L’Origo Gentis Romanae. Ianiculum e Saturnia

Fondamenta del Tempio Capitolino. Fotografia dell'Autore
Fondamenta del Tempio Capitolino. Fotografia dell’Autore

Origo gentis Romanae a Iano et Saturno conditoribus per succedentes sibimet reges usque…” Così l’incipit del titulus dell’Origine del popolo Romano, opera anonima che ci è stata tramandata nei rarissimi codici della cosiddetta historia tripartita (un corpus di tre opere costituito, oltre che dall’Origo, dal Liber de viris illustribus urbis Romae e dalle Historiae abbreviatae o Liber de Caesaribus), la cui edizione critica curata da Giovanni D’Anna è disponibile anche ai non specialisti dal 1992 grazie alla Fondazione Lorenzo Valla che la pubblicò nella sua prestigiosa collana “Scrittori Greci e Latini”[1].

La prima redazione dell’Origo (purtroppo non esiste una traduzione manoscritta autonoma) risalirebbe al II secolo, mentre le parti rimaneggiate dei primi capitoli sono dell’autore, anch’esso anonimo, dell’unificazione dei tre libelli (IV secolo), che si propose così di contribuire alla battaglia delle idee in senso pagano. Alcuni eminenti rappresentanti dell’aristocrazia senatoria romana s’interessarono “attivamente di cultura, di letteratura, di filosofia, di storia, di edizione di testi classici, di traduzione dal greco. L’attività letteraria non era da questi intesa soltanto come un momento di svago, una forma elevata di otium, un’attività cui dedicare il tempo libero dai negotia (politica, amministrazione, affari) o un riepilogo forzato quando le circostanze non ne permettevano più l’esercizio; essa aveva una precisa valenza ideologica che, in certi casi, poteva diventare anche politica”[2].

Lo stile dell’opera invece non è dei migliori. Con un perentorio “L’Origo è scritta male” (p. XXXI) comincia l’ultima parte dell’introduzione. Nel formulare un simile giudizio bisognerebbe tener presente (oltre le normali vicissitudini dei manoscritti e maggiormente per opere avverse alla successiva cultura dominante) che senz’altro non era un’opera poetica od epica di qualche autore maggiore, ma una raccolta sinottica delle versioni, più o meno canoniche, più o meno alternative, delle fonti sulle origini di Roma di tipo quasi archivistico ovvero annalistico.

L’Origo si occupa della storia da Giano e Saturno, come ha già evidenziato il titulus, ai gemelli Romolo e Remo. Leggendola è bene ricordare che “Le res gestae arcaiche, trasmesse nelle fabulae dei vates, sostituiscono la mitologia, res gestae che non sono historia rerum, ma atti esemplari compiuti da esseri divini che si confondono con l’uomo, che fanno il mondo, che lo fondano, gesta che occorre ripetere perché la realtà sia, perché il mondo permanga; si deve fare come i Maiores Nostri hanno fatto perché l’azione sia vera, reale e giusta. Tali precedenti divini pongono in termini rituali il metafisico, solo più tardi tali racconti vengono fissati in ‘Annales’ e solo più tardi si scriveranno ‘Libri Pontificales’, che diventeranno la fonte dell’ortodossia, non dogmatica, che da allora verrà trasmessa con nuovi mezzi[3].

Passiamo a segnalare alcune pagine di maggior interesse di quest’opera che non dovrebbe mancare nella biblioteca di chi è interessato alla Tradizione Romana. Innanzitutto, quelle relative all’identificazione di Enea con Sol Indiges (pp. 107-108), argomento sul quale il nostro Renato del Ponte si era diffusamente ed esaustivamente occupato nel suo La religione dei Romani, dato alle stampe pochi mesi prima dell’uscita dell’opera curata dal D’Anna[4]. D’interesse, non solo filologico, la spiegazione delle farreae mensae (pp. 93-94), fino a coglierne il nesso con il culto dei Penati e la loro sede stabile a Lavinio.

Anche nell’Origo è riportato il mito costitutivo dei vinalia rustica con lo speciale legame fra Giove e il vino: “Cumque ille inter alia onerosa illud quoque adiceret ut omne vinum agri Latini aliquot annis sibi inferretur, consilio atque auctoritate Ascanii placuit ob libertatem mori potius quam illo modo servitutem subire. Itaque vino ex omni vindemia Iovi publice voto consecratoque, Latini urbe eruperunt fusoque praesidio interfectoque Lauso Mezentium fugam facere coegerunt” (15, 2-3).

Ne consegue un altro fatto notevole: “Ammirando il grande coraggio di Ascanio, i Latini non solo lo ritennero discendente da Giove [Iove], ma lo chiamarono dapprima Iolo [Iolum], abbreviando e trasformando un poco il nome, quindi Iulo [Iulum]: da lui discende la famiglia Giulia [Iulia], come scrivono Cesare nel libro secondo[5] e Catone nelle Origini” (15, 5). Gli Iulii tributavano a Bovillae un culto a Vediove[6] e il D’Anna così chiosa: “Se Ascanio è un ‘piccolo Giove’, è assimilabile a Vediovis e, come lui, è un arciere: questa prerogativa doveva essere importante nell’Ascanio guerriero, come prova Virgilio, il quale fa di Ascanio la prefigurazione del pacifico principato di Augusto” (p. 111).

Il mito ci ricorda che Giano partì dal regno paterno per l’Italia e “giunto nel Lazio, s’insediò su un’altura e vi fondò una città chiamandola Gianicolo dal suo stesso nome” (2, 4). Successivamente giunse profugo in Italia, dove fu accolto amichevolmente come ospite, Saturno, che era stato cacciato dal suo regno; “non lontano dal Gianicolo fondò una rocca e dal suo nome la chiamò Saturnia” (3, 1). Il curatore nel commento affronta la trattazione delle due tesi d’identificazione del Ianiculum (pp. 68-69): quella più comune che lo identifica col Gianicolo attuale e l’altra che identifica Ianiculum e Saturnia con le due cime del colle capitolino.

“[…] la critica è concorde nell’identificare l’arx Saturnia col Campidoglio o con una delle sue due cime. Varrone, Lat. V 41-2 attesta: ‘Il Campidoglio è detto così, perché mentre si gettavano le fondamenta del tempio di Giove[7], si vuole che vi si trovasse una testa (caput) umana[8]. Questo colle prima si chiamava Tarpeo dal nome della vestale Tarpea, che, uccisa dai Sabini, vi fu sepolta. …In precedenza era stato chiamato colle Saturno… e si tramanda che vi sorgesse una città detta Saturnia’. Varrone aggiunge che di ciò restavano ancora dei vestigia, il più importante dei quali era il tempio di Saturno (Saturni fanum), sito nell’avvallamento fra le due cime del Campidoglio […]. Invece è tuttora discussa l’identificazione del Ianiculum, la mitica rocca di Giano: alla tesi tradizionale secondo cui il Ianiculum sarebbe l’attuale Gianicolo, il colle posto sulla riva destra del Tevere, si oppone l’altra tesi che identifica Ianiculum e Saturnia con le due cime del colle capitolino, cioè rispettivamente con la cosiddetta arx – la sommità del Campidoglio dove oggi sorge la chiesa dell’Aracoeli – e con l’altra sommità del colle, quella prospiciente l’area di Sant’Omobono e di via della Consolazione, generalmente identificata con la rupe Tarpea” (p. 68).

