John Fante, il caso degli Anni Ottanta

Roberto Alfatti Appetiti

I numeri: quarant’anni più tre, sposato con Laura da quattordici, padre di tre bambini, autore di qualche centinaio di articoli sparsi qua e là. Giornalista appassionato di cultura pop, fumetti e narrativa, ha collaborato con una dozzina di testate e dal 2006 scrive soprattutto per il Secolo d’Italia.
Roberto Alfatti Appetiti cura il blog L’eminente dignità del provvisorio.

Potrebbero interessarti anche...

3 Risposte

  1. Alessandro Muresu ha detto:

    mi ha fatto piacerissimo "incappare"in questo prezioso articolo. John Fante è il mio autore più significativo, della vita.

  2. Giuseppe Vasta ha detto:

    Articolo interessante.

    Segnalo che il termine "Wop" utilizzato per indicare gli italoamericani ha, oltre a quello indicato da voi, anche un'altra possibile origine: la pronuncia (uapp) ricorderebbe il termine "guapp'" utilizzato dagli immigrati napoletani. In definitiva, unendo le due spiegazioni, con "Wop" si indicherebbe un guappo senza documenti… cosa che chissà, malgrado l'intento spregiativo, forse non sarebbe dispiaciuta ad Arturo Bandini.

    Sulla parabola artistica di Fante, vorrei ricordare che oltre alla spiegazione un po' "romantica" dell'avvilimento a seguito del remunerativo impiego negli studios (ma comunque non era un lavoro che veniva offerto a chiunque, e molti famosi letterati non ce l'hanno fatta), c'è anche l'insuccesso del suo tentativo di uscire da una narrativa prevalentemente autobiografica-famigliare, misurandosi con temi più estesi della società americana. Fante tentò infatti per anni di scrivere un romanzo sull'immigrazione asiatica sulla costa californiana, senza riuscirci; e questo gli fece perdere fiducia in sé stesso e sulle proprie qualità artistiche quanto il lavoro a Hollywood. Ci sono quindi anche ragioni prettamente "artistiche" sul suo lungo silenzio. E anche sul perché non amasse "Full of life", il suo più grande successo, ma che lo limitava per sempre al filone autobiografico.

  3. giovanni albanese ha detto:

    Ho letto recentemente ” aspetta primavera Bandini ” e per quello che mi ricordo il termine Dago usato dagli stessi immigrati italiani per appellarsi tra di loro trova origine nella frase usata dalle guardie americane per intimare ad un gruppo di immigrati, in quarantena, che il loro turno di andare via era venuto:” They go” che significava “loro possono andare” Letteralmente la frase ascoltata dagli immigrati italiani era “dego” e pensavano che con quell’appellativo venissero chiamati gli immigrati italiani dagli americani.Anche il termine “wop” mi e’ stato spiegato derivare da “guappo” per trasposizione in lingua inglese di questo appellativo in uso tra gli italiani.

Rispondi a giovanni albanese Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *