La fantascienza crea sogni e incubi sul dopo-internet

Gianfranco de Turris

Giornalista, vicedirettore della cultura per il giornale radio RAI, saggista ed esperto di letteratura fantastica, curatore di libri, collane editoriali, riviste, case editrici. E’ stato per molti anni presidente, e successivamente segretario, della Fondazione Julius Evola.

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Una risposta

  1. Andrea Di Cesare ha detto:

    Cari Amici, colgo l’occasione di partecipare a questo dibattito, riesumando dalla mia Rivista un vecchio pezzo risalente al 2005, di cui io stesso mi ero dimenticato, e di cui vorrei qui rilanciare il contenuto che, credo, possa avere un certo significato storico:
    CREATIVITA’ E CULTURA DEL NUMERO

    In quale nascosto recesso è andata a rifugiarsi la creatività? Cosa dici mai, mi si potrebbe apostrofare, c’è tanta creatività in giro, non vedi? E’ vero, c’è un proliferare abnorme di creatività, addirittura un sovrappiù. Tanto che, all’interno di questo immane marasma di colori e lettere andrebbe fatta una cernita, passando il tutto in un setaccio molto fine! Come mai – invece – le maglie del setaccio, del giudizio estetico, diremmo, si sono fatte drammaticamente così larghe, di così larghe vedute? Tanto da ratificare come artistico e creativo ciò che proprio non lo è, essendo piuttosto una clonazione all’infinito di concetti e contenuti digitali, o di brillanti trovate del marketing editoriale? Stiamo assistendo a un processo di digitalizzazione della società: se da una parte l’era del web non potrà che portare a dei miglioramenti per tutti, essendo la rete un mezzo talmente potente da permettere un accesso democratico e orizzontale, trasversale al sapere, dall’altro è proprio l’orizzontalità della cultura digitale il primo nemico della creatività. Si potrebbe dire che il digitale, scotto da pagare per i restanti suoi benefici, ci abbia spersonalizzati. La cultura analogica, diversamente da quella digitale, rispetta le peculiarità di ogni singolo individuo. Tutti riconosciamo il tratto di Picasso, e lo distinguiamo da quello di Franz Marc, due artisti che hanno operato nella stessa epoca. Diversamente, davanti a uno scatto digitale, è molto difficile distinguere la mano dell’artista, riconoscere quel determinato tocco che lo distingue da tutti gli altri. La facilità con cui il mondo digitale rende tutti pressappoco artisti, scrittori, informatori (con la tecnica del copia/incolla) introduce drammaticamente il problema dell’individualità, della paternità e quindi della personalità di un’opera. Stiamo assistendo a una forma di diluizione dei contenuti intellettuali in una soluzione molto annacquata del sapere individuale. Si sta addirittura perdendo il concetto di individualità, a favore di quello di una mente allargata, di una mente partecipata. Il tutto è, se vogliamo, molto buddhista e affascinante, ma nasconde il pericolo della perdita – nell’individuo – dell’identità.

    Una società che non riesce più a creare – dò al concetto di “creare” un valore assoluto, che esula dalle molte forme di riciclato e ridetto – è una società malaticcia e molto malinconica. Se devo dire la verità, il proliferare incontrollato di prodotti più o meno creativi, con la complicità di case editrici più o meno oneste sul mercato, mi rattrista, come mi rattristano ormai le librerie, che mi paiono diventate bordelli con un ammasso di prostitute pronte all’uso, dove le prostitute – non poi così attraenti – sono i libri ammassati sui bancali.

    Una riflessione sui mali di una società che vive la morte del creare, non può che passare attraverso una riflessione su due istituzioni tradizionalmente date per scontate, preposte alla cultura e al benessere psicofisico: l’Editoria e la Medicina. Da sempre, sin dall’antichità, il sapere umanistico si è fuso con le primordiali nozioni di salute e cura. Ma al giorno d’oggi sembra che questo sincretismo sia andato perduto. La Medicina si è persa negli stantii rivoli dell’aziendalizzazione ospedaliera, e la letteratura, la cultura c.d. umanistica, in quelli del best seller, del libro cassetta, che stimola la prurigine dei piccoloborghesi e rinuncia ad elevarsi a modello morale e estetico, essendo venuta meno la funzione stessa della riflessione morale e estetica. La letteratura ha del tutto rinunciato ai suoi scopi pedagogici, come la Medicina ha abdicato al compito di curare, a favore della pura e semplice sedazione e soppressione del sintomo, per nulla predittiva di una guarigione della malattia. Dove stiamo andando? Forse verso una minimalizzazione dello spirito. Un azzeramento del dato coscienziale, che si esprime attraverso la pura e semplice cultura dei numeri, delle dimissioni, in Medicina, e delle top vendite in editoria. Un male grave, è questo di cui soffre la nostra società. Sembra non esserci più spazio, al giorno d’oggi, per la buona, rigorosa creatività, proprio laddove una forma di creatività senza midollo prolifera in maniera incontrollata, come un tumore, un tumore che alimenta la disonesta imprenditoria editoriale, una macchina da soldi che dà false speranze a molti pseudoartisti, ingrassando unicamente se stessa, e soffocando la buona editoria, soffocando sul nascere tanti buoni, validi talenti.

