La metafisica de L’operaio di Ernst Jünger

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12 Risposte

  1. Simon Friedrich ha detto:

    Bene… ma molto più importante sarebbe capire la metafisica dell'anarca.

    Jünger stesso si era allontanato dalla figura dell'operaio – infatti non ha dato permesso a Evola di tradurrlo in italiano.

    Jünger è arrivato nel suo sviluppo personale al livello di un anarca – cerchiamo di arrivarci anche noi, e di non fermarci troppo su questi stadi intermedi e preparatori.

    Simon Friedrich

  2. Luca Caddeo ha detto:

    La Figura dell’Operaio, essendo “irradiazione” della Forma, non si coglierebbe nella sua essenza laddove fosse interpretata col parametro dell’attualità. La Forma dell'Operaio si fa linguaggio della tecnica per arrivare ad una spersonalizzazione che prelude alla sovraindividualità gestalitica; il Ribelle e l’Anarca, pur nelle loro importanti, rispettive differenze, partecipano o si “avvicinano” al ricettacolo delle forme attraverso un percorso “unico” (originario) che non abbisogna della tecnica (né d’altronde della sua demonizzazione). Ma, anche in questo caso, se si leggono le figure alla luce della loro scaturigine metafisica, si nota una alchemica disgregazione dell’io (“borghese”) che prelude ad una rinascita superindividuale. In quest'articolo, la mia interpretazione metafisica del pensiero di Jünger, si serve dell’emblematico esempio dell’Operaio come si sarebbe potuta avvalere dell’esempio dell’Anarca. Evola non ha tradotto “Der Arbeiter” perché non ha ottenuto riscontro dal suo autore, è vero; ma lo stesso Jünger ha dedicato al saggio del ’32, "Maxima-minima", uno studio del 1964, in cui l’Operaio è riportato al piano metafisico da cui, amio avviso, procedono anche le figure del Ribelle e dell’Anarca. Ritenendo che nulla nel pensiero di questo straordinario autore possa essere letto come meramente preparatorio (“il cammino è più importante della meta”, Ernst Jünger, “La forbice”, Guanda 1996, p. 17.), lavoro attualmente alla dottrina di Nigromontanus e alla gnoseologia jüngeriana.

  3. Simon Friedrich ha detto:

    Grazie della risposta, Luca!

    Non metto in dubbio la Sua interpretazione metafisica dell'operaio – sarà come la spiega Lei. Ed è importante capire la realtà spirituale di mondo in cui viviamo – come ascoltare le previsioni del tempo per evitare di essere fulminato, dal destino di diventare un povero operaio.

    Ma è la mancanza di discorso sull'anarca che mi irrita sempre di più, e questo è in parte dovuto alle ossessioni tra le media e gli accademici con i primi lavori e stadi di sviluppo di EJ. Move along please, gentlemen!

    In questo contesto sono contentissimo di sentire del Suo lavoro sulla dottrina di Nigromontanus e la gnoseologia jüngeriana!

    Mi devo ritenere che la figura dell'anarca sia il più importante, perché è proprio quella che ci dà la possibilità di eludere le pessime conseguenze spirituale del vivere in un mondo di lavoro e niente altro – cioé di essere qualcosa in più di semplice operaii, schiavi di un momento storica o mythologica o quello che sia. Come individui (e non soltanto come studiosi), bisogna passare attraverso questo stadio, e non fermarci lì come fosse la meta.

    Dove apparirà il nuovo lavoro sul Nigomontanus? Mi può anche scrivere attraverso il mio sito.

    Simon Friedrich

  4. Luca Caddeo ha detto:

    Grazie a Lei, per la gentile risposta e per la franchezza che, nel tempo in cui ci è dato di apparire, è certamente sempre più rara. Concordo sostanzialmente con Le sue precisazioni pur ritenendo che, dal punto di vista metafisico, il cammino non sia un mezzo per arrivare ad una meta, essendo quest’ultima, in qualche oscuro modo, pienamente raccolta nel cammino medesimo. Anche a me è particolarmente cara la figura dell’Anarca in buona parte per i motivi che ha Lei stesso ha esposto. Il mio studio su “L'operaio” (rielaborazione della mia tesi di dottorato) parte dal saggio del '32 e si allarga alla considerazione degli altri periodi della speculazione jüngeriana. Sono alla ricerca di un editore che possa pubblicarlo, pur essendo consapevole che, con tutta probabilità, mal si presta ad essere inserito nell’odierna industria culturale. L'articolo su Nigromontanus uscirà invece sugli “Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia di Cagliari” e, editore permettendo, sarà proposto anche per essere pubblicato in questo splendido sito. Avrò modo di visitare con attenzione il Suo interessante sito e La invito a visitare il mio. Avrò cura di avvisarLa quando l'articolo verrà pubblicato. Buona giornata,

    Luca

  5. Simon Friedich ha detto:

    Grazie, Luca! Non ho fatto caso che c'era anche un suo sito indietro al nome. Ora l'ho scoperto, grazie.

    Conosce la gente dell'Associazione Eumeswil a Firenze? Fanno un ottimo lavoro secondo me, anche perché capiscono l'autore in modo pratico, non come tanti soltanto theoreticamente.

    Aspetterò il Suo lavoro su Nigromontanus, speriamo proprio qui. E' vero che è un splendido sito, una rarità.

    Tante cose da Vienna!

    Simon

  6. Luca Caddeo ha detto:

    Sì, conosco l’Associazione “Eumeswil” che ho contattato qualche tempo fa per chiedere un consiglio sulla pubblicazione del mio libro. Anche secondo me svolge un ottimo e prezioso lavoro. Un saluto dalla Sardegna,

    Luca

  7. federica ha detto:

    Salve io nn ho capito bene il concetto di forma e dominio…in che senso l’operaio è una forma metafisica? e poi un altra cosa, ma l’operaio è il borghese?

  8. Luca Caddeo ha detto:

    Salve Federica, Jünger si è riferito più volte in periodi e contesti differenti agli argomenti citati, per questo è impossibile esaurire l’analisi tramite un commento. Posso comunque dire in generale che la “Forma” è sorgente incomputabile, immobile, eterna di ogni “forma” e, allo stesso modo, è ciò che è formato. In altri termini, non si tratta solo della forma di cui in un determinato tempo si esperisce il Dominio (per esempio la forma del Lavoro secondo “Der Arbeiter”), ma pure il principio paradossalmente amorfo (perché umanamente impossibile da circoscrivere) che alimenta e continuamente trascende tutto ciò di cui facciamo esperienza. La Forma, a mio avviso, è metafisica in due sensi: nel senso di “trascendente” perché in sé è oltre ogni sua estrinsecazione, ma anche nel senso di “sostanziale” perché è forma dello spazio-tempo pur non esaurendosi in questa dimensione. A tal proposito, consiglio la lettura, oltre che de L’Operaio e della sua argomentata rivisitazione Maxima-minima, anche la lettura di Al muro del tempo, di Tipo Nome Forma e dei romanzi di jüngeriani (in particolare Eumeswil ed Heliopolis), nonché della raccolta di saggi intitolata Il cuore avventuroso. Rispetto al tema del Dominio, Jünger non si esprime sempre allo stesso modo, ma è indubbio che la forma nella sua estrinsecazione tende a informare di sé il tempo e lo spazio nei quali si manifesta. L’Operaio ottiene il dominio perché, tramite l’utilizzo della tecnica moderna, incarna in modo assoluto la forma del lavoro. Non a caso, il filosofo ripete spesso che l’Operaio domina il mondo attraverso la tecnica. L’Operaio, tramite la tecnica, incanala le energie elementari indirizzandole al dominio della forma del lavoro. Nella produzione successiva a Der Arbeiter Jünger attribuisce alla tecnica un valore per così dire “alchemico” in sintonia con la spiritualizzazione del mondo che verrà a determinarsi con la Nuova Era. Ciò implica che l’Indiviso può essere esperito solo tramite un “taglio” sostanziale del tempo e dei suoi valori, tramite un isolamento selvatico di cui lo scrittore traccia le coordinate in opere come Il trattato del Ribelle e, dopo, nello stesso Eumeswil con la figura dell’Anarca. L’asseto metafisico è nei fondamenti lo stesso, ma il tempo è mutato e i modi per accedere all’Originario sono diversi. Tornando all’Operaio: non è il borghese, ma il suo opposto in termini etici e metafisici. Il borghese ha un’etica individualistica e utilitaristica paragonabile all’etica dello schiavo nietzscheano; l’Operaio, essendo incarnazione della Forma e rappresentandone il totale Dominio, incarna un’etica sovraindividuale, in un certo senso, ascetica, simile a quella della quale riferisce Evola ad esempio in Cavalcare la Tigre. Analizzo questi e altri connessi argomenti nel libro L’Operaio di Ernst Jünger, Una visione metafisica della tecnica, Mimesis 2012. Ti ringrazio e ti saluto.
    Luca

