La mistificazione della storia

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Newgrange (co. Meath, Irlanda)
Newgrange (co. Meath, Irlanda)

Nel 2007 il matematico e filosofo Piergiorgio Odifreddi pubblicò il saggio Perché non possiamo essere cristiani e meno che mai cattolici, libro che, come non è difficile capire, mette radicalmente in discussione la dottrina del Discorso della Montagna. Fra le altre cose, Odifreddi faceva notare il fatto, del resto ben noto, che al di fuori dei Vangeli non si trovano tracce di riferimenti agli avvenimenti raccontati nei Vangeli stessi, tranne qualche accenno, come il famoso testimonium flavianum, un frammento attribuito allo storico Giuseppe Flavio che è con ogni probabilità un’interpolazione spuria inserita a secoli di distanza negli scritti dello storico ebreo.

Ora, argomenta Odifreddi, il primo secolo della cosiddetta Era Volgare era un’epoca altamente civile nella quale le notizie correvano e c’erano dozzine di storici. Possibile che nessuno si sia accorto che in Palestina c’era un grande taumaturgo come il Gesù raccontatoci dai Vangeli, capace di camminare sulle acque, guarire i lebbrosi, resuscitare i morti? E’ di gran lunga più verosimile che non ci abbiano raccontato nulla perché non c’era nulla da raccontare, e che il Cristo dei Vangeli sia pressoché per intero una figura mitologica elaborata molto dopo l’epoca degli avvenimenti narrati.

È molto istruttivo e fa un effetto quasi umoristico leggere la recensione che ha fatto al libro di Odifreddi sul sito della EffeDiEffe Maurizio Blondet, giornalista di impostazione cattolico-tradizionalista ed ex collaboratore de “L’avvenire”, il quotidiano della CEI.

“Per fortuna”, ci dice Blondet, Odifreddi non si è accorto che anche per quanto riguarda l’Antico Testamento “esiste un problema analogo”. Se noi andiamo a leggere quello che ci racconta la Bibbia riguardo al regno d’Israele soprattutto nei periodi di maggiore potenza come il regno di Salomone, si ha l’impressione che si sia trattato quanto meno di una media potenza dell’area mediorientale. E allora, non è quanto meno strano che di ciò i vicini di Israele non si siano accorti per nulla? Noi non troviamo alcuna menzione a Israele e/o agli Ebrei in nessun testo babilonese, assiro, ittita o fenicio. Per quanto riguarda l’Egitto, poi (menzionato nella bibbia centinaia di volte) c’è solo un ambiguo riferimento di sfuggita in una stele, che potrebbe forse riferirsi a Israele o forse no. L’impressione che si ha, è che la parte “storica” della bibbia non sia altro che una raccolta di fanfaronate scritta per gratificare lo sciovinismo tribale di una popolazione che fino al tramonto dell’età antica ha avuto sulla storia del Medio Oriente (non diciamo sulla storia mondiale) un peso pressoché pari a zero.

Quello che per un credente come Blondet è “un problema”, per chi non ha lo sguardo appannato dalla “fede” è semplicemente un fatto. L’Antico e il Nuovo Testamento sono entrambi due “patacche”, due raccolte di favole senza nessun fondamento storico.

Ciò che la gente crede, il più delle volte non ha alcun rapporto con la realtà. C’è gente che crede all’astrologia, c’è ancora gente capace di credere nel comunismo; e quando mai si è visto nella storia umana un sistema di regimi come quello comunista dell’Unione Sovietica e dell’Europa orientale crollare sotto il suo stesso peso, di fronte alla constatata incapacità di produrre altro che violenza, miseria e oppressione? Perché non lasciare allora che chi vuole continui a credere che quella raccolta di favole e mistificazioni che conosciamo come Bibbia sia nientemeno che “la parola di Dio”, magari aggiungendovi la credenza in quella serie di sciocchezze che sono i dogmi cattolici, dalla transustanziazione alla verginità di Maria?

Questo è inaccettabile per una serie di ragioni: il cristianesimo, incistatosi nel cuore della cultura europea come una malattia cronica dopo aver distrutto le religioni native dell’Europa, sembra oggi tornato a una nuova fase di virulenza, si pensi solo a come premono la Chiesa cattolica e le varie Chiese cristiane in favore dell’immigrazione che minaccia di sommergere e cancellare le stesse basi etniche della civiltà europea.

Ancora, noi sappiamo che durante la seconda guerra mondiale la parte vincitrice del conflitto si è macchiata di atrocità in quantità nettamente superiori di quelle che è poi riuscita ad attribuire ai vinti: pensiamo solo ai quattro milioni di vittime civili dei bombardamenti aerei alleati e ai tre milioni di civili tedeschi massacrati dall’Armata Rossa a oriente dell’Oder. Siamo già oltre le cifre del cosiddetto olocausto attribuito ai nazisti, e non abbiamo ancora considerato due bombardamenti nucleari sul Giappone, le migliaia di italiani massacrati dai comunisti jugoslavi nelle foibe, l’eccidio di Katyn, le stragi compiute dalle bande partigiane e via dicendo, eppure tutto ciò non ha nemmeno lontanamente l’impatto emotivo del cosiddetto olocausto (le cui cifre non possono essere ridimensionate anche perché per gli storici che cercano di studiare l’argomento, nelle nostre liberissime democrazie si aprono le porte del carcere), ci sono vittime di serie A e vittime di serie B, perché il cosiddetto olocausto (parola che proviene dalla terminologia religiosa) porta con sé il sentore del sacrilegio: si sarebbe alzata la mano sul “popolo santo”, sul “popolo sacerdotale”, sul “popolo di Gesù”.

Il senso di colpa per ciò (anche se nessuno che sia nato dopo il 1945 può essere chiamato a risponderne personalmente), dovrebbe giustificare la soggezione in eterno dell’Europa agli Stati Uniti, potenza sedicente cristiana, “nuovo Israele”. È chiaro, assolutamente chiaro che qualsiasi progetto di rinascita dell’Europa passa per il rifiuto radicale di tutto ciò, a cominciare dalla sopravvalutazione dell’ebraismo ingenerata dalla diffusione delle mistificazioni bibliche che per secoli sono state spacciate all’Europa come “la verità rivelata” per antonomasia.

La cultura dell’Europa è stata per secoli dominata dalla Chiesa cattolica che ha abilmente riutilizzato i cascami della cultura classica per fare da supporto a una concezione il cui nucleo centrale rimane ebraico-mediorientale. Tutte le volte che c’è stato un reale progresso della conoscenza, esso ha dovuto lottare contro l’ortodossia biblica. Copernico e Galileo hanno liberato dal dogma biblico l’astronomia e le scienze fisiche, Darwin le scienze biologiche, ma le scienze storiche stanno ancora aspettando il loro Copernico, il loro Galileo, il loro Darwin.

Un punto che dovrebbe essere oggetto di una riflessione a parte: noi sappiamo che a partire dagli anni ’70, da quel disastro per la nostra cultura e per la nostra scuola che è stato il cosiddetto ’68 le cui nefaste conseguenze sono ancora ben lungi dall’essere state smaltite, la scuola italiana e in particolare l’insegnamento della storia sono stati invasi, impestati da docenti di sinistra di formazione marxista. Ebbene, non è perlomeno strano che costoro non abbiano trovato nulla da ridire su di un’impostazione della storia di derivazione cristiano-biblica, che come vedremo, è estremamente fragile e confutabile?

Secondo me, questa è la prova lampante di due fatti fondamentali:

1. La reale scientificità del cosiddetto “materialismo dialettico” e del cosiddetto “materialismo storico”, dell’impostazione marxista della storia è rigorosamente nulla.

2. Abbiamo qui la prova evidente del fatto che cristianesimo e marxismo sono due forme di pensiero molto più affini di quel che sembrerebbe a prima vista, scaturenti entrambe dalla stessa matrice semitico-mediorientale.

Se si prende in mano un qualsiasi testo di storia, “la storia” che ci viene raccontata è sempre la stessa: la civiltà umana sarebbe germogliata in Medio Oriente tra l’Egitto e la Mesopotamia, per passare, in un complicato passaparola da Egizi, Assiri e Babilonesi a Fenici, Ebrei e Persiani (forse anche Cretesi minoici ed Etruschi) e da questi ai Greci che l’avrebbero consegnata ai Romani, per arrivare infine nel cuore del nostro continente sulla punta delle lance e dei gladi romani solo poco prima dell’età di Cristo.

Si tratta di un persistente schema di derivazione biblica tendente a enfatizzare il ruolo del Medio Oriente e a sminuire quello dell’Europa. I fatti che non collimano con questo schema – paraocchi, come ad esempio quello, accertato, che il complesso megalitico di Stonehenge è di otto secoli più antico delle piramidi egizie o che la tomba monumentale di Newgrange in Irlanda risale a un’epoca ancora più remota, semplicemente non sono presi in considerazione.

La cultura celtica, “colpevole” di essere una cultura assolutamente autoctona dell’Europa, non riconducibile a influenze provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo, è stata particolarmente maltrattata e sottovalutata dagli storici affetti da strabismo mediorientale che perpetuano – consciamente o no – lo schema biblico, e lo stesso è avvenuto, a maggior ragione per quella cultura pre-celtica e forse pre-indoeuropea a cui dobbiamo l’edificazione dei grandi complessi megalitici diffusi nell’Europa atlantica e mediterranea da Malta a Stonehenge, ma diffusi soprattutto nella parte atlantica dell’antica Gallia e nelle Isole Britanniche, ma in un certo senso si può dire che i popoli e le culture dell’Europa mediterranea sono stati trattati anche peggio.

Come è noto, le lingue delle popolazioni caucasiche e le popolazioni stesse, sono state classificate in tre grandi gruppi: semitico, camitico e indoeuropeo: il gruppo semitico comprenderebbe le lingue e le popolazioni degli antichi Babilonesi, Assiri, Caldei, Fenici, degli Ebrei, degli Arabi. Camitiche sarebbero le popolazioni “bianche” dell’Africa settentrionale anche se parzialmente arabizzate dalla conquista islamica. Camiti sarebbero gli antichi Egizi e i loro discendenti moderni, i Copti, le popolazioni berbere e tuareg, gli antichi Numidi e in Asia appartenevano al gruppo camitico i Cananei. Al ceppo indoeuropeo appartiene la quasi totalità delle lingue parlate in Europa e verosimilmente radici comuni ne hanno le popolazioni: Celti, Germani, Latini, Greci, Slavi, e poi in Asia le popolazioni indiane e iraniche.

