che ci ha folgorati, ci ha illuminati a prima vista, rivelandoci subito la sua immensa valenza simbolico-tradizionale, la Porta Santa o del Perdono, tappa fondamentale di un percorso iniziatico, la cui trattazione costituisce il significato primo del presente scritto.

E’ importante rammentare come, seconda la tradizione, nel 813 d.C. l’eremita Paio intravide delle strane luci a forma di stella sul monte di Libredòn (Campus Stellae, da cui proviene il nome di Compostela), un’altura con vestigia di antiche fortificazioni celtiche, ove fu scoperto un monumento funerario, in cui vi era un corpo con la testa mozzata ed una scritta che recitava:”Qui giace Iacobus, figlio di Zebedeo e Salomè”; vi erano altri due corpi che appartenevano ai suoi discepoli Teodoro e Attanasio. L’Apostolo, dopo aver predicato in Spagna, ritornò in Palestina, dove venne torturato e decapitato dagli ebrei nell’anno 44. In seguito, i suoi discepoli trasportarono il corpo in Galizia, con un carro trainato da tori, fino al luogo dove oggi sorge la città; a tal punto, crediamo sia d’obbligo segnalare l’evidente corrispondenza simbolica che intercorre tra il corpo del santo trasportato dai tori e il significato esoterico che è riferito sia alla nota iconografia mithraica, che vede la divinità dominare ed uccidere un animale taurino, sia all’immagine che rappresenta il Cristo sopra un asino nella sua entrata a Gerusalemme. Se la prima analogia, quella riguardante il culto di Mithra, fa chiaramente riferimento all’uccisione, alla sconfitta delle passioni e delle debolezze dell’interiorità, rappresentando il toro, ma anche l’asino, gli elementi tamas e rajas del microcosmo, la seconda, quella cristica, è ancor più relazionata alle vicende di Santiago, rappresentando intimamente la vittoria sulla morte del corpo e dell’anima, con l’apertura di quella “porta” che conduce alla Civitas Dei, di agostiniana memoria, ritrovandola, quindi, sia in cielo che in terra, sia come riferimento archetipo, sia come vero e proprio omphalos, cioè centro di influssi spirituali, ove agisce ciò che il Taoismo chiama l’Attività del Cielo.

Si rammenti, inoltre, come, in uno splendido approfondimento di A. K. Coomaraswamy – Sir Gawain e il Cavaliere Verde: Indra e Namuci – venga spiegato con chiarezza e semplicità il significato iniziatico della decapitazione, intesa come cambiamento ontologico, di status spirituale, con l’acquisizione di un corpo nuovo, abbandonando, come ci ricorda San Paolo, il “corpo di morte”:”…la decapitazione è un disincanto della vittima, una liberazione del Sole dalle tenebre che lo oscuravano e ne provocavano l’eclissi. Ma la morte sacrificale è anche un fare molti dall’Uno, e in questo senso lo smembramento è un fine desiderato dalla vittima stessa; esso è la liberazione di tutti i principi imprigionati, di Tutto Questo (universo) contenuto in Quell’Uno”; tale liberazione è il dispiegarsi di influenze celesti, che similmente alle gocce di sangue del Redentore crocifisso che si trasformano in rose, si ritroveranno a Compostela, nella sua Cattedrale, nella ricostruzione del Tempio di Dio.

La città, infatti, è sorta intorno alla tomba dell’Apostolo e per onorare il suo sepolcro sono stati costruiti ben tre santuari: il primo venne costruito nel IX dal vescovo Sisnando, su richiesta del re Alfonso II; il secondo, nel X secolo, ebbe un aspetto più maestoso, anche grazie ai materiali di prima qualità utilizzati. Maestri come Bernardo el Viejo, Roberto, Esteban, Bernardo il Giovane, Matteo, parteciparono alla costruzione del terzo santuario, la Cattedrale, considerata come il monumento più bello eretto in Spagna nel corso del Medioevo: la sua costruzione barocca seguì il modello classico delle basiliche oggetto di pellegrinaggi, cioè con pianta a croce latina con tre navate prolungate nell’incrociato e navata dell’abside con cappelle absidali e triforio. Il santuario di Santiago de Compostela è meta di pellegrinaggi da oltre mille anni e, dal 25 luglio del 1122, ogni volta che la festa dell’Apostolo Giacomo cade di domenica, si celebra un Anno Santo e Giubilare, l’Anno Giacobeo.

