Ivan Vassili, la nave maledetta

vassiliEsiste una documentazione su molte case infestate e perfino su automobili “maledette”, come quella che vide la morte dell’arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia Chotek il 18 giugno 1914 a Sarajevo, ma che fu protagonista anche di molti altri episodi tragici per i suoi occupanti. Anche per le navi “maledette” esiste una ricca casistica; nessun episodio, però, supera in orrore le vicende della nave russa “Ivan Vassili” che, ai primi del Novecento, fu protagonista di una crociera allucinante che si risolse nella morte di parte dell’equipaggio.

Ciò che rende questo caso particolarmente impressionante è il fatto che i marinai “sentirono” distintamente la presenza a bordo di un qualcosa, di un’entità che provocava loro inspiegabili attacchi di panico e angoscia e che sembrava richiedere, ogni volta, il sacrificio di una vittima umana. Come se il Male stesso fosse salito a bordo, simile a un viaggiatore clandestino, con lo scopo preciso di distruggere le vite dei suoi ignari compagni di traversata.

Una nave mercantile come tante

Nel 1897 i cantieri di San Pietroburgo assistono al varo di una nave mercantile mista in legno e in ferro, a vela e a vapore, come si usa frequentemente all’epoca: lo scafo è in ferro e la coperta in legno; possiede quattro alberi e due fumaioli, con una macchina a vapore a tripla espansione che le assicura una velocità di crociera di otto nodi e un’autonomia di 2.500 miglia. È la “Ivan Vassili”, il cui profilo elegante e le buone caratteristiche tecniche ne fanno un ammirato bastimento della marina imperiale russa.

Nulla, all’inizio, fa pensare che essa è destinata a diventare la più paurosamente celebre fra tutte le navi “maledette” nella storia della navigazione. Per cinque anni svolse le sue attività commerciali esclusivamente nel mar Baltico, senza mai superare il Kattegat e lo Skagerrak che immettono nell’aperto Oceano Atlantico. Le cose cambiano nel 1903 allorché, aumentando la tensione politica fra la Russia e il Giappone e addensandosi le fosche ombre del conflitto russo-nipponico, il governo di Pietroburgo decide di servirsene come trasporto per rifornire di materiale bellico l’esercito stanziato in Estremo Oriente.

Il viaggio da Kronstadt a Vladivostok, nella Provincia Marittima sul Mar del Giappone, è di per sé un’impresa nautica non indifferente, anche in tempo di pace, per cui sono necessarie esperienza e forza di carattere: si tratta di una traversata di 20.000 miglia attraverso i tre oceani del globo e richiede, pertanto, notevoli prestazioni sia agli uomini che alle macchine. Si tratta della stessa crociera che compirà, fra il 1904 e il 1905, la squadra navale dell’ammiraglio Rozestvenskij, diretta verso la battaglia di Tsushima e il suo tragico destino. Il comandante, uno scandinavo di nome Sven Andrist, sembra possedere le qualità necessarie per condurre a buon fine l’impresa; anche il comandante in seconda, Christ Hanson, è svedese, mentre l’equipaggio è in parte scandinavo e in parte russo.

Durante le settimane in cui l'”Ivan Vassili”, oltrepassato il mare del Nord, scende lungo l’Atlantico, comunque, non accade nulla di particolare, poi, dopo che essa ha doppiato il capo di Buona Speranza ed è entrata nell’Oceano Indiano, cominciano a verificarsi degli episodi paurosi e inspiegabili.

La “cosa” maledetta a bordo

In un primo tempo si tratta di sensazioni ancor vaghe e imprecise, di un’inquietudine, di un nervosismo che si diffondono fra l’equipaggio senza cause apparenti o, almeno, senza cause spiegabili. Si tratta di un’inquietudine dovuta alla percezione che ci sia qualcun altro o qualcos’altro, sulla nave, oltre agli uomini e ai materiali destinati a Port Arthur, l’avamposto russa sulla penisola di Liao Tung, nel mar Giallo. Il capitano della nave pensa in un primo tempo che le notizie sempre più minacciose che arrivano dal fronte della politica internazionale siano responsabili, almeno in una certa misura, di tale irrequietezza: col Giappone ormai sul punto di entrare in guerra contro la Russia, gli uomini hanno quasi la sensazione di andare a cacciarsi da sé nella bocca del leone. Ma ben presto deve ricredersi: la politica non c’entra, o c’entra ben poco, con l’atmosfera di crescente disagio che si sta diffondendo a bordo, si tratta di qualcos’altro, di qualcosa di totalmente diverso. Diverso anche dalla ben nota superstizione che vige nell’ambiente marinaresco, ove si è incline a pensare che anche un semplice albatro, o un banale incidente nella cerimonia del varo, possano portare eterna sfortuna a una determinata nave.