Questa classificazione deriva direttamente dalla Bibbia, dai tre figli di Noè, Sem, Cam, Jafet che si suppone sarebbero stati gli antenati rispettivamente dei Semiti dei Camiti, degli Indoeuropei. Se dovessimo prendere la narrazione biblica per qualcosa di diverso da una favola, ci si porrebbe subito un problema: poiché essa racconta che tutta l’umanità precedente a Noè sarebbe stata spazzata via dal diluvio, da dove verrebbero le popolazioni non caucasiche? Forse i loro antenati sono stati sbarcati sulla Terra da degli UFO?

Ma prescindiamo, il fatto è che lo schema biblico si dimostra riduttivo e mistificante anche se applicato alle sole popolazioni caucasiche.

Da questo schema, che vorrebbe costringere la realtà nella camicia di forza biblica che – torno a ripeterlo – non ha alcun valore storico ed è puramente leggendaria, rimane fuori un numero impressionante di popolazioni antiche che gli storici, con assoluta cecità, continuano a etichettare come “non apparentate” o “di origine misteriosa” o “non indoeuropei” (etichetta che potrebbe nella sua vaghezza andare ugualmente bene per Eschimesi e Papua): Etruschi, Minoici, Liguri (il cui territorio era un tempo esteso a gran parte della Gallia meridionale), Iberici, per non menzionare che le principali.

Si tratta di un vasto insieme di popolazioni dalle caratteristiche non dissimili che possono essere agevolmente denominate come “Mediterranei”, anche se bisogna tenere presente che pure popolazioni camitiche, semitiche ed indoeuropee erano affacciate sulle sponde del Mediterraneo già in età antica e che un sostrato “mediterraneo” è rilevabile, ad esempio, nelle Isole Britanniche, e che a questa popolazione “mediterranea” delle origini sarebbe riconducibile l’edificazione dei complessi megalitici preesistenti all’avvento dei Celti, bisogna dunque accettare la definizione di “Mediterranei” come etnica, storica e culturale piuttosto che geografica.

A questo contesto “mediterraneo” appartenevano con ogni probabilità importanti civiltà antiche come quella etrusca e quella cretese-minoica, nonché le culture cui è attribuibile l’erezione dei complessi megalitici delle Isole Britanniche, della Gallia atlantica (ad esempio Carnac) e dell’isola di Malta.

Bisognerebbe quanto meno aggiungere un quarto ramo “mediterraneo” delle popolazioni caucasiche, anche se non è possibile riscrivere la Bibbia per inventare un quarto figlio di Noè. Non è ancora tutto, perché rami minori e separati sono probabilmente costituiti dalle popolazioni ugrofinniche, dai Baschi, da Sardi e Corsi.

Dall’idea che ci facciamo del nostro passato dipende l’idea che abbiamo di noi stessi esattamente come, per capire dove ci troviamo, occorre sapere da dove siamo venuti e, a questo riguardo non a caso, talvolta si sentono delle bestialità da far accapponare la pelle, e una delle più ricorrenti è la confusione tra mediterraneo e semitico, un modo comodo per risucchiare dentro il mondo semitico grandi civiltà antiche come quella etrusca e quella minoica (ma quella di arraffare tutto ciò su cui si può mettere le mani a poco prezzo sembra essere una radicata tradizione semitica); in realtà nulla potrebbe essere più falso, e ben difficilmente si potrebbero indicare due culture, due modi di essere più diversi.

Stonehenge. Wiltshire, Inghilterra
Stonehenge. Wiltshire, Inghilterra

Pensiamo solo a un tratto per tutti, la posizione che la donna aveva (o ha ancora al presente) nelle rispettive società. Che gli antichi Mediterranei inclinassero al matriarcato e che comunque nelle loro culture la donna vi godesse di dignità e di autonomia pari a quella dell’uomo, su questo mi sembra vi siano pochi dubbi. Andiamo a vedere quello che accadeva/accade nel mondo semitico, ciò che ci è testimoniato dall’ebraismo biblico, dall’islam fino al presente, dalle tracce che quella sorta di semitizzazione dell’Europa che è stata la diffusione del cristianesimo ha lasciato nella nostra stessa cultura: ci accorgiamo di avere a che fare con una mentalità, più che patriarcale, sessuofoba e misogina, dove la metà femminile della popolazione era/è tenuta in condizioni di minorità e spesso di segregazione. Il modo in cui la donna è trattata nel mondo islamico, spesso priva di diritti politici del diritto all’istruzione, spesso persino all’assistenza sanitaria, segregata in casa, costretta a nascondersi sotto lo chador o il burqa quando esce per strada, ci fa giustamente orrore, ma dovremmo ricordare che né l’ebraismo biblico né il cristianesimo antico e medievale ci mostrano un quadro sostanzialmente diverso; in particolare quel libro anacronistico che ci ostiniamo a considerare “sacro” ci fa vedere una mentalità per la quale la donna è solo oggetto e non soggetto di diritti, esiste solo per il piacere dell’uomo e per dargli figli, contro la quale ogni violenza è presentata con noncuranza, e in ultima analisi lecita.

Non è questa la sola differenza che è possibile riscontrare tra Mediterranei e semiti. Immaginiamo di visitare un museo con riproduzioni dei vari capolavori dell’antichità. Passando davanti alla riproduzione di una sezione di ziggurat babilonese o a un toro alato assiro, per poco che siamo sensibili, avremo l’impressione di una grandiosità plumbea, senza vita, proveremo un senso di oppressione, chi ha realizzato quelle opere, ci viene da pensare, doveva essere gente oppressa da tirannidi politico-sacrali che ne facevano degli schiavi dalla culla alla tomba, esattamente come ancora oggi la vita dei popoli islamici è condizionata da un’ossessione religiosa che si spinge spesso fino al fanatismo e lascia ben poco spazio alla gioia di vivere o non ne ammette semplicemente l’espressione.