A tal punto, riteniamo sia necessario esplicitare il perché del recarsi alla “finis terrae” e, soprattutto, il significato esoterico del pellegrinaggio. Differenti sono state le motivazioni che hanno messo in marcia sui vari sentieri d’Europa milioni di persone, con l’obiettivo di percorrere il “camino” a piedi, alcuni percorrendo gli 800 chilometri di strada fra Jaca o Roncisvalle e la Cattedrale. Non si può non ricordare che Dante indica il titolo di “pellegrino” come specifico ed esclusivo di coloro che andavano a Compostela:”…la sepoltura di San Giacomo era la più lontana dalla sua patria di qualsiasi altro apostolo”. I molteplici motivi del pellegrinaggio erano la riconoscenza per la grazia ottenuta, l’espiazione delle proprie colpe, il desiderio di acquisire indulgenze, insieme alla concezione religiosa che la divinità possa risiedere in alcuni luoghi privilegiati e che in queste località vi sia la possibilità di assistere alla manifestazione di fenomeni sovrannaturali, dai quali l’uomo può trarre beneficio; in altre religioni la sacralità del luogo è sancita dal fatto che in esso si sia svolta la vita terrena del Dio incarnato o di profeti. Tale è, però, solo il significato exoterico del pellegrinare, essendocene sempre, coma la dottrina tradizionale ci insegna, uno più intimo, non opposto, ma più profondo, iniziatico ed esoterico. Henry Corbin ci mostra come nella struttura dottrinale e tradizionale dell’Islam vi siano due modalità differenti di concepire il pellegrinaggio: la prima, riferita ai comuni credenti (‘awamm), consiste nel recarsi in visita ai Luoghi Santi; la seconda modalità è la Via dell’iniziato (xawass), è il desiderio del Volto dell’Amico Divino. Exotericamente vi è un Tempio materiale, ove si conducono i fedeli in preghiera, ed esotericamente vi un Tempio spirituale, in cui l’oggetto della contemplazione dello sguardo divino è il cuore dell’uomo. Ecco l’aspetto essenziale del viaggio, la trasmutazione del Deus absconditus in Deus revelatus, cioè il concepire la visita dei Luoghi Santi come un pellegrinaggio interiore, del cuore, durante il quale si riedifica il Tempio spirituale nel proprio microcosmo.

Bisogna intendere la Cattedrale come un centro, che racchiude, avvolge e contiene ogni cosa, similmente al nostro cuore, che è il centro ove convergono tutte le facoltà animiche e spirituali dell’uomo: così ogni Tempio è un’immagine del Tempio esistente a livello più profondo o superiore; più volte nei nostri scritti abbiamo richiamato la corrispondenza, espressa in tutte le forme della Tradizione, tra macrocosmo e microcosmo o tra piano exoterico e piano esoterico! E’ d’obbligo, a tal punto, assimilare le varie tappe del pellegrinaggio ai vari sviluppi del “corpo sottile”, ai vari gradi del percorso iniziatico presenti nei misteri antichi, nello gnosticismo, nell’esicasmo: in alcune pratiche sufiche l’iniziato, impersonificando Adamo, compie sette giri intorno al Tempio, come sette erano i gradi d’iniziazione nel mitraismo, similmente sette sono i centri sottili che la Kundalini deve risalire lungo la sushumna, intendendo l’uomo interiore come “Tempio maggiore di Dio”, in cui ci si riveste, in seguito, dei sette Attributi Divini. In quanto scritto speriamo di aver spiegato al meglio il vero significato del pellegrinaggio, la valenza reale che deve assumere per l’uomo della Tradizione, di un incontro tra Alter Ego Divino ed ego umano, tra polo celeste e polo terrestre: “colui che si manifesta, colui al quale si manifesta e la Forma nella quale si manifesta sono una stessa realtà”(Qazì Sa’id).