E, nel caso della “Ivan Vassili”, non vi sono stati incidenti di quel genere nella sua precedente carriera, né segnali interpretabili in senso minaccioso negli scali toccati e nel corso del viaggio. Quello che sta accadendo non è riconducibile a nulla di noto, sembra anzi trarre origine da una sfera misteriosa che non è neppure quella delle normali condizioni di esistenza, che non pare neppure “umana”.

L’equipaggio, d’improvviso, “sente” la presenza di “qualcosa” a bordo, qualcosa o forse “qualcuno”, senza riuscire a vedere nessuno e tuttavia avvertendo una sensazione di gelo accompagnata da terrore, angoscia, tensione insopportabile.

Nell’impossibilità di definire meglio la natura di una tale presenza, elusiva eppure fortissima, ci limiteremo a chiamarla “la Cosa”: una cosa venuta non si sa da dove, né come, e che sembra uscita direttamente da un racconto del terrore di Howard Phillips Lovecraft.

Scrive uno storico dei misteri del mare, Vinent Gaddis: “Non si sa che cosa fosse (e magari lo è ancora); dapprima provocò la sensazione improvvisa di avere vicino qualcuno, seguita da un terrore raggelante, paralizzante, che toglieva ogni energia, come fosse succhiata da una mostruosa pompa aspirante. A volte si poté scorgere una sagoma poco luminosa ed evanescente, vagamente rassomigliante a quella di un essere umano. Ma qualunque cosa fosse, senza dubbio si trovava a bordo”.

Le prime ondate di paura si succedono l’una all’altra e divengono sempre più forti. In qualche modo, tuttavia, la nave continua ad avanzare lungo la rotta stabilita, oltrepassa gli Stretti dell’Insulindia e risale, ormai nel pacifico, lungo il mar della Cina. I marinai del turno di guardia notturno sono i più spaventati: essi avvertono chiaramente che “la Cosa” è vicinissima, ma solo in pochi casi riescono a intravedere una vaga figura che scompare tra le scialuppe di salvataggio, emanando un specie di debole luminosità. Potrebbe essere una figura umana, ma nessuno ne è certo; l’unica cosa certa è che essa, anche quando si dilegua fra le ombre della notte, non se ne vuole andare: è sempre a bordo, in qualche luogo fra la prua e la poppa, forse sopra coperta o forse sotto.

Terrore e morte senza scampo

Ormai non manca più molto al porto russo più vicino, la base militare di Port Arthur. Da tempo i fuochisti hanno gettato nelle caldaie roventi il combustibile ammassato negli appositi carbonili ed è stato necessario ricorrere ai capaci sacchi supplementari di carbone per compiere l’ultima parte della traversata.

Superati i caldi mari tropicali, la “Ivan Vassili” sta risalendo verso le medie latitudini, e il clima – specialmente la notte – va facendosi via via più fresco.

È in una notte limpida e tranquilla, tuttavia, che la tragedia, a lungo attesa e sempre rimandata, finalmente esplode. Accompagnata da un improvviso senso di gelo, un’ondata di panico quale non si era mai sentita prima afferra l’intero equipaggio e lo disperde, come un termitaio impazzito: gli uomini, tremanti di terrore, corrono in tutte le direzioni, pregano, gridano, si disperano. Sembra che “la Cosa” li abbia afferrati con i suoi unghioni invisibili e li sbatta di qua e di là, crudelmente, come fa il gatto quando gioca col topo. A un certo punto un marinaio, incapace di reggere oltre alla tensione intollerabile, scavalca la murata e si getta in mare, scomparendo ben presto tra le onde. Allora, come se una stanchezza mortale, innaturale avesse contagiato l’intero equipaggio, la calma sembra tornare a bordo, più che la calma, un senso di inesplicabile sfinimento, di cupo torpore. È come se “la Cosa”, con la morte di quell’infelice, avesse saziato la sua mostruosa fame di vittime. Almeno per il momento: ma tutti avvertono che si tratta semplicemente di una tregua.

