La melodia del giovane divino

Cent’anni fa, il 17 ottobre 1910, Carlo Michelstaedter, filosofo, poeta e pittore di soli ventitre anni, poneva tragicamente fine alla sua breve ma intensa esistenza, sparandosi un colpo di rivoltella alla tempia.

Nella sua vita e nel suo pensiero sono sintetizzate esemplarmente le tensioni e le contraddizioni di un’epoca, le lacerazioni spirituali degli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale. Egli pose termine ai suoi giorni, dopo aver concluso la stesura di quella che avrebbe dovuto essere semplicemente una tesi di laurea, La persuasione e la rettorica, ma che in realtà ha avuto, per la radicalità delle posizioni e per la giovinezza spirituale che la sostanzia anche negli aspetti formali, il valore simbolico di un vero e proprio “urlo” (come quello di Munch), lanciato al mondo, al fine di ricomporre il dissidio, emblematicamente moderno, di vita e pensiero e di realizzare, al di là di ogni “rettorica”, una vita persuasa. Una vita fondata sul possesso attuale del valore individuale, conquistato qui e ora, e testimoniato in ogni atto. Ideale questo, su cui il giovane goriziano tornò, servendosi di diverse modalità espressive, anche nelle altre opere, ne Il Dialogo della salute, nella raccolta Poesie e nell’Epistolario.

In questi giorni, per celebrarne finalmente in modo degno la grandezza, dopo che i suoi volumi hanno avuto ampia circolazione e sono stati tradotti in molte lingue, si terranno a Gorizia, sua città natale, diverse manifestazioni e un Convegno di studi. Forse più importante di ciò, è segnalare al lettore che è da poco nelle librerie un nuovo volume di scritti michelstaedteriani, La melodia del giovane divino, edito dall’Adelphi, per la cura di Sergio Campailla, uno dei massimi esegeti del pensatore. Questo libro, vero e proprio laboratorio in cui il giovane preparò le opere maggiori, consente, trattandosi di una silloge di scritti prodotti tra il 1905 e il 1910, di analizzare in vitro, rispetto agli anni decisivi della formazione, i tratti salienti della sua speculazione.

Il volume si compone di tre sezioni: la prima a carattere filosofico, la seconda di indirizzo letterario, mentre la terza raccoglie scritti critici e recensioni. Dalla lettura si evince come le pagine di Michelstaedter segnino il picco di un conflitto tra antichità e modernità, un conflitto, suggerisce Campailla, che grava su di noi ancora un secolo dopo. Infatti, il giovane fu dilaniato da due diverse anime, quella ebraica di provenienza, e quella greca e classica alla quale si educò e che interpretò in modo mitografico, con lo spirito di un moralista in grado di conciliare Eraclito e Parmenide, divenire ed essere. Pertanto, ci pare che per contestualizzare la sua produzione, risulti inevitabile collocarlo tra gli autori che, nel ‘900, tentarono un recupero ontologico, in chiave post-metafisica, oltre i limiti della filosofia dei valori, impraticabile nell’orizzonte nichilistico contemporaneo. La sua ricerca va posta a fianco a quella di Heidegger, che egli, per quanto attiene all’analitica dell’Esser-ci, anticipò di ben diciassette anni e, comunque, in prossimità di ogni via speculativa ultranichilista. Ciò lo si comprende con chiarezza, nei saggi  contenuti nel volume che presentiamo, in particolare ne “La catarsi tragica”, “L’educazione”, “Domande sull’Ebraismo”. In quest’ultimo scritto, l’autore si interroga sui rapporti esistenti tra monoteismo e politeismo, cosa che faranno, dopo di lui, altri grandi studiosi.

Il suo, e lo manifesta il saggio “Libertà”, è davvero un esempio maturo di filosofia della libertà: e, forse, in ciò è da cogliersi un limite, in quanto la persuasione di Michelstaedter risente del carattere dogmatico-trascendente della tradizione d’origine, quella ebraica. Essa lo portò a svalutare in modo radicale il dato, il mondo. La realtà è in lui ridotta al non-valore. Se avesse formulato la sua filosofia, che è un’ontologia della pratica, in termini autenticamente greci, avrebbe colto il carattere in fieri del percorso di liberazione, che implica sempre possibili cadute nella necessità. La quale, per definizione, è un com-possibile della libertà stessa. Tutto ciò lo colse perfettamente Julius Evola, che lesse Michelstaedter come un predecessore e trasformò in idealismo magico, il misticismo del goriziano. La maggior parte degli studiosi di Michelstaedter, ha sottaciuto o svalutato l’esegesi di Evola, non apprezzandone la rilevanza, tanto che oggi assistiamo a un travisamento essenziale del messaggio della persuasione ridotto, dai più, a una nostalgia del religioso in odore di cristianesimo. Per quanto ci riguarda, pensiamo che leggere Michelstaedter, a cento anni dalla morte, implichi necessariamente indicarlo, senza incertezze, come una delle voci eminenti della filosofia della tradizione. Per noi, fin dalla prima lettura, la sua parola ha avuto l’effetto di un “soffio rigeneratore”, espressione che egli utilizzò per rilevare il valore della melodia di Pergolesi, il giovane divino. Egli ha indicato una possibilità alla quale bisogna esistenzialmente corrispondere e ha sollevato delle domande che attendono ancora una risposta.

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Carlo Michelstaedter, La melodia del giovane divino, Adelphi, Milano 2010, euro 14,00.

Tratto da Linea del 16 ottobre 2010.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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