Katéchon e nuovo inizio. Accenni

L’esordio è quasi obbligato. Riguarda alcuni celebri passi della Seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi, relativi al ritorno di Cristo: “nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio” (2Ts 2, 3-4; versione CEI). Ma se il figlio della perdizione tarda ad arrivare è perché è trattenuto: “e ora sapete ciò che impedisce [tò katéchon] la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene [ho katéchon]. Solo allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta” (2Ts 2, 6-8; versione CEI).

Certo, l’ambiguità del katéchon, più sopra segnalata, resta con ogni probabilità irrisolvibile (è un ‘qualcosa’ o un ‘qualcuno’?), ma il contesto, lo sfondo, del testo paolino è indubitabilmente apocalittico. Ne dà conferma Potestà: “il passo paolino appartiene evidentemente al genere apocalittico, nel senso proprio e originario del termine. Infatti manifesta ciò che ‘si rivelerà’ in un futuro che l’autore del testo considera assolutamente imminente. […] Il katechontico, quindi, non si oppone affatto all’apocalittico, ma ne costituisce un ingrediente costitutivo”[1].

Non solo il futuro apocalittico, nella ‘visione’ di Paolo, è prossimo (il tempo che incalza velocissimo è il ‘proprio’ della ‘febbre’ apocalittica), ma soprattutto il katéchon è un momento necessario della stessa apocalissi, ne è un passaggio ‘dialetticamente’ inevitabile e dunque destinato ad essere superato nel compimento finale. Ragion per cui, nessun nuovo inizio, ovvero nessun sovvertimento imprevedibile del tempo, potrà mai darsi in questa interpretazione del katéchon.

Eppure, sempre Potestà rimanda a un’altra lettura, questa volta messianica, del katéchon, intendendo “come messianica ogni dottrina che proclami la venuta di una figura ovvero di un soggetto collettivo destinati a una missione divina di redenzione o liberazione, universale o particolare (a favore o in nome di un’etnia, una nazione, una città, una comunità religiosa, una dinastia…), e all’instaurazione di un nuovo ordine mondano”[2].

Vista da questa prospettiva, non appare incoerente l’identificazione, da parte di padri della Chiesa quali Tertulliano e Lattanzio, del katéchon con l’impero romano, fermo restando che si tratta di un approccio da non generalizzare indebitamente, stante la presenza sin dal I secolo nel cristianesimo di posizioni tanto filoromane, quanto antiromane (il riferimento è soprattutto all’Apocalisse giovannea)[3], le quali ultime ad esempio trovano un’eco significativa anche in taluni importanti passi di Ippolito sull’impero romano indicato come il katéchon e però equiparato, con segno inequivocabilmente negativo, alla “quarta bestia” di Daniele[4].

Al contrario, è appunto Tertulliano il primo a indicare positivamente l’impero romano come katéchon, la cui caduta aprirà le porte all’Anticristo; rovesciando il giudizio di Ippolito, Tertulliano guarda all’impero romano come il solo argine rimasto all’irrompere della potenza anticristica. Di conseguenza, sarà la distruzione dell’impero romano a ‘inaugurare’ il dominio dell’Anticristo[5]. E anche Lattanzio individuerà, senza incertezze di sorta (d’altronde siamo agli albori dell’età costantiniana), nell’impero romano il katéchon in grado di differire, di ritardare la venuta dell’Anticristo[6].

Nondimeno, la dottrina del katéchon subisce un’ulteriore ‘torsione’ interpretativa. Se Girolamo riprende il motivo antiromano, affermando, nella Lettera ad Algasia, che Paolo nella Seconda lettera ai Tessalonicesi “non vuole dichiarare apertamente che l’impero romano deve essere annientato, dal momento che gli stessi imperatori lo ritengono eterno; ecco perché, secondo l’Apocalisse di Giovanni, sulla fronte della prostituta vestita di porpora fu scritto il nome della bestemmia, e cioè ‘Roma eterna’. Se infatti avesse detto chiaramente e con audacia: l’Anticristo non verrà se prima non sarà distrutto l’impero romano, si sarebbe trovato un giusto motivo per perseguitare la chiesa allora nascente”[7], e accompagnandolo con l’avvertenza, già presente in Ippolito, di non cadere nelle tentazioni millenariste pensando che ci si trovi nell’imminenza del giorno del Signore, è con Agostino che si arriva allo snodo decisivo.

