La famiglia quale unità eroica

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4 Risposte

  1. Paganitas ha detto:

    Coma al solito Il Barone dimostra come nei più disparati argomenti riuscisse ad avere una chiarezza di pensiero impressionante. In questo caso tratteggia in poche righe la metafisica della Famiglia della Tradizione.

    Nucleo ormai quasi completamente distrutto dal femminismo, parente stretto del marxismo, condivide con i vari monoteismi di stampo più o meno materialista la pretesa di rivendicare la giustizia per dei, non meglio precisati, torti subiti nelle epoche passate.

    L'antica e tradizionale Identità femminile era invece tutt'altro che quella raffigurata dal femminismo. La donna svolgeva il suo ruolo di Madre e Sostegno della Comunità in cui viveva. La sua forza era quella di dover portare avanti la Stirpe. La percentuale di donne morte per il parto era simile se non superiore a quella di uomini morti in guerra o nella caccia. In un mondo in cui l'uomo non combatte più e la donna non partorisce più non ci si meraviglia che si sia perso il significato profondo di tutto questo.

    Anche nella religiosità pagana il suo ruolo era tutt'altro che secondario avendo una propria indipendenza nei confronti del raggiungimento della Divinità a livello anche sacerdotale. Esistevano inoltre Dei maschili e Dee femminili, ognuno con un proprio ruolo e una propria volontà di potenza.

    A livello economicista e puramente immanente è da sfatare anche il mito che fosse dipendente in tutto dall'uomo. Nelle antiche civiltà contadine la Donna era Padrona della Casa e delle aree circostanti. Essa aveva la Proprietà di tutti gli animali da cortile come galline, anatre, conigli etc. e di eventuali orti vicino alla casa. All'Uomo andava la gestione degli animali più grandi e delle coltivazioni più lontane dalla casa e più estese. Era una distinzione che rispecchiava non solo una differenza biologica ma una diversa inclinazione metafisica. Nulla c'era di discriminatorio ed entrambi lavoravano per il bene della Famiglia e della Stirpe!

  2. g* ha detto:

    Con quanto scrivi (Paganitas), concordo.

    Il Suo pensiero esprime, al solito, sempre, e solo, ciò che sta di là dai concetti…

    Ma, proprio in virtù di ciò, per favore, non chiamiamoLo, Barone, Noi, Suoi.

    Giulio Cesare Andrea Evola era/è, sempre sarà, il Mago: il Signore, il Dominatore; un Appartenente (un appartenente al «vero reale»); non il Barone, non l Artista, non il Mistico, non il Santo, non il Contemplatore, ma, esattamente, di là dal Filosofo e dallo Scienziato, il Metafisico, il Sublimato, Il Guerriero dello Spirito.

    In particolare, in breve, sulla famiglia quale unità eroica… Ancora, sempre, eccellente. Eccellente.

    Legĕre, Evola, anche per un profano, purché «interiormente dotato», è come guardare oltre e vedere/sentire quel meraviglioso che, costantemente, come fosse «battito», è in tutte le «cose preziose».

    Alla familĭa.

    Infine, in Suo onore…

    «Beati i Miti», ma secondo Nostra visione, quella che si informa alla Tradizione, Quella che è propria, essenzialmente, del Mago; beati i «Miti», dunque, secondo dizione iperfisica, fantastica, «più che reale»: «metafisica». Beati non i miti della «visione comune»: cattolica o imborghesita che sia, bassa e volgare (Absit iniuria verbis); beati i miti, non secondo senso «tipico» (e non «caratteristico») di coloro che possono, necessariamente, solo, «credere», non potendo «conoscere» e non potendo «essere», e per i quali: "i miti erediteranno la Terra"; ma, contra, assolutamente, da un punto di vista superiore, BEATI I MITI, PERCHé NON MUOIONO MAI.

    Con «trasporto».

    Al Mago.

    • Paganitas ha detto:

      Grazie della risposta.

      Si. Per me l'importante è poi riuscire a comprendere il messaggio privo di ogni ipocrisia di Evola.

      In effetti era molto critico nei confronti dei titoloni nobiliari di oggi, che puntano più all'apparenza che alla sostanza. D'altronde però era sempre lui a ricordare il carattere primordiale del patriziato.

  3. P ha detto:

    Il ruolo che oggi la donna vorrebbe rivendicare come forma di antagonismo rispetto a diritti e possibilità che crede negate. La dona oggi che ha formato un carattere una personalità di per se per sua natura inconciliabili con le perfette dinamiche intuitive-emozionali che rivendicherebbero se valorizzate il Suo(di lei) reale ruolo all interno della società.
    Ma sono questi i tempi per siffatte lucubrazioni??
    Chiedertelo alle donne sconfitte dalla loro ortodossia e dal loro conservatorismo da salotti borghesi pieni di argenteria e di perbenismo.

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