Scaricato una parte del materiale a Port Arthur e rifornitasi di carbone, l'”Ivan Vassili” salpa nuovamente le ancore per completare l’ultima parte della sua lunghissima crociera che deve condurla nella principale base russa dell’Estremo Oriente, quella di Vladivostok. Nulla succede il primo giorno di navigazione dopo la partenza, e nulla il secondo; ma il terzo si scatena un altro assalto della “Cosa”, e di nuovo l’intero equipaggio ne è travolto. Di nuovo urla, pianti, preghiere; di nuovo un correre insensato in ogni direzione; di nuovo un marinaio che si getta in mare, incontro alla morte. E, come la volta precedente, sembra che questa tragedia plachi per un poco la malvagia entità salita a bordo; esausti, instupiditi, gli uomini piombano in una sorta di fatalistica rassegnazione.

Tuttavia, non appena la nave entra nel sospirato porto di Vladivostok (letteralmente, “il Conquistatore dell’Oriente”), meta finale della lunghissima crociera, ben dodici uomini dell’equipaggio tentano disperatamente di scendere a terra per abbandonare la nave “maledetta”. Nessuno sembra disposto a rimanere a bordo un solo momento di più: infatti, non hanno voluto aspettare nemmeno l’apertura dei portelli del carico. Non così la pensavano, però, le autorità russe, per le quali il viaggio dell'”Ivan Vassili” non si può considerare affatto terminato.

La polizia portuale, pertanto, respinge spietatamente quegli uomini terrorizzati e li costringe a tornare a bordo, malgrado le loro suppliche e le loro imprecazioni, come bestiame avviato al macello. Mentre il rimanente del materiale viene scaricato sui moli di Vladivostok, i marinai della disgraziata nave sono tenuti sotto stretta sorveglianza. L’ordine tassativo è che nessuno abbandoni quella trappola galleggiante, a nessun costo. Forse, le autorità portuali non credono affatto ai racconti sconnessi e, in verità, assai poco comprensibili dell’equipaggio; o forse il difficile momento politico non consente alcun ritardo o debolezza, dato che altri compiti attendono la tragica nave. Adesso l'”Ivan Vassili” deve far rotta per Hong Kong, in Cina; e, di lì, proseguire poi alla volta della costa orientale dell’Australia.

Un crescendo di orrori innominabili

La traversata da Vladivostok ad Hong Kong attraverso il mar del Giappone, lo Stretto di Corea, il mar Cinese Orientale, lo Stretto di Formosa e il mar Cinese Meridionale, è un vero e proprio incubo. La “Cosa” è sempre a bordo, anzi sembra ormai addirittura scatenata.

Ben quattro uomini perdono la vita nel corso delle ondate di terrore che si spargono incontrollabili, con frequenza ormai sempre maggiore: tre marinai e lo stesso comandante. Due dei marinai trovano la morte nel suicidio, come i colleghi che li hanno preceduti; il terzo muore addirittura di spavento: il suo cuore non regge alla prova cui è stato sottoposto. Quanto al capitano, Sven Andrist, che pure è riuscito finora a mantenere, fino a un certo punto, un’ombra di autorità fra questi uomini terrorizzati, fedele al suo dovere, non regge oltre alla tensione insopportabile e si getta a sua volta in mare, preferendo la morte al tormento senza nome e senza volto che lo perseguita.

Quando finalmente l’esausta nave entra nel porto britannico di Hong-Kong, ceduto in affitto dal governo cinese nel 1898 per un periodo di 99 anni, nulla e nessuno possono più impedire che quasi l’intero equipaggio sbarchi immediatamente e si allontani in fretta e furia dalla nave “maledetta”.