Fondamenta del Tempio Capitolino. Fotografia dell'Autore
Fondamenta del Tempio Capitolino. Fotografia dell’Autore

Questa seconda tesi, che al D’Anna ed anche a chi redige queste note sembra preferibile, “fu formulata da R. Pichon, La promenade d’Evandre et d’Enée, «Revue des Etudes Anciennes» XVI 1914, pp. 410-6, e ripresa con ulteriori precisazioni e modifiche nel 1943 da P. Grimal, «La colline de Janus», in Rome. La littérature et l’histoire II, Roma 1986, pp. 953-80, e da G. Binder, Aeneas und Augustus. Interpretationem zum 8. Buch der Aeneis, Meisenheim am Glan 1971, pp. 133-7. Uno degli argomenti su cui si fonda questa tesi è proprio Origo 3, 1 dove si dice che l’arx Saturnia si trovava haud procul a Ianiculo. Questa espressione non permette di escludere nessuna delle due localizzazioni del Ianiculum; ma, vista nel contesto dei rapporti instaurati fra Giano e Saturno, si spiegherebbe meglio se le due arces fossero poste sulle due cime dello stesso colle. Comunque il passo dell’Origo resta un argomento secondario in favore della tesi di Pichon, Grimal e Binder. Ben più importante è Virgilio[9], Aen. VIII 355-8, dove Evandro mostra a Enea i resti delle due arces, usando hic – che in genere indica maggiore vicinanza – per il Ianiculum e ille per Saturnia (haec duo praeterea disiectis oppida muris, / reliquias veterum vides monumenta virorum. / Hanc Ianus pater, hanc Saturnus condidit arcem: / Ianiculum huic, illi fuerat Saturnia nomen); inoltre Evandro ed Enea si troverebbero ai piedi, non sulla cima del Campidoglio (P. Grimal, «La promenade d’Evandre et d’Enée», in Rome. La littérature et l’histoire II, Roma 1986, pp. 793-6): questo confuta l’esegesi tradizionale secondo cui Evandro, dall’alto del colle capitolino, indicherebbe a Enea il Gianicolo al di là del Tevere (cfr. W. Fowler, Aeneas on the site of Rome, Oxford 1917, p. 74; L. A. Constans, L’Enéide de Virgile, Paris 1938, p. 292; E. V. Marmorale, Eneide – libro VIII, Firenze 19585, p. 91). Il Grimal ha indicato in quale periodo e per quali ragioni la denominazione di Ianiculum, non più connessa con una cima del Campidoglio, passò a indicare l’attuale Gianicolo[10]” (pp. 68-69).

In favore della tesi di Pichon, Grimal e Binder c’è il canone dei sette colli di Roma, dato da Servio, ad Aen. VI 783, dove inaspettatamente è accolto il Gianicolo ed escluso il Campidoglio: “783. SEPTEMQUE UNA SIBI MURO CIRCUMDABIT ARCES bene urbem Romam dicit septem inclusisse montes. et medium tenuit: nam grandis est inde dubitatio. et alii dicunt breves septem colliculos a Romulo inclusos, qui tamen aliis nominibus appellabantur. alii volunt hos ipsos, qui nunc sunt, a Romulo inclusos, id est Palatinum, Quirinalem, Aventinum, Caelium, Viminalem, Esquilinum, Ianicularem. alii vero volunt hos quidem fuisse, aliis tamen nominibus appellatos: quae mutata sunt postea, ut de multis locis et fluminibus legimus, ut ‘saepius et nomen posuit Saturnia tellus’”.

“Se Ianiculum avesse sempre indicato il Gianicolo attuale, l’errore di Servio, che parla dei colli inclusi nell’interno della città romulea, sarebbe inspiegabile; invece si può pensare che una fonte di Servio designasse ancora con Ianiculum una delle cime del Campidoglio e quindi, per estensione, il Campidoglio stesso. Avremmo una significativa analogia con Palatium, che nel canone di Antistio Labeone (giurista del I sec. a.C.) era una delle tre cime del Palatino, con Cermalus e Velia, e spesso designa il Palatino tutto” (p. 69).