Compresi l’importanza della Cattedrale di Santiago e l’intima essenza del pellegrinare, è nostro intento disquisire sul tema fondamentale del presente scritto e che, in fondo, rappresenta la sintesi ultima di tutto ciò di cui abbiamo fin qui esplicitato. Nel nostro soggiorno a Compostela, durante l’attenta ed appassionata visita alla Cattedrale abbiamo notato la parte interna della Porta Santa o del Perdono, che esternamente affaccia nella piazza della Quintana, e la sua valenza simbolica ci ha immediatamente colpiti. Sulla Porta spicca una croce a quattro braccia inscritta in un cerchio e, inoltre, nelle quattro suddivisioni del cerchio, campeggiano un sole a nord-ovest, un’alpha a sud-ovest, una luna a nord-est, un’omega a sud-est. Al di sopra della Porta e del simbolo descritto, vi è una vetrata in cui è raffigurato l’Apostolo su di un trono e nella parte superiore della stessa vetrata è raffigurata una città. Ai lati, poi, della porta vi sono due piccole statue che rappresentano i discepoli di San Giacomo, Teodoro e Attanasio, ciascuno dei quali con un libro tra le mani. I pellegrini entrano dalla Porta Santa ed escono dal famoso Portico della Gloria, magistralmente scolpito dal maestro Matteo, dopo aver adorato l’Eucaristia ed ammirato il famoso Botafumeiro, gigantesco turibolo che si eleva fino alle volte della Cattedrale, con uno spettacolare movimento di pendolo. Con l’ausilio di tale breve descrizione è nostra intenzione dimostrare come, nel lato interno della Porta Santa o del Perdono della Cattedrale di Santiago de Compostela, vi sia una meravigliosa rappresentazione della “Porta stretta”, che il simbolismo evangelico pone all’entrata del Regno di Dio. Si fa riferimento essenzialmente ad un ambito extra-cosmico, al passaggio dell’anima nel Brahma-loka, nel Paradiso, è il ritorno dell’uomo allo stato edenico, il passaggio all’immortalità, durante il quale i vincoli con le componenti corporee e psichiche si sono spezzati. Dal punto di vista interiore, tale apertura corrisponde alla corona della testa, all’arteria coronale, l’orifizio denominato bramha-randhra, dal quale entra il raggio solare che percorre, illuminandola, la sushumna o dal quale esce lo spirito dell’essere in via di liberazione. La croce inscritta nel cerchio è il simbolo della Via da percorrere per l’iniziato, la strada che conduce a Giano, a Shiva, al Signore del triplice tempo, al Signore dell’Eternità, al Cristo, del quale l’Apostolo Giacomo ha l’aspetto nella vetrata superiore:”Io sono l’alpha e l’omega, il principio e la fine”.

verso-larca-dargentoL’importanza, quindi, di comprendere il significato iniziatico del pellegrinaggio a Santiago de Compostela emerge con la massima solarità: il mistico-pellegrino dopo aver affrontato il viaggio nelle contrade spagnole della fede e, soprattutto, nella propria interiorità approda innanzi alla Porta del Perdono (ora si capisce meglio tale denominazione!), che, però, come si riesce a leggere a stento dalle poche incisioni in latino che l’usura del tempo ha risparmiato sui libri in pietra mantenuti dalle due statue laterali dei discepoli del Santo, è riservata a pochi, perché stretto ed arduo è il passaggio: si rammenti, infatti, come in un passo evangelico si avverte come tanti saranno i chiamati da Dio, ma pochi i prescelti. Riemerge con forza la necessità di un’adeguata dignificazione, di un reale mutamento ontologico che deve avvenire nell’iniziato durante il pellegrinaggio, affinché possa risorgere il Sole spirituale ed il Tempio interiore possa essere nuovamente edificato, acquisendo quella potestas clavium, che sola ha la capacità di aprire la Porta che conduce alla Civitas Dei.