    Così come la macchina culturale alimenta il narcisismo di una massa immensa di cattivi artisti, in quanto questi ultimi vanno a ingrassare il capitale economico dell’impresa culturale, la Medicina si macchia di un altro delitto, precisamente in seno alla Psichiatria: il sintomo psichiatrico è visto come malefico antagonista del diffuso e corrente stile di vita della maggioranza data per sana, ed è svuotato, in questa sede, del suo potenziale individuale e creativo, secondo il concetto di “scelta esistenziale attiva” (Wulf). Tutti noi viviamo le nostre giornate scanditi da modelli di attivismo e successo, per cui ci siamo assuefatti a un concetto di salute del tutto alterato, che esclude in partenza il valore della lentezza. La lentezza è considerata patologica e triste, se non altro in una accezione data dal darwinismo sociale. Così abbiamo inventato il bye bye blues, il più diffuso e bugiardo degli antidepressivi. Lo ingeriamo per stare al passo di una società dai valori sempre più velocizzati e intrisi di effimero successo. Un tempo, nelle società contadine, il malato era compreso nel nucleo sociale, era considerato fonte di saggezza e arricchimento per gli altri. Ora è solo un peso, per sé e gli altri. Il bye bye blues dovrebbe alleviare il senso di questo peso intrapsichico e sociale. Ma è un imbroglio, come un imbroglio è tutta la cultura del successo. Negli ospedali usano gli antidepressivi per eliminare i sintomi. Si tratta di bombe chimiche che hanno la funzione di ripulire la società dai sintomi indesiderati, come il pessimismo e la scarsa produttività lavorativa. Chi rimane indietro è un brutto esempio per gli altri, e va a tutti i costi allineato. Mai dare il brutto esempio con una mente capace di sviluppare concetti che vanno contro il sistema della maggioranza “sana”. In tal caso, sei un malato, hai bisogno di cure, sei un deviato, una particella impazzita dell’intero sistema, visto come sano. Lo stesso sofferente, vedendo la propria emarginazione, la propria disfatta, va alla ricerca di queste cure. Cede le armi e si considera malato. Cerca anche lui di allinearsi al sistema. Per trovare il lavoro, la fidanzata, gli amici. La carica sovversiva e creativa della sua visione del mondo si arrende di fronte alla maggioranza, cede le armi e si dà per vinta, per guadagnarsi, come tutti, uno status sociale conforme a quello della maggioranza. La nostra è la cultura dell’allineamento, del benessere e dell’apparenza a tutti i costi. Così in Medicina come in editoria. La Medicina sopprime il sintomo, e così facendo guadagna danaro pubblico in base al numero delle dimissioni e degli atti sanitari compiuti; l’editoria, soprattutto quella a pagamento, dà false speranze, alimenta il narcisismo di molti incapaci e ingolfa il mercato con cattivi prodotti. In entrambi i casi, il risultato è quello di un’azione in malafede che alimenta illusioni. Illusioni che, lentamente, vanno ad accumularsi nella società, in ogni individuo, svuotandolo gradualmente di fiducia, di slancio, e – nel migliore dei casi – dotandolo di una falsa percezione di sé, di una carica di euforia e inautentica sicurezza. La perdita – per soppressione e non ascolto – della dimensione individuale del sintomo, ci riporta anche in Medicina a quel culto del digitale per l’appiattimento e il dissolvimento della dimensione vitale e autentica di noi stessi. Mi chiedo: chi, cosa, vuole, ci vuole tutti uguali e digitali? Il destino della creatività sembra essere subordinato all’andamento economico del paese. Prima di tutto c’è la materia. In secondo luogo lo spirito. L’una determina l’altro. Nulla di nuovo, del resto, dacché è nata la società industriale. Dobbiamo solo rimpiangere i moti di rivoluzione e cambiamento di trent’anni fa, che sembrano essere stati riassorbiti completamente dal pensiero di una classe dominante che aveva sin da allora in mano gli strumenti del potere.

    Andrea Di Cesare
    2005 – 2008
    http://www.ideabiografica.com

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