Il Geova veterotestamentario è una divinità feroce, pronto a colpire i suoi devoti coi più tremendi flagelli al minimo segno di disobbedienza o di obbedienza non sufficientemente zelante, e ad aizzarli a sterminare i popoli stranieri per farsi e fargli spazio, ma appare ancora quasi mite se confrontato con altre divinità semitiche come Baal e Moloch, avide di sacrifici umani (tracce di sacrifici umani si trovano però anche nella Bibbia, a cominciare dalla storia di Isacco). E Allah? È un’altra divinità con la quale è meglio non scherzare.

Proseguiamo la visita al nostro ideale museo e spostiamo ora la nostra attenzione sugli affreschi etruschi e minoici: è un mondo del tutto diverso quello che troviamo: possiamo vedere scene di feste, di cacce, di attività sportive che ci testimoniano di una visione della vita molto più serena e armoniosa: la figura umana è sempre centrale: uomini e donne dai corpi vigorosi ed elastici, che gli artisti non si sono preoccupati troppo di nascondere, e che sembrano apprezzare pienamente le gioie della vita. Forse un elemento importante per capire le differenze psicologiche fra i due gruppi di popoli e culture, è dato dal fatto che uno dei capolavori della statuaria antica, la “dama di Elche”, è opera di un popolo, gli Iberici, che solitamente gli storici non degnano di molta considerazione. Al confronto, le figurine umane ritrovate nei tophet fenicio-punici di Monte Sirai e Mozia appaiono sorprendentemente rozze e primitive, e non credo sia scorretto interpretare la cosa come una testimonianza del fatto che le culture mediterranee accordavano all’essere umano, all’individuo, una centralità del tutto sconosciuta nel mondo semitico.

L’ambiente naturale ha certamente un’importanza fondamentale nel modellare la cultura umana: il semita era (è) essenzialmente un figlio del deserto, di un ambiente vuoto fatto di cielo e dune dove le capre strappavano e strappano una magra sopravvivenza da stentati arbusti e il pastore e allevatore semitico a sua volta strappava e strappa una magra sopravvivenza dalla carne e dal latte delle capre. Questa condizione, per la quale la natura, priva di qualsiasi intrinseca sacralità, è vista come qualcosa di ostile che l’uomo deve dominare e soggiogare, e verso la quale può ritenere di agire senza alcun freno, è certamente alla base del rapporto uomo-ambiente naturale come è tratteggiato dalla Bibbia, e sappiamo l’effetto deleterio che ciò ha avuto sulla cultura occidentale che ha compreso tardi (forse troppo tardi) che non è possibile agire verso il mondo naturale con spirito aggressivo e irresponsabile senza pagarne prima o poi pesanti conseguenze.

Sempre i nostri affreschi etruschi e in questo caso soprattutto minoici, ci testimoniano un atteggiamento ben diverso; noi non abbiamo testimonianze scritte, ma le pitture parietali di Cnosso e di Tirinto ci dicono che quella era gente che amava profondamente il mare e le pianure verdeggianti e ricche di fiori, della cui flora e della cui fauna ci ha lasciato splendide raffigurazioni.

L’elemento mediterraneo è un costituente fondamentale della civiltà europea, mentre al contrario quello semitico è qualcosa di estraneo ad essa, che per l’Europa è sempre stato una minaccia, sia quando si è presentato sotto la forma dell’aggressione esterna, ad esempio con le invasioni islamiche saracene, sia quando ha scelto la via dell’infiltrazione e della colonizzazione spirituale, con la cristianizzazione, che è stata la principale causa dello sfacelo dell’impero romano e del tramonto del mondo antico; oppure oggi quella semitizzazione di secondo grado, per interposti cafoni a stelle e strisce che è l’americanizzazione che sta avvelenando la cultura del nostro continente.

Un lato della questione è certamente la consistenza etnico-culturale dell’Europa, un altro non meno importante è rappresentato dal contributo dato dal nostro continente alla civiltà umana e, anche a questo riguardo ci si imbatte spesso in fraintendimenti grossolani che – stranamente – tendono sempre a minimizzarne il ruolo.

L’orientamento di pensiero più diffuso in particolare fra storici dell’arte, orientalisti (ovviamente), storici delle religioni e altri ancora, è quello secondo il quale pressappoco qualsiasi importante invenzione materiale o qualunque avanzamento culturale e spirituale avvenuto in Europa negli ultimi cinque o sei millenni sarebbe dovuto ad un’influenza civilizzatrice di qualche genere proveniente da oriente.

Proviamo a riflettere soltanto un momento su quanto questo schema sia, a conti fatti, un’autentica assurdità.

Nella tarda preistoria, se si può usare l’espressione, l’Europa è alla testa dei primi barlumi dell’incivilimento umano. Non ci sono solo le bellissime bifacciali magdaleniane che sembrano trine di pietra con tanta maestria sono lavorate, non ci sono solo le bellissime pitture parietali della Dordogna e della Spagna pirenaica, ma, come vedremo, ci sono prove e indizi convincenti che in Europa e non in Medio Oriente siano stati compiuti progressi fondamentali come l’addomesticamento degli animali, la scoperta dell’agricoltura, dei metalli, della scrittura.

È ragionevole supporre che la civiltà umana si sia originata in Europa per poi spostarsi in Medio Oriente con un incredibile balzo da canguro per poi tornare strisciando nel cuore del nostro continente poco prima del tramonto dell’età antica?

Nel 1991 è avvenuta una scoperta che avrebbe dovuto (ma evidentemente non è stato così) indurci a rivedere le nostre idee sulle origini della civiltà. Sull’arco alpino al confine fra Italia e Austria è stato rinvenuto il corpo ormai mummificato di un uomo vissuto attorno al 3.500 avanti Cristo, 5.500 anni fa, che i ghiacci hanno preservato per millenni e il loro recente ritiro ha portato allo scoperto, Oetzi, l’uomo del Similaun. La cosa più importante dal nostro punto di vista è la presenza nel corredo di attrezzi che l’uomo aveva con sé di un’ascia dalla testa metallica, composta da una lega di rame e antimonio. Asce di rame analoghe compaiono in Medio Oriente solo cinquecento anni dopo, e attrezzi di bronzo vero e proprio solo un millennio più tardi. Non è, come vedremo, la sola prova della priorità europea nella scoperta dei metalli.

Soffermiamoci un momento e chiediamoci perché a un certo punto è comparso l’uso di strumenti di metallo, dal momento che la strumentazione litica la cui lavorazione aveva raggiunto la perfezione già nel paleolitico superiore, era perfettamente adeguata alle esigenze dei cacciatori nomadi. In più, lo strumento di pietra non perde il filo, non si arrugginisce, si spezza più difficilmente, può essere prodotto con materiale di molto più facile reperibilità. Rispetto a esso, lo strumento di metallo aveva un solo cruciale vantaggio: la facilità e la rapidità con cui poteva essere prodotto una volta che si disponesse di un crogiolo. La sua diffusione può essere spiegata con un aumento demografico ovvia conseguenza della scoperta dell’agricoltura. Ciò costituisce una prova indiretta ma molto convincente del fatto che la scoperta dell’agricoltura sia avvenuta non in Medio Oriente ma in Europa.

Il fatto che la capacità nella specie umana di metabolizzare il latte in età adulta sia massima nell’Europa centrale e settentrionale per decrescere man mano che si scende nel bacino mediterraneo e scomparire di fatto presso le popolazioni non di origine europea, capacità che dipende certamente da un adattamento darwiniano, costituisce una prova molto chiara che in Europa tra la Scandinavia e l’arco alpino è stato introdotto per la prima volta l’allevamento dei bovini, preceduto probabilmente dall’addomesticamento della renna.

L’elenco delle invenzioni che si suppone noi Europei abbiamo importato dall’Oriente fra la preistoria e il Medio Evo, e che i devoti della teoria dell’origine orientale non fanno altro che snocciolare, è impressionante finché non lo si guarda troppo da vicino: l’alfabeto (ma i Fenici si limitarono, omettendo le vocali a creare una grafia semplificata del sistema pittografico rappresentato dai caratteri geroglifici e cuneiformi; la vera invenzione dell’alfabeto con la scomposizione della sillaba in vocali e consonanti fu fatta dai Greci), la bussola (ma i Cinesi avevano creato bussole di scarsissima efficienza: un pezzetto di magnetite su di un pezzo di sughero che galleggia in una bacinella, l’idea d’incernierare l’ago magnetico su di un perno venne ai marinai italiani di Amalfi), la stampa (ma i Cinesi avevano creato solo dei timbri inchiostrati, i caratteri mobili e quindi la vera invenzione della stampa fu dovuta a Gutenberg in Germania), la polvere da sparo (ma i Cinesi realizzarono solo petardi, le armi da fuoco e l’esplosivo da miniera furono creati in Europa), persino gli spaghetti (ma sembra che si producessero in Sicilia già due secoli prima della loro presunta importazione dalla Cina da parte di Marco Polo).

C’è un punto che è assolutamente necessario chiarire: questo non è un dibattito che si svolga su basi eque, lasciando parlare i fatti e gli argomenti. L’establishment accademico storico-archeologico-culturale, legato a doppio filo a quello politico, ha la possibilità di usare e di fatto usa a favore delle tesi “orientaliste” non soltanto un potente sistema mediatico, ma un vero e proprio metodo censorio, dimostrando chiaramente che stabilire la verità sul nostro passato è di certo l’ultima delle sue preoccupazioni.

Qualche anno fa, fortuitamente mi è capitato di imbattermi in nuovi tasselli da aggiungere al puzzle delle nostre origini e della nostra specificità in quanto europei, nuovi elementi che contribuiscono ancora di più a destituire di fondamento la leggenda di un’Europa tributaria dell’Oriente in tutte le sue acquisizioni materiali e spirituali.

L’aspetto paradossale della cosa è che questi tasselli si trovano in un testo di un autore di quelli che hanno il coraggio di proporre interpretazioni eterodosse del nostro passato, ma che è anch’egli affetto da strabismo mediorientale, sia pure in maniera meno marcata degli storici e degli archeologi “ufficiali”, ma è abbastanza onesto da fare alcune sorprendenti ammissioni.

Sto parlando di Ian Wilson e del suo libro I pilastri di Atlantide (Fratelli Fabbri Editori 2005).

