L’elfo degli Erspameri
Tags: bosco, elfo, ersparmeri, folgaria
Sono trascorsi quasi sessant’anni, non ero allora che un ragazzo.
Gli avi di mio padre vengono da San Giovanni, un rione di Folgaria, villaggio aldisopra della Val d’Adige e della città di Rovereto.
Vi ho sempre trascorso le estati e il natale, dapprima con i miei, ragazzo con gli amici, poi con mia moglie e le nostre due figlie, i loro figli.
Le mura della nostra casa risalgono al millequattrocento, tra le più vecchie dell’altopiano e sono a pochi metri dalla piccola chiesa che dicono essere stata fondata nello stesso secolo.
Una targa ricorda che la chiesa fu distrutta tre volte dalle esondazioni del rio e che per tre volte fu ricostruita.
Dal 1830, data in cui fu dedicata a San Giovanni Nepomuceno, patrono degli annegati, data in cui forse si sistemò a monte l’alveo del fiume, la chiesa e il borgo non hanno più subito danni.
Quante volte mi sono chiesto chi, tra i miei maggiori, abitava la casa in quelle occasioni, chi morì nel vortice caotico delle acque e della terra in una notte buia e di tempesta, forse con il proprio bambino accanto, nella stessa stanza, chi si salvò e come.
Dalla nostra casa una strada scende dolcemente verso la parte più occidentale di Folgaria, gli Erspameri.
Lì è il grande maso della famiglia Erspamer, che dà il nome alla località, qualche casa, una grande radura piana dalla quale si vedono i monti del Brenta e l’Adige che muove quasi mille metri più sotto come un grande serpente scuro.
A monte incombe un bosco minuzioso.
Salendolo, verso nord, puoi camminare cinque, sei ore e raggiungere la Punta del Falco e la sua vista spettacolare che dilaga ovunque.
Cerco di ricordare con la massima esattezza possibile – sono trascorsi così tanti anni – quanto accadde quel giorno.
Avevo ventidue anni ed era un giorno luminoso della fine del mese di giugno.
Il pomeriggio era trascorso con gli amici nella piazza principale, intorno alla grande fontana di granito rosa.
Risa, sguardi e corpi giovani, il viso di cielo di Carolina, che amavo e che non mi lasciava mai, anche durante i mesi in cui vivevo lontano, nella città.
Intorno alle sei, quell’ora strana che in estate precede il collasso, il sangue del tramonto, ci eravamo separati: “A domani!, A domani!”.
Decisi che, prima di tornare a casa, da solo, avrei raggiunto la radura degli Erspameri e giocato un poco, scalando il grande masso che usavamo come palestra di roccia.
Era un grande blocco alto cinque, forse sei metri.
Ne conoscevo ogni dettaglio ma quel giorno, mentre forse pensavo a tutta la vita che mi attendeva, percorsi la via più semplice.
Non mi affrettai eppure ad un certo punto la presa di una mano su una lama di calcare mi mancò e caddi.
Sbattei una, due volte sulla pietra, cercai di aggrapparmi, infine caddi al suolo in un duro colpo su un fianco.
Ancora con il viso a terra, il fremito dell’erba sulle guance, ancora prima di essermi reso conto di non avere subito alcun danno, lo vidi.
Mi apparve - e non può che essere questa la sua prima, ultima e vera immagine – come una sfera d’ argento, di liquido mercurio che muoveva nel bosco forse a una quarantina di metri da me.
Appena mi rialzai e guardai con attenzione vidi che qualcosa di simile alla figura di un uomo si era formata vicino ad un albero.
Mi avvicinai, non senza timore.
A pochi passi da lui, quando lo vidi con chiarezza, mi fermai.
Una figura di giovane uomo, alta, quasi trasparente, un viso dai tratti delicati dove nei grandi occhi l’iride non era che un’ombra di argento più scuro, lunghi capelli che, vivi, toccavano le spalle.