Un’analisi puntuale del termine “tempio” ci permetterà, poi, di aggiungere alcune considerazioni che possa sgombrare il campo da alcuni possibili fraintendimenti e far comprendere al meglio quale sia il senso della nostra ricerca. Nelle tradizioni ebraica ed araba il termine in questione ha da sempre designato una dimora della divinità, condizionando anche il nostro normale modo di esprimerci e di parlare. L’etimologia del latino templum, però, denota, più che un luogo di presenza, un luogo di visione, cioè un mezzo per la contemplazione del Divino:si ricordi, infatti, l’origine del termine sanscrito Veda, che proviene da vid, cioè vedere, mirare il Tempio Cosmico, che è l’insieme degli esseri della manifestazione. Il vedere, quindi, come segno di sacralità, come status ontologico primordiale: gli eroi omerici vedevano e parlavano con i propri dèi! Abbiamo precisato ciò, affinché nessuno mal comprendesse la nostra disamina iniziatica, che, partendo da un piano religioso, è, poi, proseguita nell’ambito dell’invisibile e della simbologia tradizionale: non vogliamo, infatti, offrire a nessuno l’opportunità di cadere, causa nostra, nell’errore massonico di confondere, consapevolmente o meno, l’edificio terrestre del tempio con la sua trasposizione celeste, cioè la contemplazione attiva del Tempio interiore. Tale precisazione ci riconduce alla rappresentazione presente nella vetrata descritta, ove campeggiano uno scettro e una chiave tra le mani dell’Apostolo (Cristo) raffigurato e, come già scritto e a conferma di quanto approfondito, una città divina, che simboleggia la residenza del Logos, di Purusha, del Principio ordinatore divino. E’ il “luogo” del centro, che simbolicamente corrisponde allo stato primordiale, al Polo celeste: nella tradizione estremo-orientale si parla della “Città dei Salici”, del “Soggiorno degli Immortali”, come erano i Campi Elisi nella Romanità o il Walhalla nella tradizione nordica. A fronte di tali considerazioni, è necessario evidenziare quanto valore assuma Compostela, anche per la sua assimilazione, a questo punto non più solo religiosa, alle città di Roma e Gerusalemme, ponendosi, secondo noi, in una posizione intermedia o mediatrice. “Io regnavo nel tempo in cui la terra accoglieva gli dèi e gli dèi si aggiravano per i luoghi degli uomini”: queste sono le parole che Ovidio attribuisce a Giano, il dio degli inizi, il numen che nel Lazio fa rinascere la Tradizione Primordiale sotto le insegne di Roma, quale affermazione nella storia e nell’eternità – ecco perché si parla di un’Aeternitas Romae – del volere e della presenza degli Dei, quale ritorno all’Età dell’Oro: si esplicita, infatti, la denominazione data all’Urbe di Saturnia Tellus, essendo Saturno, appunto, il numen del primo e luminoso yuga. Gerusalemme, quella celeste, invece, nel simbolismo apocalittico della tradizione cristiana è la dimora di Dio alla fine del presente ciclo, quando l’attuale Manvantara avrà sviluppato tutte le sue possibilità, anche le più negative; rappresenterà la quadratura del cerchio, il ritorno allo stato primordiale, all’Età dell’Oro: non casuale, inoltre, è il collegamento operato dal grande alchimistica Nicholas Flamel, nelle sue Figure Geroglifiche, tra San Giacomo, Compostela e l’Ars Regia!

Quindi, una realtà metafisica che rimane immutata al di là dei condizionamenti spaziali e temporali della manifestazione, un Regnum Dei o uno status dell’essere che muta il proprio nome o la propria forma, a seconda delle leggi cicliche, ma che non vede mai intaccata la propria ed intima essenza. Compostela, pertanto, è per noi, con la sua storia, con la sua Cattedrale, con il suo percorso iniziatico, un’altra determinazione terrestre e fisica della Civitas Dei, con la sua tradizione religiosa e devozionale, ma anche templare e guerriera, come l’abbiamo “sentita” durante la nostra visita, un grande omphalos, come lo è per noi Roma, ove sentire sulla pelle, nell’aria, sulla terra, nel cuore la grandezza eterna della Tradizione, “un luogo in cui nessuna muraglia divide inesorabilmente la nostra vita in due metà avverse, in cui, superando lotte e conflitti, l’armonia fa fiorire nei cuori una gioia pura, in cui, infine, trionfando sulle più spesse nubi, misericordioso per i giusti e gli ingiusti, brilla un Sole immutabile”.

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Tratto dallo speciale della rivista Graal dedicato alle Cattedrali d’Europa – Settembre/Ottobre 2005.

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Nato a Taranto nel 1977, è stato l’animatore nei primi anni del 2000 del Centro Studi Tradizionali Cuib Mikis Mantakas, con la correlata fanzine Camelot, a cui hanno offerto la loro preziosa collaborazione numerosi studiosi del tradizionalismo italiano. Attualmente, i suoi interessi, che spaziano dalla metapolitica alla Tradizione, dall’antichità classica alla dottrina ermetico-alchemica, lo coinvolgono in alcune collaborazioni di rilievo con riviste come Vie della Tradizione, Elixir, Arthos, Orientamenti, Orion. Suoi articoli sono apparsi anche su pubblicazioni come Ciaoeuropa, Graal, Hera, Simmetria ed Arketè.

4 Responses

  1. daniele
    | Rispondi

    molto interessante il fatto che anche santiago ha origini celtiche e che celti siano gli abitanti della galizia. Non lo sapevo. la parla simbolo si ripete molte volte nel vostro racconto, io ho una prdilizione per i simboli. Avete un Archivio? simboli da scambiare o da poter commentare insieme? fatemi sapere. Cordiali Saluti

    Cerboni daniele

  2. sonia
    | Rispondi

    beh! pensavo che tutti i pellegrini in arrivo a Santiago entrassero per il Portico Della Gloria……. e di essere l'unica ad essere entrata per la Porta Del Perdono……ora capisco perchè quella donna si è fatta il Segno della Croce davanti al mio zaino appoggiato alla colonna…….Ultreya e Suseya ……..

  3. Claudia
    | Rispondi

    Ho fatto un sogno di recente" mi trovavo a parlare con un sconosciuto, un meticcio, simile a venditore di lana, il quale si allontanò da me lasciandomi un messaggio, una frase che scorreva sul displey del suo cellulare che incautamente le avevo sottratto: Santiago de Compostela…" ripeteva quella frase l'infinito "Va' Santiago de Compostela" tornai indietro, correndo, per restituirglielo, ma non lo ritrovai più: il venditore se n'erra andato…cosa vuo dire?

    • filomena
      | Rispondi

      ….vai a percorrere il tuo Cammino Interiore, cercandone la mappa e le procedure per superare ostacoli prevedibili e imprevedibili ovvero i tuoi luoghi oscuri interiori che in te, come in tutti noi, sono ben sepolti e il cui ritrovamento, comprensione e annullamento, ti porterà a tesori di conoscenza, tesori di luce riconnettendoti via via all'Essere, la Stella interiore, la Stella di Betlemme, Filomena

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