A bordo non restano che il secondo ufficiale, Christ Hanson – che assume le funzioni di comandante – e cinque soli marinai, tutti scandinavi, a quanto pare meno superstiziosi dei loro colleghi russi o, forse, più affezionati al loro ufficiale. Con un equipaggio così ridotto, evidentemente, non è possibile riprendere il viaggio per Sydney, ove l'”Ivan Vassili” deve imbarcare un carico di pregiata lana australiana. Pertanto Hanson si dà da fare per arruolare un nuovo equipaggio di Cinesi e riesce a mettere insieme qualcosa che gli rassomigli, quanto basta per salpare nuovamente le ancore e rimettersi in rotta per le Filippine e poi, doppiando l’estremità sud-orientale della Nuova Guinea, le coste dell’Australia.

Per un poco sembra che la nuova ciurma, ignara di quanto era accaduto a bordo nei mesi precedenti, non risenta di particolari suggestioni negative. Ma il nuovo comandante, proprio nell’imminenza dell’arrivo a Sydney, paga un alto prezzo al suo coraggio o alla sua ostinazione: estratta la pistola dal cassetto nella sua cabina, si spara alla testa e muore all’istante. Secondo un’altra versione, meno attendibile, si impicca a una trave; in ogni caso, muore suicida poche ore prima di poter condurre l'”Ivan Vassili” nel porto australiano.

Prima ancora che la nave abbia terminato le manovre per accostare alla banchina e gettare l’ancora, l’equipaggio comincia ad abbandonarla come se fuggisse da un incendio a bordo. In breve non rimane più nessuno, Scandinavi e Cinesi non ne vogliono più sapere e sul mercantile “maledetto” non resta che un solo uomo, non sapremmo dire se più intrepido o temerario. Si tratta di un certo Harry Nelson, che non vuole dare alla “Cosa” partita vinta e rimane ostinatamente a bordo; forse, chissà, spera di ottenere una grossa ricompensa dalle autorità russe, se riuscirà a ricondurre in patria la nave col suo carico di notevole valore economico.

Per ben quattro mesi essa rimane immobile presso il molo di Sydney: le voci corrono svelte per le bettole del porto, e perfino tra i rudi Australiani è difficile trovare qualcuno che osi sfidare la maledizione senza volto che sembra incombere sopra la volontà degli uomini.

L’ultimo atto della tragedia

Finalmente, al quarto mese, e con molta fatica, si riesce a trovare un nuovo equipaggio e un nuovo capitano per l'”Ivan Vassili”, a dispetto di ogni superstizione e di ogni storia di fantasmi. E certo il nuovo capitano, di cui non ci è giunto il nome, deve essere un tipo molto coraggioso: si tratta di attraversare tutta l’immensità dell’Oceano Pacifico e portare il carico di lana fino a San Francisco, in California.

In qualche modo, forse anche grazie a una tregua degli attacchi da parte della misteriosa entità, la nave riprende il lunghissimo viaggio in direzione nord-est. Ma essa non raggiungerà mai le coste americane: ancora una volta, la “Cosa” torna ad esigere il suo macabro tributo di vittime. Per tre volte, in pieno Oceano Pacifico, l’equipaggio è afferrato dai soliti, innominabili terrori, e per tre volte un uomo si getta in mare per cercarvi la liberazione della morte. La quarta volta è proprio il nuovo capitano che, incapace di resistere a quella gelida morsa d’impalpabile orrore, si toglie la vita sparandosi in bocca un colpo di pistola.

A questo punto diviene impossibile mantenere la rotta verso San Francisco. L’equipaggio, folle di paura, vuole tornare in porto per la via più breve, e Harry Nelson, che si è autonominato comandante, vira di bordo e mette la prua in direzione di Vladivostok. Deciso a non lasciarsi sopraffare da quella forza misteriosa, egli tenta coraggiosamente di risolvere il mistero. Ispeziona tutta la nave (e quanti angoli segreti vi sono, nelle stive capaci di un grande piroscafo!), interroga i marinai; ma non riesce a venire a capo di nulla. In compenso, gli riesce la notevole impresa di riportare l'”Ivan Vassili” a Vladivostok, senza che vi siano state nuove vittime. Non appena essa entra in porto, l’intero equipaggio sbarca precipitosamente e questa volta né le baionette dei militari russi, né la promessa di un ingaggio a condizioni eccezionalmente favorevoli riescono a riportarli a bordo. Per ultimo scende a terra anche il Nelson, l’unico membro dell’equipaggio originario: perfino lui ne ha avuto abbastanza, e si considera fortunato di aver riportato in salvo la vita.