Qualcosa di simile ad una veste, una larga fascia, gli attraversava il petto, ai piedi vidi sottili calzari fissati da legacci incrociati che si fermavano poco sotto il ginocchio.
Le braccia ricadevano lungo il corpo, le dita delle mani erano leggermente protese in avanti in un gesto delicato e di grande bellezza, come se la figura si fosse immobilizzata all’improvviso, pronto, teso a cogliere ogni cosa di me.
Era quella la sua vera immagine o solo il modo in cui egli riusciva ad apparire?
A casa conservavo un vecchio libro dei nonni su fate, elfi e gnomi dove lui appariva simile a come lo stavo vedendo, al fianco di un cavallo bianco di cui teneva le redini.
Nella nostra realtà egli non poteva forse mostrarsi che in una immagine riconoscibile, forse immagine simile a come l’uomo fu prima di cadere nello spazio e nel tempo o a come sarà un giorno, redenta e superata questa realtà.
Ricordai che spesso gli elfi erano rappresentati con orecchie a punta, stretti cappelli a cono, arti e mani lunghe e come liquide.
Compresi che chi, nei millenni, li vide ne colse solo l’attimo in cui attraversavano, frizione dell’immateriale verso la realtà, il velo sottile che divide il loro mondo dal nostro per raccogliersi poi in figura d’uomo.
Feci un altro passo, ci guardammo a lungo.
Senza parola, senza pensiero, sentii la devozione angelica che provava per me, per il mio essere uomo.
Diceva, il libro, che gli elfi furono creati lo stesso giorno dell’uomo: ai primi venne data l’immortalità e la facoltà di vedere ogni cosa nella sua verità, ai secondi una vita limitata nel mondo materiale ma nella quale stava un miracolo infinito, la battaglia di Dio, il compito e la possibilità di trasformarlo.
Lentamente, la figura dell’elfo schiarì scomparendo altrove, in una dimensione che mi era vietata.
Ritornai a casa.
All’inizio pensai che avrei raccontato ogni cosa a Carolina, che la avrei portata nel bosco verso quella meraviglia.
Avrei invece condiviso l’elfo, che non mi avrebbe mai più lasciato, solo con coloro che fossero stati in grado di vederlo.
Luigi Pergher, che sarebbe morto l’anno dopo in guerra, lo vide nel 1942 mentre salivamo alla Punta del Falco.
“Chi era? Lo hai visto, lo hai visto anche tu?” - mi aveva gridato spaventato e commosso.
In alto, sotto la parete verticale della Punta avremmo poi scherzato dicendo che finalmente, per una volta, eravamo riusciti a vedere una delle creature del bosco di cui ci raccontavano da bambini e che immaginavamo entrando nel sonno.
La realtà e i suoi doni sono imprescrutabili, governati da leggi che ci sono sconosciute: non sempre riuscivo a vedere l’elfo.
Quando accadeva avvertivo qualche istante prima un leggero sibilo, qualcosa nel mio addome sembrava muoversi, ordinarsi secondo un diverso asse e sotto altre stelle come quando ero caduto dal masso degli Erspameri, colpendo duro il suolo con un fianco.
Lo vedevo muovere nel bosco come mi seguisse da lontano, altre volte si sedeva accanto a me nelle soste di una salita, o vedevo il suo viso d’acqua chiara e dagli occhi sgranati chino su di me quando mi svegliavo nella radura dopo qualche minuto di sonno.
Mentre io andavo ad abitare a Milano e non tornavo sull’altopiano che per poche settimane all’anno, mentre mi sposavo e lasciavo nel mondo due figlie, mentre ogni giorno consumavo la mia mente e il mio corpo preparando la vecchiaia e la morte lui restava là, in quel bosco, eterno, immutabile, sempre pronto ad incontrarmi.
Non vi furono mai parole tra noi, la comunicazione avveniva nel profondo, là dove la vera sostanza di un uomo si forma, si prova e si purifica per nuove vite.
Là, là solo, l’elfo e l’uomo possono senza saperlo essere fratelli, condividere il mistero, operare insieme.
Ricordo come i tratti della sua figura si degradarono e appesantirono in quell’anno orribile della mia vita e invece come quasi danzasse, più luminoso, quando io e mia figlia Ester, incinta di qualche mese, trascorremmo una gloriosa giornata di primo autunno nel bosco.
Ora, vecchissimo, vivo a Trento in una casa di riposo.
Mia moglie è morta.
Pochi mesi fa fa le mie figlie sono venute a prendermi, con i miei nipoti, e mi hanno portato una volta ancora agli Erspameri.
Tentando il suolo con il bastone, aiutato, a piccoli passi, ho raggiunto il punto panoramico all’ inizio del sentiero.
Lui è arrivato, poco dopo, mentre riposavo sulla panchina di pietra.
Ansavo cercando aria, un vento teso e fresco che saliva dalla valle dell’Adige mi toccava la fronte.
I miei giocavano dietro di me, nel prato.
Sentii qualcosa muovere poco al di sotto del cuore, aprii gli occhi e lo vidi.
Stava in piedi davanti a me e la sua immagine era una luminosa offerta, un dono, come quel primo giorno.
Guardava la mia estrema vecchiezza.
Dall’intensità della sua presenza seppi che sarei morto tra pochi giorni.
Quanti anni, quanti anni insieme.
Quanto sperare che tra noi potesse infine apparire Lui, l’Artefice di due creature così strane e perdute, l’uomo e l’elfo, che il cielo al di sopra del bosco avesse potuto un giorno annunciarLo.
Quanto amare, quanto credere nel mondo che verrà.
Emilio Michele Fairendelli
Commenti
Commento di nion
Ora: 18 novembre 2010, 20:27
Quale meraviglia per una studiosa di elfi imbattersi in un racconto di tale bellezza e di tali sentimenti!
Ho molto apprezzato il rispetto verso questo popolo e la purezza del racconto.
Molto bravo, complimenti. Con affetto Nion (maestra del sistema di guarigione sciamanico degli elfi)
Commento di emilio michele faire
Ora: 19 novembre 2010, 18:35
grazie del commento nion. posso sapere qualcosa di questo sistema di guarigione sciamanica? e degli elfi, ovviamente…
Commento di nion
Ora: 19 novembre 2010, 20:21
Caro Emilio Michele,
questo sistema è stato creato dagli elfi stessi che lo hanno trasmesso a Ole Gabrielsen ricercatore spirituale. Il principio base su cui si fonda è il collegamento che l'iniziato riesce a stabilire con "la luce elfica", e da lì ristabilire innanzitutto un equilibrio nel proprio sistema lavorando con i simboli e i 4 elementi. Sviluppa una visione elfica del mondo molto più semplice e giocosa al di là del giudizio. Nel mio lavoro spirituale personale ho avuto modo di ricevere uno scritto dal "Piccolo Popolo" che, se è di tuo gradimento, ti invio con tutto il cuore. Questi esseri ci donano un pezzetto di loro stessi e poi non siamo più gli stessi. Un forte abbraccio e se vuoi ti invio privatamente la lettura. Il Piccolo Popolo ha bisogno di portatori della fiamma. Nion
Commento di marzia
Ora: 21 novembre 2010, 14:22
bello..sono trentina e avuto una stretta al cuore.
Commento di emilio michele faire
Ora: 25 novembre 2010, 22:58
sono molto interessato a ricevere lo scritto cui accenna nion nel suo commento.
autorizzo a richiedere la mia mail privata al curatore del sito per poterlo ricevere.
grazie. EMF
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Commento di gudegar
Ora: 2 marzo 2010, 17:47
un racconto molto bello di una terra che confina con la mia :)