In questo testo, l’autore sviluppa l’ipotesi, che sembrerebbe essere confermata negli ultimi anni, che quello che è attualmente il Mar Nero sarebbe stato migliaia di anni fa un lago di acqua dolce di dimensioni nettamente inferiori al mare attuale, che sarebbe stato trasformato nel mare che oggi conosciamo da un catastrofico crollo della diga naturale che si trovava tra i Dardanelli ed il Bosforo, venendo invaso dalle acque del Mediterraneo, provocando la distruzione degli insediamenti umani che si trovavano sulle sue sponde.

Che quella che venne spazzata via da quest’alluvione, per un lato identificata con il diluvio biblico, sia stata la civiltà madre di tutte le successive culture europee ed asiatiche e che questa civiltà madre possa essere identificata con l’Atlantide platonica, naturalmente, rimane una congettura tutta da verificare; ma tant’è, vari ricercatori hanno collocato Atlantide nelle isole dell’Egeo, nell’Africa del nord, in Mesopotamia, nelle Americhe, persino in Antartide, ci può stare anche un’Atlantide pontica.

Wilson, c’era da scommetterci, guarda soprattutto alla sponda anatolica, ma è abbastanza onesto da ammettere che vi sono indizi importanti che l’Europa e non l’Asia sia stata teatro di alcune scoperte fondamentali nella civiltà umana: la metallurgia e la scrittura.

Il rame, lo sappiamo, è il metallo più antico conosciuto dall’uomo. Ebbene, dove pensate che si trovino le più antiche miniere di rame conosciute al mondo? In Egitto, in Mesopotamia, in Siria, in Palestina, in Anatolia? Niente affatto, lungo il Danubio! Precisamente nella località di Rudna Glava nella ex Jugoslavia, come Wilson ci racconta:

“Artigiani metallurghi ottenevano la materia prima risalendo lungo il fiume Danubio fino a Rudna Glava nell’ex Jugoslavia, dove si trovano le miniere di rame più antiche finora scoperte. La cultura metallurgica di Varna [Bulgaria] non ebbe comunque vita lunga. Per ragioni che, ancora una volta sono probabilmente da mettere in relazione con l’aumento del livello dei mari, verso il 4000 a. C. il sito venne abbandonato. Ignoriamo la destinazione dei suoi abitanti e dei suoi fabbri”.

Ma questo è ancora solo l’antipasto, perché è sempre in Europa, e non in Medio Oriente, che è avvenuta l’invenzione che ha rivoluzionato la civiltà umana e determinato il passaggio dalla preistoria alla storia, l’invenzione della scrittura.

Noi dobbiamo distinguere fra le scritture alfabetiche e quelle non alfabetiche; queste ultime possono essere ideografiche (ogni segno serve a rendere un concetto, è cioè un ideogramma) o sillabiche (ogni segno equivale ad una sillaba). In pratica, la maggior parte delle scritture non alfabetiche, dai geroglifici egizi agli ideogrammi cinesi, è una mescolanza di caratteri ideografici e sillabici. L’inconveniente principale di questo tipo di scritture, è che esse richiedono la conoscenza di almeno un paio di centinaia di segni. Di conseguenza, dove si usano, la scrittura non diventa quasi mai un’abilità diffusa, ma è generalmente il possesso di una casta di scribi specializzati, con tutte le implicazioni sociali relative.

L’invenzione dell’alfabeto è generalmente attribuita ai fenici, ma i fenici si limitarono a semplificare una scrittura sillabica derivata forse dal demotico egizio, con la notazione delle sole consonanti, senza vocali e senza stacco fra le parole: nprtcfncscrvvncsvcmprnsbl, in pratica i fenici scrivevano così, vi è comprensibile? Rispetto a ciò, i Greci realizzarono un progresso fondamentale che ne fa secondo molti i veri inventori dell’alfabeto: la fissione della sillaba che viene finalmente divisa in consonante e vocale, dando luogo al semplice e pratico metodo che negli ultimi tre millenni è rimasto sostanzialmente invariato. Secondo alcuni autori, la fissione della sillaba è stata un’invenzione la cui importanza è paragonabile a quella della fissione dell’atomo.

Il testo di Ian Wilson ci rivela dell’altro, una scoperta fondamentale della quale si è parlato pochissimo, al punto da far toccare con mano il fatto che quella che passa per scienza storica è una congiura per nascondere la verità, così come lo era la “scienza” dei dotti aristotelici che si opponevano a Galileo o quella degli ecclesiastici che hanno combattuto Darwin.

Dove è stata ritrovata la più antica scrittura conosciuta al mondo? Provate a dire: in Egitto, in Mesopotamia? No, guarda caso, ancora una volta in Europa!

Anche stavolta non si tratta di una scoperta recente, risale al 1961, mezzo secolo fa, un tempo più che sufficiente per dimostrare che in questi campi esiste un vero “coverage” delle informazioni finalizzato al mantenimento dei privilegi che la casta dei presunti storici ed archeologi ricava dalla sua presunzione di conoscenza.

Questa scoperta fondamentale, ci racconta Wilson, è avvenuta nel 1961, mezzo secolo fa, e si è subito provveduto ad avvolgerla di un velo di riserbo in modo che non arrivasse al grosso pubblico, tanto metteva in crisi i dogmi dell’archeologia ufficiale:

“Questa scoperta fondamentale è venuta alla luce nel 1961, quando l’archeologo rumeno N. Vlassa era intento a compiere degli scavi in un sito preistorico della Tartaria nei pressi di Turda nella Romania occidentale. Nel livello inferiore del sito, che lui sapeva appartenere alla cultura Vinça, si imbatté in un pozzo nel quale si trovava lo scheletro di un adulto, 26 statuette di argilla cotta, due statuette in alabastro, un braccialetto di conchiglie Spondylus e tre tavolette di argilla.