Nessun altro equipaggio verrà trovato per la nave “maledetta”: nel porto russo regna ovunque la convinzione che una entità demoniaca si trovi tuttora a bordo e nessun marinaio sarebbe disposto a rischiare d’imbarcarvisi, neanche per tutto l’oro del mondo.

Passano gli anni e la nave è sempre lì, tristemente ferma in un angolo de porto. Nell’inverno del 1907, improvvisamente, un incendio si scatena a bordo con estrema violenza, divorandola con terribile violenza. Non è un incendio casuale, ma doloso: i marinai russi, convinti che un demonio si nasconda sull'”Ivan Vassili”, hanno deciso di purificarla col fuoco e, mentre il bastimento arde sinistramente nella notte, lo stanno ad osservare dalle barche tutto intorno, recitando preghiere ed esorcismi. Prima che la nave scompaia per sempre in fondo al mare, dicono che un terribile grido si sia levato al di sopra del crepitio delle fiamme e dello schianto degli alberi sul ponte di legno.

È finita: la nave “maledetta” non solcherà mai più i mari, non ucciderà e non farà impazzire più nessun essere umano.

Le ipotesi

Il caso dell'”Ivan Vassili”, come abbiamo detto, è fra i più impressionanti nella storia della navigazione e la tipologia dei fenomeni che ne hanno sconvolto l’esistenza coinvolge diverse discipline fisiche, parapsicologiche, occultistiche e demonologiche.

Cerchiamo di indicare le principali spiegazioni possibili, ben coscienti che la spiegazione “vera”, forse, è al di là della nostra portata, poiché non tutto può essere spiegato di quanto accade nel mondo, e la mente umana è terribilmente piccola di fronte al mistero.

1. La spiegazione chimica. Recentemente, per la precisione nell’ottobre del 2003, l’Accademia delle Scienze di Mosca ha avanzato una spiegazione perfettamente scientifica dei fenomeni che si verificarono a bordo della “Ivan Vassili”. Secondo una comunicazione del prestigioso Istituto moscovita, tutto si ridurrebbe a un avvelenamento dell’equipaggio causato dalle esalazioni del legno di cui erano fatte le sovrastrutture della nave. Gli studiosi russi hanno analizzato l’unico reperto esistente presso il Museo della Navigazione di Vladivostok – la ruota di comando del timone – sottoponendolo ad analisi chimiche, gascromatografiche e spettrografiche. La coperta e le strutture superiori della nave erano costruite in legno di tek e il professor Ilja Menzonev vi avrebbe rilevato tracce consistenti di alcaloidi (iosciamina e scopolamina) che possiedono accentuate proprietà allucinogene. Anche gli alloggiamenti dell’equipaggio erano rivestiti in legno di tek, e questo spiegherebbe, secondo Menzonev e i suoi collaboratori, gli episodi di follia collettiva che si abbatterono sugli sfortunati marinai. La psicosi collettiva, ben nota agli studiosi della psicologia delle folle, avrebbe fatto il resto.

Ma perché gli episodi fatali si sarebbero scatenati solo nel 1903, più di sei anni dopo il varo della nave, mentre essa navigava in pieno Oceano Indiano?

Anche a questo interrogativo gli scienziati dell’Accademia di Mosca avrebbero una spiegazione. Gli alcaloidi presenti nel legno della nave sarebbero rimasti inerti a causa della verniciatura in copale marina che isolava e impermeabilizzava le varie strutture di bordo. Poi, l’usura del tempo e il passaggio dal clima freddo del mar Baltico a quello caldissimo dell’Oceano Indiano avrebbero provocato l’esalazione delle sostanze allucinogene, con i ben noti, tragici effetti.

Mistero chiarito, dunque? Forse.

A noi sembra, tuttavia, che questa “spiegazione” voglia forzare una interpretazione scientifica per una sorta di partito preso, per una sorta di impossibilità – da parte della cultura scientista oggi dominante – ad accettare la sfida del mistero.