Come è stato autorevolmente evidenziato, “l’enorme massa di dati e di informazioni racchiuse nel commento di Servio appare nel complesso poco sfruttata da parte della ricerca storico-antiquaria: la ragione ne va attribuita alla tradizione ottocentesca di matrice positivistica che, nonostante tutto, rimane ancora egemone nell’ambito dei nostri studi (anche se ciò avviene spesso in modo del tutto inconscio, il che costituisce un’aggravante)”[11]. Quindi prestando maggiore attenzione ad autori tardi come Servio, ci accorgeremmo così che talvolta i materiali da loro utilizzati “possono risalire a fasi antichissime, anche all’età del bronzo, se non prima”[12].

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[Pubblicato in La Cittadella, 38-39 n.s., apr.-giu./lugl.-sett. 2010, 35-41]

Note


[1] Anonimo, Origine del popolo Romano, a cura di Giovanni D’Anna, corredo iconografico a cura di Carlo Gasparri, Fondazione L. Valla – Mondadori, Vicenza 1992, pp. LII+140 e 32 pp. n. n. di ill.

[2] Andrea Pellizzari, Servio. Storia, cultura e istituzioni nell’opera di un grammatico tardo antico, Leo S. Olschki, Firenze 2003, [pp. XIV+350] p. 25.

[3] Hyperboreus, Aurea Catena Saturni. Alcune note sull’essenza, la formazione e la trasmissione della Tradizione Italico-Romana, in “Saturnia Regna”, I, p. 28.

[4] Renato del Ponte, La religione dei Romani. La religione e il sacro in Roma antica, Rusconi, Milano 1992, pp. 72-77.

[5] Si tratterebbe del libro secondo dei Pontificalia di Lucio Cesare (console nel 64 e cugino del Divo Giulio, il pacificatore delle Gallie).

[6] Sui legami fra il culto di Vediove e la gens Iulia cfr. R. del Ponte, op. cit., p. 130 e note a p. 179; v. anche Carl Koch, Giove Romano, Rari Nantes, Roma 1986, passim.

[7] Vedasi ora: Aa. Vv., Il tempio di Giove e le origini del colle capitolino, Electa, Milano 2008. Da ricordare anche: Tacito, La ricostruzione del Campidoglio, a cura di M. E. Migliori, in “La Cittadella”, n° 18 n.s., apr.-giu. 2005, pp. 3-9.

[8] Notoriamente “identificato con quello del condottiero Aulo Vibenna (Caput Oli) e ritenuto presagio di grandezza” (Romolo A. Staccioli, Guida insolita ai luoghi, ai monumenti e alle curiosità di Roma antica, Newton & Compton, Roma 2000, p. 75).

[9] La cui ‘sapienza’ (diligentia, peritia, profunditas, scientia) è notoria (cfr. Francesco Sini, Bellum Nefandum. Virgilio e il problema del “diritto internazionale antico”, Dessì, Sassari 1991, pp. 17 segg.; v. anche Virgilio: Laudes Italiae, a cura di M. E. Migliori, in “La Cittadella”, n° 37 n.s., gen.-mar. 2010, pp. 4-10).

[10] Contra F. Castagnoli, Enc. Virg. I, pp. 642-4 e II, p. 723, s.vv. “Campidoglio” e “Gianicolo”, e D. Musti, Enc. Virg. II, pp. 442-3, s.v. “Evandro”.

[11] Filippo Coarelli, Miti di fondazione delle città italiche in Servio, in Aa. Vv., Hinc Italae Gentes. Geopolitica ed etnografia dell’Italia nel Commento di Servio all’Eneide, a cura di Carlo Santini, Fabio Stok, Edizioni ETS, Pisa 2004, p. 11.

[12] Id., op. cit., p. 15.

Segui Mario Enzo Migliori:
Nato a Prato nel 1953. Collabora alle seguenti riviste di studi storici e tradizionali: Arthos; La Cittadella; Vie della Tradizione; ha collaborato a Convivium ed a Mos Maiorum. Socio della Società Pratese di Storia Patria; dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri e del Centro Camuno di Studi Preistorici. E' stato tra i Fondatori del Gruppo Archeologico Carmignanese.

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