Due di queste tavolette sconcertarono Vlassa. Infatti, pur se la data apparente della sepoltura si attestava attorno al 4500-4000 a. C., queste tavolette recavano iscrizioni pittografiche (…).

La prima forma di scrittura pittografica – riconosciuta come tale – è venuta alla luce ad Uruk, nell’attuale Iraq, sembrava essere opera dei Sumeri. Tuttavia la scrittura su queste tavolette, che provengono dalla Tartaria, sembra risalire ad oltre un millennio prima (…)”.

Sinclair Hood, un eminente archeologo britannico che ha studiato queste tavolette ha affermato che:

“I segni sulle tavolette della Tartaria mostrano sconcertanti analogie con la scrittura pittografica che sarebbe comparsa a distanza di alcune centinaia di anni nella Creta minoica (…).

Una volta che la scrittura è stata riconosciuta come tale, sono stati inquadrati nella giusta luce anche altri reperti, compresi alcuni frammenti ceramici scoperti nel 1870. In ogni caso (…) nessuno poteva essere in grado di intuire che questa scrittura si era potuta sviluppare in un periodo antecedente al III millennio a. C., all’interno di un’altra cultura, in una regione che non fosse né l’Egitto né la Mesopotamia”.

“Nessuno poteva essere in grado di intuire” che un’invenzione fondamentale per la civiltà umana quale la scrittura potesse essersi sviluppata “in una regione che non fosse né l’Egitto né la Mesopotamia”, una regione europea. O meglio, ci si è rifiutati di vedere anche di fronte alle prove tangibili, si è censurata l’informazione, si è fatto in modo che in mezzo secolo non arrivasse al grosso pubblico né tanto meno sui libri di storia. Qui abbiamo il pregiudizio mediorientale all’opera in tutta la sua evidenza, oltre che la riprova dei metodi censori impiegati per mantenere un’opinione prefabbricata.

Oggi l’identità europea appare minacciata come non lo è stata mai nei millenni trascorsi, essa rischia di essere travolta dalla globalizzazione, dalla sudditanza politica alla potenza di oltreoceano che si sta traducendo in un’invasione “culturale” che ha già notevolmente abbassato il livello della cultura europea avvelenandola con rozzi schematismi mediatici, ed oggi anche dal meticciato etnico.

Senza dubbio, svelare la mistificazione della storia, riscoprire il nostro retaggio, la grandezza della civiltà europea, ritrovare l’orgoglio di essere europei, ripudiare il falso mito di una “civiltà occidentale giudeo-cristiana” costruita interamente sull’adorazione di un libro orientale, non è che il primo passo, l’inizio della lotta contro l’asservimento dell’Europa e contro il pericolo che la minaccia, costituito dal meticciato costruito apposta per indebolire le sue basi etniche, la sua sostanza umana. Per quanto l’orizzonte sia cupo e le speranze siano poche, non possiamo esimerci dal lottare e perseverare, per essere degni dei nostri antenati e per dare una prospettiva di futuro ai nostri figli.

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60 Risposte

  1. Gianfranco
    | Rispondi

    Stiamo passando da un approfondimento sulla tradizione ad una querelle cristiano-giudaica.

    Non fa per me.

    Ciao

  2. Musashi
    | Rispondi

    Sono d'accordo:

    qui si riscontra

    1)un filone tradizionale che in buona parte si richiama al paganesimo.

    2) uno cattolico apostolico romano, sostanzialemtne antigiudaico ( "a perfidia judeorum libera nos domine")

    3) altri cristiani cattolici non anti-ebraici (sostanziale continuità fra ebraismo e crisitanesimo), diciamo "giudeo-cristiani" chè l'espressione è azzaeccata.

    4) la Chiesa Apostolica Veneta Precristiana, fatta da cristiani sedicenti "precristiani" (non chiedermi cosa voglia dire, mistero della fede) sotenuta da veneti ebraizzanti anti-romani.

    Più che una querelle giudaico-cristiana, si rasenta la deriva psichiatrica.

  3. Paolo
    | Rispondi

    @Musashi: mi scuso per la svista, non volermene. Rigiro gli interrogativi a Noctulus. Quanto a questa stravaganza del cristianesimo "veneto" e "pre-cristiano" (!?!?) mi ricorda un pò quel film in cui Pippo Franco interpreta un prete che celebra la Messa in ciociaro. Comunque, se si apportano argomenti in più a riguardo, sono pronto ad aprirmi al confronto…

  4. Gianfranco
    | Rispondi

    Se ritorniamo con i piedi per terra sono disposto a rimettermi in gioco.

    Con un pò di pazienza da parte mia ritornerò sul "pre-cristiano" e quanto associabile.

    Interessante è invece citare Gomez Davila. Personaggio davvero interessante; tradizionalista, fustigatore del Concilio Vaticano II, propugnatore di una gerarchia di valori e non solo, spregiatore della "sovranità del popolo" (intesa come mezzo demagogico e nullificatrice di valori). Ve n'è a sufficienza per dialogare in maniera costruttiva e vivace.

  5. Musashi
    | Rispondi

    Sì, direi di mettere da parte il "cristianesimo veneto" ed altre simili amenità teologiche…

    Per riportare la discussione su più seri lidi ho una obiezione da avanzare. La mia concezione muove da basi dottrinali esoteriche e non "religiose". Consta, alla luce delle scienze tradizionali, che le religioni monoteistiche abramitiche siano dei rimaneggiamenti, mal compresi, e mal digeriti, di dottrine precedenti, aventi fondo metafisico e non teistico o teologico (e chi ha un po' di dimestichezza col lessico della scuola di Guenon sa cosa intendo). Questo passaggio costituisce già di per sè una caduta di livello.

    Ora ho un solo dubbio: se il cristianesimo (ma mi verrebbe da dire anche l'islam sunnita o l'ebraismo talmudico) contiene ANCHE degli aspetti tradizionali, il che significa che li contiene de relato, e soprattutto in forma parziale e INCOMPLETA, mi viene da chiedere – ma senza polemica, realmente voglio capire il percorso di pensiero dei miei interlocutori : perché mai dovremmo accettare da "tradizionalisti" una fonte che tradizionale lo è solo in modo parziale e riflesso?

    Perché non andare direttamente alla fonte e invece di accontentarsi del riflesso, se vogliamo usare la metafora platonica del mito della caverna, il quale presenta profonde implicazioni dottrinali, applicabili anche a questo caso?

    Tanto più che esistono, malgrado le persecuzioni e le difficoltà passate, ancora linee di trasmissione autentica di matrice strettamente esoterica, e cito la cabala, sia ebraica che "occidentale", la tradizione ermetico-magica, le varie forme di teurgia, ecc…

  6. Noctulucus
    | Rispondi

    La discussione langue, molti sicuramente sono a Madrid…

  7. Paganitas
    | Rispondi

    @noctulucus

    sei paganamente simpatico :)

    @tutti

    secondo me il modo migliore per proseguire la discussione è iscriversi al forum, a patto poi di mantenersi fedeli al tema della discussione posto all'inizio. Continuare a scrivere milioni di commenti su milioni di temi diversi può diventare controproducente. Io sono già iscritto. Voi?

  8. Kaisaros
    | Rispondi

    x musashi:

    converrai che lamentarsi dell inquinamento giudaico del cristianesimo

    per convertirsi a fonte più pure come…..la cabala ebraica

    è alquanto curioso……..

    Senza contare che ogni sito

    che si definisca di tradzizionalista pagano

    o tradizionalista cattolico

    ha come criterio di valutazione per

    ogni idea o ragionamento la

    distanza dall'ebraismo.

    Il che,come già detto,non mi sembra una mossa

    sensata…………..

  9. Musashi
    | Rispondi

    Distinguere l'exoterismo ebraico, in quanto sistema di religiosità devozionale e "lunare" è un conto, il talmudismo poi non ne parliamo. La cabala è invece un sistema esoterico e in quanto tale universale: esiste una cabala cristiana (Reuclin, Pico della Mirandola), anche perchè oltretutto la cabala ha origini nella magia egizia, dunque un antico politeismo, assai pagano. Tant'è che i rabbini ortodossi non guarda di buon occhio la cabala.

    Comunque ad ogni buon conto ritengo che la Tradizione sia Una.

    Non mi sento per nulla giudaico, proprio per questo non temo di dover usare sempre come metro di giudizio la distanza dall'ebraismo. mi sembrerebbe una fissazione…

  10. jenainsubrica
    | Rispondi

    Segnalo i testi MONDO AURORALE ( 12€) e CESURE EPOCALI di S.Lorenzoni reperibili come tutti i suoi testi presso http://www.libreriaprimordia.it dove vengono elencate ed esposte tutte le civiltà che si sono succedute in Europa e su questo pianeta,Atlantide,Mu, Iperborea,Lemuria e la vera origine delle razze umane ed Europee in particolare.In MONDO AURORALE vengono segnalati gli studi di HAUER che dimostrano come gli Indoeuropei avevano già sviluppato un loro ALFABETO UNITARIO PREINDOEUROPEO (der schrift der götter ,orion heimreiter ,kiel 2006 ed.) e con dovizia di particolari il cuneo Atlanto Mediterraneo di Pettazzoni e Gimbutas di cui fecero parte Egitto Etruria India pre vedica e Civiltà Mesopotomiche che ingiustamente in quest’ottimo articolo vengono raffigurate come oppressive e simili a quelle semitiche e a cui sta lavorando M.ZAGNI l’archeologo scrittore de L’IMPERO AMAZZONICO.Per quanto riguarda DARWIN esiste in realtà una terza posizione oltre creazionismo ed evoluzionismo e la potete trovare ne il http://ilselvaggio.jimdo.com/ di cui lascio a voi il piacere della lettura : (a) Esso soddisfa la Weltanschauung contemporanea che vuole che anche la natura fun¬zioni come una banca – con criteri da usuraio orientati al profitto.(b) Esso si accorda con il paradigma politico contemporaneo, che vuole che il superiore scaturisca dall'inferiore attraverso "miglioramenti" (educazione o altro) ma mai il contrario.(c) Esso si accomoda alla visione segmentaria del tempo, per cui la vita in generale, e quel¬la umana in particolare, deve avere avuto un inizio ("creazione") per poi progredire un poco alla volta, tendendo ad una qualche "pienezza" (salvo magari a trovarsi poi di fronte a qual¬che catastrofica stroncatura).

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