Siamo proprio certi che il timone della “Ivan Vassili”, a cento anni di distanza dai fatti, abbia potuto fornire tali testimonianze all’analisi chimica? Era forse, quella nave, l’unica ad essere rivestita di legno di tek, o non era quella una prassi alquanto comune, sia nella marina russa, sia presso altre marine del tempo? E perché, allora, non abbiamo altre testimonianze di drammi del mare paragonabili a quello della “Ivan Vassili”? Perché quella sola nave vide scatenarsi i micidiali effetti delle esalazioni allucinogene? Ancora: una intossicazione di tipo allucinogeno può spiegare la natura e l’entità dei fatti che si manifestarono a bordo? Perché proprio la pazzia furiosa, perché quel gettarsi in mare, perché quel togliersi la vita con la pistola? È questo l’effetto di una intossicazione da alcaloide? E perché, dopo ogni suicidio, una tregua momentanea ritornava a bordo? Perché un uomo come Harry Nelson, che fece tutto il viaggio da Pietroburgo a Vladivostok, e poi a Hong-Kong, a Sydney e di nuovo a Vladivostok, non ne risentì gli effetti? Perché lui non si sparò né si gettò in mare, perché anzi ebbe il sangue freddo di ispezionare la nave, comportandosi in maniera assolutamente lucida e razionale?

2. La spiegazione psicologica. Suggestioni collettive, panico diffuso a partire da cause irrilevanti, contagio della tensione nervosa sarebbero alla base della “follia” dell’equipaggio, e questi fattori avrebbero trovato alimento e terreno fertile nella stanchezza causata dal lungo viaggio, nella tensione regnante a bordo (la paura della guerra vicina), nella superstizione – forse – di una parte dell’equipaggio. Certo, almeno da quando Gustave Le Bon ha pubblicato la sua Psicologia delle Folle siamo ben consapevoli di quanto possa agire la psicosi collettiva, specie in situazioni di forte tensione nervosa ed emozionale. Sappiamo anche di episodi storici in cui grandi agitazioni collettive si misero in moto senza causa apparente, anche su scala assai ampia: tale, ad esempio, il fenomeno della “Grande Paura” che percorse le campagne francesi nel 1788, senza che sia mai stato possibile individuarne esattamente l’origine. Ci sembra però che questa pretesa spiegazione scambi le “modalità” con cui si è manifestata la “follia” dell’equipaggio della “Ivan Vassili” con le “cause” di essa: cause che rimangono del tutto in ombra e, quindi, inesplicabili. Certo, a volte fenomeni reali si mettono in moto a partire da fenomeni immaginari: se si sogna vividamente che la propria casa sia in fiamme, si può anche essere spinti a gettarsi “realmente” dalla finestra per sfuggire all’incendio; di fatto, però, si tratta di eventi talmente improbabili da risultare praticamente impossibili. Specie se pensiamo che la drammatica vicenda dell'”Ivan Vassili” non fu breve e non riguardò un solo individuo: al contrario, si svolse lungo un arco di tempo di circa un anno e coinvolse alcune decine di persone, compresi alcuni ufficiali di marina che avevano, per la loro stessa qualifica, un grado superiore d’istruzione ed erano inoltre abituati a gestire le difficoltà di una lunga e spossante navigazione transoceanica.

3. La spiegazione spiritica. Quello della “Ivan Vassili” sarebbe un tipico caso di “infestazione”, anche se accompagnato da fenomenologie estreme, tali da condurre alla morte di numerose persone. Esistono, però – anche se rari e, comunque, meno spettacolari – altri casi che ad esso si possono paragonare. Tra essi, quello della casa londinese al numero 50 di Berkeley Square, i cui inquilini cadevano vittime di uno stato confusionale che li conduceva alla morte; e quello del “demone del Tennesse” del 1817-20, che perseguitò a morte John Bell a Robertson County.

Si tratterebbe di entità non umane e malefiche, il cui scopo è nuocere intenzionalmente e pervicacemente agli esseri umani, per la sola ragione apparente che si manifestano in una certa casa o un certo luogo e prendono in odio la presenza umana.

Di norma le manifestazioni si limitano alla comparsa di spiriti o alla percezione di rumori più o meno insistenti (come nel celebre caso del filosofo Atenodoro di Atene, riferito da Plinio il Giovane in una delle sue Epistole); oppure si tratta di manifestazioni di “poltergeist”, la cui interpretazione è ancor oggi controversa: per alcuni si tratterebbe di fenomeni psicocinetici “innescati” dall’energia psichica di qualche abitante della casa, in genere adolescenti nella fase puberale o pre-puberale; per altri i rumori, e gli spostamenti di oggetti sono riconducibili alla vera e propria infestazione spiritica.

