Jean Destouches
Jean Destouches
(? 1875 – Marsiglia, 1950 )
“Krabat”, clown del Circo Medrano
Mio zio paterno, Pierre, era l’uomo delle faccende presso il Circo Medrano.
Fu lui, con la sua compagna Dora, a crescermi dopo la morte dei miei genitori.
Per compagni ed amici ebbi i figli degli artisti.
Terminarono ben presto le vaghe lezioni di scuola impartite dal maestro che seguiva la carovana: dall’età di dodici anni la norma voleva che ci si dedicasse solo alle arti del Circo.
I genitori saggiavano la vocazione dei figli, iniziavano ad istruirli: il trapezio, i passi sul filo, la giocolieria, l’equilibrio al cavallo, le gabbie delle fiere.
Io, che non avevo nessuno, divenni amico di Patou il vecchio clown e del suo gruppo.
Adoravo la sua figura, la larga veste a scacchi della quale ogni tanto, con richieste precise e urgenti, modificava i colori.
Mi piaceva credere che, tra i numeri di forza e destrezza, l’ora del clown fosse un’isola, qualcosa di profondamente diverso.
Lui mi accettò, prese a benvolermi.
Presto, piccolo clown, fui in scena, tra i compari allegri e vocianti che dovevano, al bordo della pista, dialogare con Patou e avere un ruolo nel suo numero principale.
Provavamo le scene innumerevoli volte, nei giorni liberi.
Poiché non esiste alcuna tecnica, l’arte del clown non può che essere appresa per vicinanza, una vicinanza in grado di infondere qualcosa capace di operare un risveglio degli affetti, del cuore.
Come è infatti possibile “imparare” il gesto di un braccio che si avvicina a quel bambino, là, nella prima fila del pubblico e lascia uscire dalla larga manica un fiore – vero, rosso, enorme – che viene poi offerto con amore dalla mano guantata?
Nel viso di gesso le enormi labbra si aprivano in quel momento in un sorriso, gli occhi dardeggiavano in una gioia dove stavano il miracolo del fiore, dell’esistere, tutta la vita futura del bambino.
Proprio mentre questo sorriso dichiarava altro, un senso più alto di lui, il clown scattava in alto come una molla, tenendosi le natiche.
Qualcuno di invisibile gli aveva appena sferrrato un calcione.
Per punirlo del regalo appena offerto? Perché facesse di più e meglio?
Per obiettare qualcosa?
Chi era?
A suon di pedate il fantasma inseguiva il clown, in dolente fuga, per mezza pista.
Poi lui si girava come per protestare, agitava il dito ad ammonire, con l’unico risultato di ricevere un tremendo cazzotto immaginario che lo spediva a terra.
Arrivavamo noi, i compari, a rialzarlo e il numero proseguiva.
Perché mi commuovevo così profondamente quando Patou, accompagnato da una dolce nenia al violino entrava in scena con la sua camminata cionca fermandosi al centro della pista e dando quel passo doppio, come di danza sopra spade invisibili, per salutare il pubblico?
Fare ridere era facile.
La vera arte veniva tuttavia raggiunta solo quando il riso irrefrenabile, ritirando la sua onda, lasciava spazio al resto, qualcosa di diverso che era ciò che davvero il clown portava e ciò che sarebbe rimasto: l’immagine di un uomo colorato, un mago sospeso nel tempo, buffi gesti nell’aria che riuscivano a spiegare ogni dolcezza, ogni smarrimento e ogni ricchezza di un cuore umano senza nominarli.
La camminata zoppa e strappata, il passo doppio diventavano allora l’inizio di una danza magica che apriva una spazio dove, per mezz’ora o poco più, la tristezza, il dolore e la morte mai avrebbero potuto entrare.
Questo fu quello che imparai da Patou e che volli continuare.
Divenni il primo clown del Medrano, con il nome di Krabat.
Pur famoso, con tutta la mia dedizione e la mia volontà negli anni, non riuscii mai ad eguagliarlo.
Capita a chi sa vedere con chiarezza di non riuscire altrettanto bene nel mondo delle opere.
Lui, Patou, vecchissimo, rimase sempre tra i compari di scena.
Cambiò solo il suo vestito che divenne completamente bianco, con un cappello alla Pulcinella.
Morì a ottantadue anni, tre giorni dopo il suo ultimo spettacolo.
Fui con lui nella sua tenda, quel giorno, e vidi come muore un clown.
Senza colori, il viso portava tutta la sua età – quando era in scena la sua figura dimostrava forse cinquant’anni – la pelle, tesa sulle ossa del viso, sembrava trasparente.
Non parlava più, né poteva muoversi, eppure ad ogni amico che si sporgeva sul suo letto per salutarlo, offriva un miracolo.
Gli occhi si aprivano enormi, sgranati, ruotavano come durante uno spettacolo, le sopracciglia saltavano in alto: ohi ohi sta succedendo qualcosa di grosso, quanta paura ho, ho tanta paura…
Le labbra intanto si piegavano all’ingiù, dicevano: mi sembra di avere capito cosa succede, amici, è triste, così triste lasciarvi, peccato, non più giorni, non più tempo, non più noi, chissà cosa mi accadrà, chissà…
Avesse potuto impugnare un fiore, pensai, mostrarlo mentre lo stelo si accasciava e i petali morenti tremavano, farci attendere il momento in cui sarebbe risorto vivo e forte nella sua mano, come davvero faceva in scena.
Dietro quella maschera un’ accettazione che è già conoscenza, la gioia di essere stato un uomo nel tempo, Patou nel Circo Medrano come chiunque altro, la vertigine per quel mistero in cui stava precipitando sorridevano: erano il supremo regalo del clown.
Facebook
Twitter