La Germania segreta. Kantorowicz tra storia e mito

Eminenti storici del Novecento hanno svolto un ruolo intellettuale che va ben al di là dei confini specifici della disciplina di loro competenza. Essi, attraverso la ricostruzione di eventi e fenomeni politici che hanno caratterizzato il nostro continente, si sono posti la domanda sul senso della civiltà europea, tentando di fornire una risposta plausibile. Tale ruolo è stato dalla critica attribuito, per fare qualche nome, a Ferdinand Braudel e a Johann Huizinga. Riteniamo che nel novero degli storici della dimensione profonda debba essere annoverato, per meriti indiscutibili, anche Ernst Kantorowicz. Ebreo di origini polacche, partecipò con onore al primo conflitto mondiale nelle fila tedesche, tanto da meritarsi decorazioni al merito. Dopo la guerra, fu  tra i patrioti che represso le insurrezioni socialiste di Monaco e di Berlino. Insegnò storia all’Università di Francoforte, acquisendo vasta e non immeritata notorietà con il fortunato volume Federico II Imperatore. Giunse, infine, a definire un nuovo paradigma per la storiografia contemporanea, durante l’esilio negli Stati Uniti cui fu costretto dal nazismo, con la pubblicazione dell’opera capitale I due corpi del re, del 1957. Quelli elencati sono meriti rilevanti, ma non gli unici acquisiti da Kantorowicz.

Riteniamo, infatti, che la silloge di scritti intitolata Germania segreta, uscita in Italia nel catalogo Marietti (euro 22,00) per la cura di Gianluca Solla, rappresenti in modo magistrale la sua visione del mondo. Il volume raccoglie otto saggi, inediti in Italia che, da punti di vista diversi, sono mirati alla discussione del mitologema della Germania segreta. Tale formula è stata utilizzata per la prima volta da uno studioso tedesco, Karl Wolfskehl, sulla rivista di Stefan Geroge. Questi, come Kantorowicz stesso, era prossimo alle posizioni del Circolo formatosi attorno al poeta. Nella Nota introduttiva al Federico II Imperatore, Kantorowicz racconta di una corona d’alloro, da lui ed altri sodali di George, deposta sulla tomba imperiale del Duomo di Palermo nel maggio del 1924. Su di essa campeggiava la significativa scritta “Ai suoi imperatori ed eroi. La Germania segreta”. A cosa si riferisce tale formula? Lo spiega con chiarezza l’autore: essa indica un “potenziale” spirituale andato smarrito nella storia dei tedeschi, definiti il popolo di Hölderlin.  Meglio: “La Germania segreta…è la comunità dei poeti e dei saggi, degli eroi e dei santi, dei carnefici e delle vittime, che ha creato la Germania e che si sono offerti alla Germania” (p. 19). Una zona franca di opposizione e di resistenza nei confronti dell’epoca contemporanea, che assume i tratti evocativi della “visione” e dell’ “immagine”, come rileva nell’informata prefazione il curatore. Opposizione che per lo studioso, nell’immediato e nel contingente, si traduceva nella resistenza al totalitarismo nazista, ma in un contesto più ampio e profondo, essa rinvia ancora oggi, in nome dei valori della Germania eterna che è facile identificare con l’Europa della Tradizione, alla possibilità di resistere e di inverare lo scacco nichilista della modernità. Questo, sappia il lettore, è l’elemento davvero decisivo e centrale delle posizioni discusse dallo storico in queste pagine.

Il testo centrale ha il medesimo titolo della raccolta. Fu letto da Kantorowicz il 14 novembre del 1933, quale lectio inaugurale, dopo la sospensione dall’insegnamento che gli era stata imposta in quanto ebreo e la successiva riammissione (temporanea) all’Università, per aver combattuto eroicamente sul fronte della prima guerra. In realtà, sotto il profilo biografico, la lezione si rivelerà un commiato poiché, preso atto dopo la Notte dei Cristalli, della insostenibilità della situazione per un ebreo, fu indotto a lasciare la Germania e a trasferirsi negli USA. L’ultimo scritto del volume, La questione fondamentale, corrisponde in modo risonante a la Germania segreta. In esso, infatti, lo studioso prese posizione in America contro la crociata anticomunista del senatore McCarthy.  Nella lezione del 1933 Kantorowicz, scegliendo per titolo il mitologema del quale qui si discute, difese dalla “dittatura dei meschini” del forestaro Hitler, i valori spirituali ed aristocratici sostenuti anche da George in una lirica che aveva la medesima titolazione. Non è, altresì, casuale che, in nome degli stessi riferimenti ideali, il conte von Stauffenberg, uno dei congiurati che ebbero l’ardire di attentare alla vita di Hitler nel 1944, morì da eroe urlando ai suoi aguzzini: “Viva la Germania segreta!”. Opposizione radicale, antimoderna, aristocratica quella che animò tali gruppi. Sapevano che, dietro l’apparato mobilitante del regime, si celava il Gestell, l’Impianto della tecno-scienza, secondo la nota definizione di Heidegger, quint’essenza del moderno. Quindi si richiamavano idealmente ad un’Altra Germania e contestavano l’appropriazione indebita che il nazismo aveva realizzato di idee e pensatori, che appartenevano alla loro Patria invisibile. Erano fermamente convinti che questa, come nel passato era accaduto alla Grecia, sarebbe stata capace di far sorgere una cultura simbolo della “totalità delle creazioni e delle forze umane originarie”. Kantorowicz auspicava pertanto un Nuovo Inizio europeo, consapevole dell’ammonimento lanciato da George “Non gioite! Sarà forse colui che è stato per anni nelle vostre prigioni a venire a compiere l’impresa”.

La sua Germania ideale avrebbe dovuto detedeschizzarsi, come aveva intuito Nietzsche, liberarsi degli scarponi chiodati teutonici. Il suo paradigma è individuabile in Federico II Imperatore, la cui apertura romano-mediterranea, rese l’Impero di nazione tedesca, Impero d’Europa. La Germania segreta rinvia pertanto al Sacrum Imperium la cui idea, come colto da Walter Benjamin, si sviluppa: “sul privilegio assegnato alla categoria di possibilità, e in particolar modo all’importanza che assume il possibile che mai si è avverato” (p. 49). Tale immagine è suscitatrice di azione oppositiva nei confronti del presente e rende possibile la sintonia con il precedente autorevole del mito. Atta, quindi, a far essere, l’impossibile (rispetto allo stato presente delle cose) Tradizione. Non stupisce che contro Kantorowicz sia insorta allora in Germania, come si evince nel libro, la scuola storiografica di ispirazione positivista, capace di “cadaverizzare”, attraverso la dogmatica dei “dati oggettivi”, il passato, sterilizzandone l’eterna potenza.

Nella prospettiva di Kantorowicz l’origine non è nel passato, ma è meta cui tendere, nell’inesausta apertura della possibilità. Per questo, come è stato osservato da Alessandro Grossato, anche Evola fu attratto dal tema della Germania segreta. Anzi, chi scrive ritiene che l’azione di promozione culturale del filosofo romano, intrapresa nei confronti di autori tedeschi allora misconosciuti in Italia, sia attraversata da tale mitologema. Una ragione ulteriore per meditare le pagine di Kantorowicz.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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