Comunque sono piuttosto rari, lo ripetiamo, i casi in cui si giunge ad esiti fatali per gli inquilini; più spesso le forze che agiscono si limitano al lancio di oggetti senza colpire nessuno, talvolta con fenomeni di apporto; oppure aggrediscono gli esseri umani con schiaffi, percosse e – in qualche raro caso – graffi.

Nel caso della “Ivan Vassili”, però, non si parla né di fantasmi, né di rumori, né – tanto meno – di fenomeni tipo “poltergeist”; si parla invece della sensazione di una presenza aliena e malefica, di un brivido gelido, di un malessere, un’angoscia e un terrore inspiegabili; inoltre – ma non da tutti i membri dell’equipaggio – si parlò di una vaga figura aggirantesi sul ponte della nave, vagamente umanoide e in qualche misura luminescente. Ciò è decisamente inconsueto: si direbbe che la nave in questione sia stata oggetto di una tipologia d’infestazione nuova e diversa da tutte le precedenti.

4. L’ipotesi extraterrestre. Una entità venuta dallo spazio si sarebbe insediata sulla nave, risucchiuando energia psichica dai membri dell’equipaggio (un po’ come nel film Horror Express (Spagna/Gran Bretagna, 1972, regia di Gene Martin), solo che in quel caso l’entità saliva a bordo di un treno sulla ferrovia Transiberiana.

Secondo Salvador Freixedo, ufologo ex gesuita molto popolare nei Paesi di lingua spagnola (in Italia ha pubblicato, fra l’altro, Contattati dagli Ufo! e Le apparizioni mariane, Hobby e Work, 1993), l’energia psichica emessa dagli umani in particolari condizioni emotive quali ansia, timore e simili, sarebbe utile o necessaria a tali entità di cui costituirebbe un vero e proprio “nutrimento”, dunque ne avrebbero continuamente bisogno, senza farsi alcuno scrupolo circa le conseguenze sugli umani, come noi non abbiamo scrupoli, ad esempio, verso gli animali da allevamento.

Ovviamente vi sono almeno due maniere di interpretare una eventuale presenza extraterrestre: come quella di esseri “fisici” che provengono dallo spazio per qualche loro misterioso disegno, o come quella di creature “spirituali” che filtrano da altre dimensioni del reale e che assumono un'”apparenza fisica” quando vogliono entrare in contatto con gli umani (un po’ come potrebbero fare creature angeliche o diaboliche), ingannandoli deliberatamente circa la loro reale natura.

5. Questa seconda interpretazione permette di dare ragione di movimenti assolutamente “impossibili” degli O.V.N.I. (Oggetti volanti non identificati) dal punto di vista fisico, nonché le loro subitanee apparizioni e scomparse ed altri fenomeni relativi agli “incontri ravvicinati”. L’ipotesi demoniaca. In questo caso non si tratterebbe di un’invasione di spiriti (di defunti o di entità non umane che vivono su altri piani di realtà, più “sottili”, paralleli e in qualche modo contigui a quello degli umani), ma di una vera e propria “presenza diabolica”, ossia della forza maligna per eccellenza, così come essa viene concepita in alcune religioni e particolarmente nella cristiana.

Gli equipaggi della “Ivan Vassili”, nel corso della sua tragica odissea, furono costituiti anche da Asiatici e, forse, da indigeni dell’Oceania, ma Scandinavi, Russi e, più tardi, Australiani, erano di religione cristiana – greco-ortodossa e anglicana, per la precisione (mentre la credenza nel demonio è più sentita nel cattolicesimo).

Comunque il contesto culturale in cui la vicenda fu vissuta dai protagonisti non esclude interpretazioni diverse da quelle che, del fenomeno, essi diedero a suo tempo – a patto che si riconosca la “possibilità” teorica della possessione demoniaca come ipotesi di lavoro, anche da parte degli studiosi di tendenza laica o, in genere, non confessionale.

Il Vangelo parla di numerosi casi d’infestazione demoniaca; altri casi, assai documentati, esistono in letteratura e non solo nella vita di personaggi religiosi (San Giovanni Bosco, il curato d’Ars, Padre Pio) ma anche in quella di persone comuni e perfino di bambini e adolescenti, come lo sconcertante caso dei fratellini di Illfurt, in Alsazia, nel 1863 (di cui parla ampiamente Corrado Balducci nel suo libro Gli Indemoniati, Roma, ed. Carlini., 1959).

Ad ogni modo, per la “Ivan Vassili” non si tratterebbe della possessione di un individuo, ma di una nave; i singoli individui che essa trasportava ne risentirono le conseguenze in misura diversa, alcuni in modo tale da essere spinti a togliersi la vita, altri da restarne solamente terrorizzati, in apparenza, senza una ragione per tale diversità di esiti.

D’altra parte, se si ammette che il Male metafisico esista e che esso sia in grado, a determinate condizioni, di penetrare nella sfera umana e di esplicarvi un’azione devastante “per il solo piacere di nuocere”, in linea di principio non vi sono obiezioni al fatto che esso si manifesti mediante la possessione di un singolo individuo, o di un gruppo di persone, o anche di un mezzo di trasporto (automobile, nave) o di un edificio (casa d’abitazione, chiesa) attraverso il quale possa agire sulle persone che vi si trovano.

Riassumendo. La spiegazione chimica è di tipo prettamente fisico, quella psicologica di ordine psichico; entrambe sono di genere naturalistico. Quella spiritica può essere di genere naturalistico oppure di genere metafisico, a seconda che si interpreti la parapsicologia come lo studio scientifico di realtà misteriose ma, in ultima analisi, “naturali”, oppure come propedeutica all’indagine su di un altro ordine di realtà: metafisico, appunto. La spiegazione extraterrestre si può considerare, dal punto di vista metodologico, una variante della precedente: anche qui è possibile interpretare i fenomeni considerati come opera di creature aliene, ma pur sempre fisiche e pertanto appartenenti al mondo naturale, o come dovute a creature spirituali che penetrano nel nostro piano di realtà da altre dimensioni, non di natura fisica. La spiegazione demonologica, infine, è di tipo esclusivamente metafisico e presuppone un orizzonte interpretativo aperto a trecentosessanta gradi sul mistero dell’Essere, in cui creature diaboliche (o, all’opposto, angeliche) occupano non piani di realtà “contigui e paralleli” al nostro, ma radicalmente diversi e remoti, rispondendo a gerarchie spirituali che seguono leggi e perseguono finalità non paragonabili a quelle vigenti nel mondo fisico e materiale.

Così, passando dalla prima alla seconda, alla terza, alla quarta e infine alla quinta spiegazione del fenomeno in questione, si può constatare un processo ascendente verso piani di realtà via via più remoti dal nostro, quello cosiddetto “quotidiano”.

Operare una scelta fra una delle quattro spiegazioni possibili, pertanto, risponde necessariamente a una gerarchia di valori e credenze da parte dello studioso, con buona pace della pretesa “oggettività” dell’esperienza scientifica (ma oggi gli stessi scienziati, almeno nel campo della fisica sub-atomica, riconoscono l’impossibilità di un esperimento, anzi di una semplice osservazione, che non modifichi automaticamente le condizioni della realtà fisica osservata).

In definitiva, dovremmo essere consapevoli che accostarci ad una piuttosto che a un’altra delle possibili spiegazioni può dirci almeno altrettante cose su colui che studia il fenomeno, sulle sue aspettative, sulle sue intime convinzioni, sul suo orizzonte culturale e spirituale, di quante non ne riveli sul fenomeno che è l’oggetto specifico del suo studio.

Bibliografia:
– Vincent Gaddis, Il triangolo maledetto e altri misteri del mare, Milano, Armenia Editore, 1977, pp. 106-108 (ripubblicato con il titolo Prigionieri degli abissi, Milano, Armenia, 2002, p. 111-113; il titolo originale è “Invisible Horizons”, 1965).
– Bobette Bryan, Ivan Vassili, la nave infestata.
– R. De Witt-Miller, Forgotten Mysteries, New York, 1948.
– Riv. “Coronet”, dicembre 1942.
– Riv. “American Weekly”, 14 aprile 1940.
– Richard Winer, Ghost Ships, Berkeley, 2000.

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Tratto, col gentile consenso dell’Autore, dal sito Edicolaweb.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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