  9. federica ha detto:

    Grazie mille per questa spiegazione…un’altra cosa: la differenza fra l’operaio descritto da Marx e quello di Jünger sta nel fatto che l’operaio di Marx appartiene a una classe sociale mentre quello di Jünger è una forma?

  10. Luca Caddeo ha detto:

    Salve, sì, condivido: l’Operaio di Jünger differisce dal proletario di Marx essenzialmente perché è “Forma”. E’ infatti lo stesso Jünger ad adoperare l’espressione “Gestalt des Arbeiters”. Operaio può essere anche un contadino, se si pone in sintonia con la “mobilitazione totale” finalizzata al dominio della forma del lavoro. La forma come lavoro non può certo fermarsi a egemonizzare una classe, ma, in un altro senso, rende “operaio” l’uomo. In “Der Arbeiter” si parla di una gerarchia e di diversi livelli di partecipazione alla Forma, cosa che implica una differenziazione tra gruppi che però concorrono (all’interno di una sorta di “piramide”) allo stesso progetto di dominio metafisico del quale protagonista non è l’uomo in quanto tale (e tantomeno una classe), ma la forma o l’uomo in quanto forma. L’Operaio inteso come tipo che porta a compimento il dominio della forma incarna un’etica per così dire guerriera ed è, da questo punto di vista, più simile all’Übermensch nietzscheano che al proletario di Marx (per quanto anche tra l’Operaio e il “Superuomo” restino importanti differenze). L’impostazione di Marx (economicistica, materialistica e finalizzata alla liberazione degli sfruttati), non è quella di Jünger. L’Operaio non ambisce a sostituirsi ai “padroni” per dare luogo a un mondo più giusto, più buono. Non crede nei diritti universali, ha conosciuto il nichilismo, attraversandolo restando in piedi. In quest’orizzonte, l’economia è subordinata alla “missione” politica (metafisica e metapolitica). Ciò, d’altronde, non vuol certo dire che Jünger fosse a favore del mantenimento dello status quo o che la sua filosofia politica fiancheggiasse nascostamente la classe borghese; al contrario, Jünger combatte il sistema di potere instaurato dalla borghesia da una prospettiva differente da quella del materialismo storico. La “terza via” di cui vari autori della Rivoluzione Conservatrice si fanno alfieri, trova in lui un degno, radicale e originale rappresentante. Ciò vale essenzialmente per il periodo de “L’Operaio”. Successivamente, Jünger conserva l’idea secondo cui l’operaio sia una forma, ma non crede che tramite l’umana partecipazione al suo dipanarsi si possa accedere alla libertà originaria (per quanto, come dimostra la figura dell’Anarca, appaia comunque saggio “conoscere le regole del gioco”). Dopo la seconda guerra mondiale, Jünger elabora figure che accedono al piano dell’Indistinto attraverso un percorso per così dire unico e, ancora una volta, ha modo di ribadire in modo sostanziale la sua estraneità all”individualismo borghese.
    Consapevole del fatto che in poche righe non si possa essere esaustivi e che anzi, nel peggiore dei casi, si possa essere fraintesi, spero comunque di aver risposto alla domanda. Grazie per l’attenzione, saluti.
    Luca

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