La svolta, a mio parere, sta nel ‘congelare’ lo spirito apocalittico e millenarista in quella che non a caso verrà chiamata escatologia fredda, trasformando, al contempo, l’impero oramai cristianizzato e la stessa Chiesa in un katéchon capace di procrastinare immensamente nel tempo la battaglia e il giudizio finali. Detto altrimenti: “se il cristianesimo consisteva nell’ardente desiderio di liberazione dal mondo […] la Chiesa si riduceva a una provvisoria comunità di uomini che attendevano il grande evento e speravano che esso si verificasse nel corso della loro vita”[8]. Per garantire alla Chiesa la durata sulla terra sarà allora necessario mettere un freno alle ansie millenariste e apocalittiche e, insieme, fare della stessa Chiesa (e dell’impero ad essa assoggettato) la forza ‘che tiene’, in grado d’impedire la vittoria dell’Anticristo. Ecco perché, Agostino, pur confessando di non sapere con certezza cosa volesse dire Paolo col suo riferimento al katéchon, comunque, tra le interpretazioni che passa in rassegna, scarta senza esitazione la lettura di Girolamo, più sopra ricordata, per ritenere ragionevole proprio quella che identifica positivamente il katéchon con l’impero romano (Agostino, De civitate Dei XX, 19, 2-3).

È evidente, in tale contesto, l’impossibilità di un nuovo inizio. Tutt’al contrario, il katéchon diviene forza meramente reazionaria, solo interessata alla perpetuazione terrena della Chiesa e del suo apparato di potere e al mantenimento di un ordine ossessionato dalla possibile irruzione di un evento sovvertitore del tempo. Pertanto, a chiusura di queste assai schematiche osservazioni, penso che il katéchon possa essere proficuamente messo in relazione col nuovo inizio solo a patto di intenderlo come un acceleratore involontario. Questa nozione risale a un fondamentale scritto di Carl Schmitt del 1942, in cui compare per la prima volta il termine katéchon ma con un’accezione chiaramente negativa. Gli esempi addotti da Schmitt non lasciano dubbi al riguardo. Si tratta di forze reazionarie, sterili custodi di un ordine al tramonto, che impediscono l’emergere di nuove energie potenti e vitali. Nonostante ciò, proprio grazie alla loro inerzia e mancanza di decisione, queste forze frenanti, “senza alcuna particolare autoconsapevolezza”[9] – di qui la loro ‘involontarietà’ –, possono paradossalmente diventare fattori acceleranti della storia, così da contribuire al loro stesso ‘superamento’ e all’apertura di un nuovo inizio.

febbraio 2017

Note

[1] G.L. Potestà, L’ultimo messia. Profezia e sovranità nel Medioevo, il Mulino, Bologna 2014, p. 13.

[2] Ivi, p. 14.

[3] Cfr. G. Rinaldi, Pagani e cristiani. La storia di un conflitto (secoli I-IV), Carocci, Roma 2016, pp. 58, 257 e 368.

[4] Cfr. i passi ippolitei riportati in G.L. Potestà-M. Rizzi (a cura di), L’Anticristo, I, Il nemico dei tempi finali. Testi dal II al IV secolo, Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori, Milano 2005, pp. 139, 199 e 209 e i relativi commenti alle pp. 520-522.

[5] Si veda il passo di Tertulliano, a commento della Seconda lettera ai Tessalonicesi, in ivi, p. 93.

[6] Cfr. ivi, pp. 431-433.

[7] Riportato in G.L. Potestà-M. Rizzi (a cura di), L’Anticristo, II, Il figlio della perdizione. Testi dal IV al XII secolo, Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori, Milano 2012, p. 19.

[8] E. Voegelin, La nuova scienza politica, Borla, Torino 1968, p. 179.

[9] C. Schmitt, “Acceleratori involontari”, in Id., Stato, grande spazio, nomos, Adelphi, Milano 2015, p. 210.

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